A rivista anarchica n17 Dicembre 1972 Gennaio 1973 Ammazzato due volte. Dalla perizia medico-legale appare evidente che l’anarchico Serantini fu assassinato non solo dalla bestialità dei baschi neri ma anche dall’irresponsabilità del medico del carcere. di Laura Landi

Il solito gioco all’italiana: il giudice che osa ragionare, che vuol vederci veramente chiaro, che non esegue a priori le direttive repressive del potere viene sospeso, allontanato, o comunque “liberato dall’incarico”. E questa sorte è immancabilmente toccata al giudice Funaioli, responsabile di aver emesso un avviso di reato contro il questurini responsabili di aver massacrato di botte il giovane anarchico Franco Serantini, durante la manifestazione antifascista del 5 maggio scorso a Pisa. Per l’ultrareazionario Calamari, Procuratore Generale del Tribunale di Firenze, questo era veramente troppo: e come poteva dimenticare che era stato lo stesso giudice Funaioli a prosciogliere in istruttoria tutti gli imputati (compreso il fu Serantini) arrestati durante la succitata manifestazione? In questa sentenza istruttoria, che proscioglieva appunto i sei giovani arrestati dalle accuse di adunata sediziosa e di resistenza aggravata, si diceva testualmente, fra l’altro, che:

“Serantini, interrogato dopo l’arresto, aveva raccontato di essere stato manganellato dagli agenti…. Il dott. Piramonte, (autore dell’arresto del nostro compagno) parla di un Serantini fermo sul marciapiede mentre i manifestanti scappavano”. Gli agenti gli furono addosso e probabilmente lo colpirono con i manganelli” (sono le sue parole)…. In un clima di guerriglia come quello creatosi quella sera in città non c’era considerazione per le persone neutrali…. Lo Tsolinas (un giovane greco arrestato), poliomielitico, che per attestazione dello stesso commissario era menomato ad una gamba e si reggeva a malapena in piedi, fu preso e picchiato dai baschi neri…. Gli agenti comportandosi in tal modo, eccedettero indubbiamente, con atti arbitrari, i limiti delle loro attribuzioni”.

Fin qui la penna del giudice istruttore. Poi ci sono le dichiarazioni dei testimoni oculari e di alcune vittime della violenza poliziesca. Basti ricordare i coniugi Celandroni (Pisa), che dalle finestre del loro appartamento videro massacrare un giovane “ricciuto”, probabilmente Franco; Fabrizio Falcucci, (Livorno) cui fu sparato in bocca un candelotto che gli spappolò le labbra facendogli perdere sei denti; Giovanni Rondinelli (Pisa) che fu il testimone dell’agonia di Franco; Giovanni Mandoli (Pisa) che vide portare via in tutta fretta il corpo ormai inerte di Franco alle 9 circa di domenica 7; il dott. Piramonte che lo arrestò per sottrarlo alla furia bestiale degli agenti: a lui in particolare non dovrebbe essere difficile individuare i dieci celerini che davanti ai suoi occhi infierivano sul nostro compagno.

Quella sera erano in molti a contestare il diritto di parola al candidato missino Niccolai, che parlava da un palco sovrastato dalla scritta “Nostalgia dell’avvenire”, tipico slogan del cretinismo neofascista. E nei violenti scontri provocati dalle forze dell’ordine Franco fu bastonato, arrestato e tradotto in carcere; il giorno successivo alle ore 12.30 fu interrogato dal magistrato Dr. Sellaroli, e con lui lamentò di avere forti dolori al capo.

Dal volto pallido, tirato, grigio di Franco doveva trasparire l’immane sforzo fisico: la tensione di una volontà impegnata a tenere insieme un corpo, un fascio di muscoli sul punto di sgretolarsi. Il dott. Sellaroli interroga Franco. Franco dice: “Ho partecipato alla manifestazione del 5 maggio, sono un anarchico e un antifascista militante, è forse un delitto?”. Parla piano, i suoi occhi si spalancano a fatica sulla faccia del magistrato, si spalancano per richiudersi subito mentre il capo reclina lentamente sul gomito appoggiato al tavolo. Per Serantini è cominciato il conto alla rovescia ma Sellaroli sembra non rendersi conto della gravità delle condizioni di Franco anche se questi in un passo della sua dichiarazione messa a verbale dice:

“Stavo scappando quando mi sono arrivati addosso in tanti, tanti poliziotti. Saranno stati una decina. Mi hanno picchiato alla testa”.

Ritornato in cella Serantini per tutto il periodo della detenzione rifiuta il cibo, la compagnia degli altri, le ore di “aria”, gli spettacoli televisivi. Alle 16,30 dello stesso giorno è condotto alla visita medica, sostenuto da due compagni di detenzione, pallido come un morto, muto, attanagliato in ogni parte da un dolore insopportabile. La diagnosi del dott. Mammoli, medico del carcere, rileva ecchimosi, lieve stato di shock, contusioni; la terapia: sypítol , cortigen (estratto di corteccia ed un analettico) e borsa di ghiaccio in permanenza. Serantini è riaccompagnato in cella dai compagni, sostenuto di peso, le gambe e le braccia inerti, il capo reclinato sul petto. Rimane taciturno, lamentando forti dolori al capo, tutto il pomeriggio e la notte. Gli agenti infermieri non notano niente di preoccupante.

Alle 8,30 del 7 maggio un appuntato nota segni di peggioramento e chiede ad un infermiere di dare un’occhiata al ragazzo. Subito due infermieri lo trasferiscono in barella al centro medico ma ormai non c’è più niente da fare. La morte in galera coronava così la vita esemplare, in cui la società autoritaria può specchiarsi.

Nonostante i molti, tristi anni passati negli istituti di rieducazione Franco era un compagno con la forza, l’allegria, l’entusiasmo che sanno dare le idee giuste, coerentemente vissute, eppure aveva fatto in tempo a farsi odiare, da quelli che odiano chiunque si ribelli alla loro prepotenza e dai loro mercenari. Il mercenario non si vende soltanto ma deve odiare i suoi nemici. Deve odiare lo sfruttato che lotta, che si batte con coraggio per liberarsi dall’oppressione per una via che non è quella di diventare servo. Nell’ottobre del ’71, mentre la polizia si scagliava contro il mercato rosso a Pisa, Franco era come sempre in prima fila. Cercarono di arrestarlo, il più furioso era il giovane agente della squadra politica Zanca. Glielo strapparono dalle mani e Zanca minacciò di fargliela pagare. Venerdì 5 maggio Franco è capitato nelle loro mani. La furia omicida ha avuto via libera.

Ma al potere non è bastato aver assassinato un compagno: si è sempre cercato di coprire comunque le responsabilità dei questurini, anche a costo di redigere una perizia medico-legale in parte falsata.

I risultati della perizia medico-legale sono agghiaccianti. Il corpo del compagno doveva apparire come un ammasso di carne bluastra: ovunque ecchimosi, contusioni, lesioni interne, emorragie. Alla testa, la più grave, alle gambe, al dorso, alle braccia. Focolai emorragici o ecchimotici localizzati dappertutto, infiltrati di sangue nello spessore dei seni durali, dell’encefalo, del cuore, dei polmoni, della milza. Per la perizia la morte è dovuta ad insufficienza cardiocircolatoria a seguito delle lesioni al capo, al tronco e agli arti. Si parla anche di un vistoso edema cerebrale e di ampi focolai contusivi ai lobi polmonari inferiori. I colpi sono numerosissimi e ripetuti, specie al capo e al tronco. Le lesioni sono dovute all’azione di corpi contundenti, bastoni, sfollagenti o corpi contundenti a maggior superficie o naturali.

I periti legali sottolineano la loro meraviglia per il comportamento stoico del nostro compagno che si limitava a lamentare solo una forte cefalea quando non una parte del suo corpo era libera da dolori lancinanti. Noi non ci stupiamo. Nonostante i dolori al capo causati dalle fratture e dallo stillicidio emorragico interno dovessero essere spaventosi, tali da superare qualsiasi altra sensazione dolorifica in altra parte del corpo, un ragazzo come Franco, cresciuto in orfanotrofi-lager, era purtroppo abituato a non contare sull’appoggio, né sulla solidarietà, né sulla pietà degli altri. Solo con se stesso, teso alla difesa di se stesso, con le sue sole forze.

I periti legali non si stupiscono però della fine repentina di Franco. Sostengono che l’improvviso coma fu dovuto alla emorragia interna extradurale di cui non si erano avuti in precedenza sintomi evidenti e che un’operazione chirurgica non avrebbe dato risultati positivi.

Noi non accettiamo questa tesi.

La causa della morte è stata l’emorragia intracranica. È vero che Serantini aveva numerose lesioni traumatiche e potrebbe insorgere il dubbio che fu l’insieme delle lesioni a portarlo alla morte, ma la sola, la più grave, quella di per sé sufficiente a causare la morte è stata l’emorragia cranica. La repentinità della morte, circa un’ora dallo stato di coma al decesso, è tipica del trauma cranico. È ipotizzabile che la natura delle lesioni fosse dovuta a mezzi contundenti naturali (pugni, calci) e ad altri come la canna o il calcio del fucile. Infatti la lesione mortale fu causata da un corpo contundente a superficie stretta, canna o calcio di fucile, data la gravità della lesione ossea ed encefalica. Franco avrebbe potuto essere salvato. I sintomi che accusava, sonnolenza, torpore, cefalea, atonia muscolare tale da richiedere l’aiuto di terze persone per camminare, come avvenne in realtà durante la visita medica, avrebbero dovuto costituire un sintomo di un certo allarme per il medico che lo visitava. Lo stato di Serantini era quello di un soggetto con una vistosa ecchimosi all’occhio sinistro, colorito terreo, deformazione del cranio, eppure fu rispedito in cella dopo una visita di pochi minuti.

Anche da un esame obiettivo della perizia medico-legale, dunque, risulta più che mai evidente la responsabilità diretta e totale della polizia (e successivamente del medico del carcere, Dr. Mammoli) nella morte dell’anarchico.

Serantini è stato ammazzato due volte. Dai poliziotti che lo massacrarono e dal cinismo del dottor Mammoli per il quale evidentemente un detenuto in quelle condizioni non poteva che essere un simulatore. Ma i responsabili della sua morte oltre ai poliziotti, e al Mammoli, che non ritenne neppure necessario concedergli un posto letto in infermeria, sono il direttore del carcere Occhipinti e tutti coloro che avendo il dovere di intervenire non hanno prestato a Franco le minime cure.

Noi non fidiamo nella giustizia di questo tipo di società perché il sistema che ha voluto e permesso l’assassinio di Franco non colpirà mai gli esecutori. Ci affidiamo al senso di giustizia del popolo, che già seppe smascherare gli assassini di Pinelli e i mandanti della strage di stato, fidiamo nel popolo oppresso che lotta contro il fascismo tradizionale e contro quello che si annida e cresce in seno all’apparato politico statale.

Laura Landi

Quando l’articolo è già composto, ci informano che il “dottor” Mammoli è stato indiziato di reato per omissione di soccorso e che per omicidio sono stati indiziati dieci “baschi neri”.

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