A rivista anarchica n18 Febbraio 1973 Le manette sulla città. Più uomini e più potere alla polizia – Licenza di sparare – La nuova-vecchia politica dell’ordine pubblico – Lo “stato di polizia” è una costante nella storia d’Italia. di R. D. L.

Proposta di legge sul fermo preventivo di polizia; aumento dei contingenti di PS (5.000 nuove unità che, con i 3.000 carabinieri richiamati nel ’71, si aggiungono ai 150.000 già in servizio attivo); licenza di sparare per motivi di “ordine pubblico” (assassinio di Franceschi e ferimento di un altro giovane a Milano, ferimento di due manifestanti anti-M.S.I. a Torino)….

Da un paio di mesi la polizia s’è guadagnata un posto eminente nelle cronache e nei commenti. Un posto meritato (e proporzionato alla funzione centrale che la repressione poliziesca svolge nella presente fase politica), perché non è irrilevante che nello spazio di pochi giorni la polizia abbia sparato alla schiena di giovani inermi (quindi chiaramente con scopi terroristici e non difensivi). Non è irrilevante l’aumento delle forze di polizia in un Paese che ha il più alto numero di poliziotti d’Europa, in rapporto alla popolazione (il doppio dell’Inghilterra, il triplo dell’Olanda). Né irrilevante è la proposta di ampliare i poteri di una polizia che, ad esclusione dei regimi fascisti e pseudo-socialisti, ha già i più ampi poteri del mondo!

il fermo di polizia

Oggi, martedì 16 dicembre 1969, il fermato Giuseppe Pinelli viene rilasciato e torna in libertà“. Così la mano di un poliziotto della questura di Milano scriveva sull’apposito registro, il giorno dopo l’assassinio dell’anarchico. Ciò avveniva nello stesso mese (dicembre ’69) in cui venivano limitati formalmente, come mai prima d’allora, i poteri della polizia, scatenando i dolorosi lamenti di poliziotti e “benpensanti”. Si parlò, allora, di un vero e proprio disarmo morale della polizia, di cedimenti dello stato di fronte alla delinquenza ed alla sovversione, di anarchia dilagante. Preoccupazioni ingiustificate, che dovrebbero sparire al solo pensiero che, nonostante quelle nuove disposizioni liberali, la polizia ha sempre fatto quel che voleva, con zelo e precisione. Come dimostra la vicenda del cittadino Pinelli, che formalmente risulta essere stato “rimesso in libertà”.

Se si tengono presenti le cronache poliziesche degli ultimi anni, si vede che in fondo le nuove disposizioni sul fermo di polizia e sulle perquisizioni domiciliari, proposte dal governo Andreotti, non servono che a legalizzare in buona parte quello che la polizia fa, ha sempre fatto e sempre continuerà a fare (in buona parte, perché solo un regime di carattere nazista potrebbe legalizzare l’intero operato delle forze dell’ordine).

È certo, comunque, che le nuove disposizioni proposte sono particolarmente gravi e ci riportano alla spudoratezza repressiva dell’epoca fascista. Nel progetto di legge in esame si afferma testualmente che gli sbirri possono fermare “la persona la cui condotta, in relazione ad obiettive circostanze di tempo e di luogo, faccia fondatamente ritenere che stia per commettere reati, ovvero costituisce grave e concreta minaccia alla pubblica sicurezza“. Come si vede, si dà alla polizia l’assoluta licenza di fermare i cittadini con il solo pretesto che qualche sbirro pensi che stiano per commettere un qualsiasi reato.

escalation

La proposta di legge, il grilletto facile, la presenza costante della polizia davanti alle scuole e alle fabbriche in lotta… tutto lascia ritenere che in Italia siamo di fronte a una escalation del potere poliziesco.

In effetti, dopo la breve parentesi degli anni ’63-’67, anni di relativa pace sociale durante i quali, si preferisce una politica dell’ordine pubblico moderata e conciliativa, dal ’68 rientra di scena la polizia che spara sui dimostranti, che uccide con i candelotti, con i calci dei fucili, con i manganelli. Avola, Battipaglia, i fatti della Bussola sono il campanello d’allarme di un ritorno all’uso della polizia che richiama i tempi bui di Scelba è Tambroni. Dopo il fallimento politico del centro-sinistra, le esigenze della destra politica ed economica spingono nuovamente per il ritorno alla linea dura, alla polizia come unico colloquio con le classi inferiori.

Non possiamo però considerare nuova questa politica dell’ordine pubblico, è più esatto parlare di “corsi e ricorsi storici” nell’uso della polizia. C’è una costante nella nostra società: lo “stato di polizia”, che è il frutto logico di un sistema basato sulla disuguaglianza economica e sociale. Quanto più l’equilibrio di questo sistema viene intaccato dal basso verso l’alto tanto più si accentua l’aspetto poliziesco e violento del potere; quanto più regna la pace sociale, tanto meno incide l’uso della polizia, la cui attività si incanala allora in una opera di “prevenzione”.

Con l’esplosione della contestazione studentesca del ’68, e “l’autunno caldo” operaio del ’69 il clima forzatamente disteso che si era instaurato in Italia fallisce clamorosamente. La risposta del potere è il ritorno alla violenza, alla polizia. Il suo uso è però diversificato fra gli studenti e gli operai; dopo Avola e Battipaglia, non vi sono più morti proletari, d’altra parte la polizia è sempre più spesso presente nelle lotte sindacali; per sfondare i picchetti, per denunciare, è più un’opera di prevenzione che di repressione, un monito per gli operai in lotta a testimoniare che oltre un certo livello di combattività è pronta a scatenarsi la violenza di Stato.

Contro gli studenti e le avanguardie rivoluzionarie, l’opera di prevenzione-repressione è più dura, le “morti accidentali” più frequenti: Ardizzone, Pardini, Saltarelli, Serantini…, l’elenco è più lungo. Ma se è possibile riconoscere in queste uccisioni un’escalation del potere poliziesco in Italia, è anche vero che i massacri indiscriminati degli anni ’50 non si ripetono; oggi il morto in piazza non è premeditato, piuttosto preventivato.

Il motivo non risiede certo in una polizia più democratica, la ragione è nel diverso “sovversivo” che oggi si trova a fronteggiare la polizia: non più il contadino meridionale, solo nella sua lotta contro la miseria secolare, ma lo studente, che per quanto sia rivoluzionario e sovversivo, per la polizia è sempre un “figlio del padrone”, perciò la sua vita è più importante e difesa, la sua morte più scandalizzante per l’opinione pubblica “che conta”. In definitiva se di escalation possiamo parlare, non dobbiamo stupircene, non è altro che una conferma della continuità storica dello “stato di polizia”, l’unico stato possibile.

le origini

Finora abbiamo parlato genericamente di polizia, mentre come è noto esistono due corpi militari che svolgono funzioni di polizia e cioè i carabinieri e la PS. Questi due corpi sono nati, se non in contrasto, certamente da matrici diverse, anche se entrambi hanno visto la luce nello stato sabaudo che, conquistata l’Italia con le vicende a tutti note, estende all’intera Penisola le sue strutture politico-amministrative.

Il Corpo dei Carabinieri, solo in seguito integrato nell’esercito e divenuto “Arma”, è costituito nel 1814 nel quadro della restaurazione socio-politica che fa seguito all’età napoleonica. Creato dall’aristocrazia, nasce come forza di reazione non solo per salvaguardare il ristabilito ordine sociale, ma anche col nuovo scopo di frenare, militarmente, la scalata borghese al potere. È infatti il primo corpo di polizia come lo si intende modernamente, cioè un nuovo organismo capace di difendere l’assetto politico esistente dall’attacco che nuove forze politiche stanno muovendo. Viene anche appositamente costituito un ministero di polizia (detto del “buon governo”!) per disciplinare questa nuova attività repressiva, ma la prima vittoria borghese, in questo campo, è proprio l’eliminazione del ministero di polizia e l’integrazione dell’Arma dei Carabinieri dapprima nel ministero degli Interni, poi in quello della Difesa, dove rimane sino ai nostri giorni.

Raggiunto un maggiore potere, la borghesia preferisce creare un nuovo corpo poliziesco: la Guardia Nazionale, costituita sul modello francese di spirito più liberale, perché eserciti un contrappeso alla forza armata dell’aristocrazia (i carabinieri). Il dualismo di polizia, ancora oggi esistente, trova qui la sua origine storica. Col tempo, tuttavia, la divisione diviene piuttosto divisione di compiti che di intendimenti. I Carabinieri infatti si caratterizzano come polizia militare e a dislocamento rurale, mentre la Guardia Nazionale prima perde di importanza e poi viene soppressa. Nasce al suo posto il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, cui vengono affidate le funzioni di polizia nelle città. È questa l’espressione compiuta della borghesia ormai al potere che tende a difenderlo e a salvaguardarlo dagli attacchi che altre realtà sociali cominciano ad abbozzare. Siamo già lontani dallo spirito liberale che aveva caratterizzato la Guardia Nazionale, la PS è a tutti gli effetti lo Stato di fronte ai cittadini, la sua espressione più violenta ed estrema. Compito precipuo del corpo di polizia è il “mantenimento dell’ordine sociale”; la PS si erge a salvaguardia dello status quo e della “rispettabilità borghese”.

È interessante rilevare che pur essendo nata l’Arma dei Carabinieri in funzione anti-borghese, con la sconfitta dell’aristocrazia, i carabinieri diventano uno strumento dei nuovi padroni.. Questo passaggio è indicativo della natura di polizia: corpo armato al servizio del potere.

la prefettocrazia

Con l’unificazione dell’Italia si sviluppa un processo di accentramento all’interno delle forze di Polizia, che si inserisce nel quadro generale di un fortissimo centralismo statale, perseguito dalla nuova classe dirigente per frenare le spinte centrifughe sia della destra reazionaria, sia delle nuove correnti democratiche, soprattutto mazziniane. All’interno della PS si gettano le basi della “prefettocrazia”, così come la definirà il Salvemini: i prefetti diventano i rappresentanti del potere esecutivo nelle province, pur dipendendo amministrativamente dal Ministero degli Interni, e ricoprono la carica specifica di “capo della polizia”.

È appunto nell’Italia post-unitaria che per la prima volta si parla di “stato di polizia” e l’uso preferenziale che si fa della polizia per “risolvere” i problemi sociali giustifica ampiamente il termine. Non solo, ma è proprio in questo periodo che aumentano i poteri della polizia con l’adozione della formula cara alla “destra storica”, che rimarrà un retaggio di tutti i governi italiani sino ai nostri giorni, cioè “prevenire è meglio che reprimere“. Il che altro non vuol dire che mettere l’avversario in condizioni di non poter agire, attraverso le più gravi sopraffazione dei diritti individuali. Risale a questo periodo, nel quadro dello strapotere dato alla polizia, l’istituzione dell’autorizzazione di PS in tutta una serie di attività commerciali e produttive.

Con l’andata della “sinistra storica” al potere, nel 1876, la tendenza non s’inverte, anzi sono gli anni delle durissime persecuzioni contro l’Internazionale. Nasce proprio in questo periodo, nel quadro della prevenzione, l’uso di agenti provocatori infiltrati nelle sezioni dell’Internazionale. Anche questo diverrà un normale costume poliziesco.

Durante questo periodo storico, che dalla nascita dello stato italiano arriva sino al fascismo, si chiarifica maggiormente la diversa funzione delle due forze di polizia: la PS viene adoperata soprattutto nell’opera di prevenzione e agisce nelle città, tant’è che, in un tentativo di dare corrispondenza più esatta tra funzione e denominazione, cambia il nome con quello di Corpo delle Guardie di Città. La repressione violenta, soprattutto nei frequenti moti contadini, viene invece affidata ancora ai carabinieri. Questi stanno a loro volta sostituendo nelle azioni repressive l’esercito, che prima era il normale antagonista di chi manifestava contro il potere. Era stato infatti l’esercito, ad esempio, a reprimere in Sicilia i Fasci rivoluzionari del 1893-94; era stato l’esercito a sparare sulla folla nelle tragiche giornate del ’98 a Milano…. D’ora in poi, l’esercito sarà usato raramente in funzione di ordine pubblico, carabinieri e polizia, assolveranno la duplice funzione di prevenzione e repressione.

il fascismo

Il fascismo non rappresenta un rovesciamento e un’inversione del regime “liberale” per quanto riguarda l’uso della violenza di stato, ma soltanto un mutamento nell’organizzazione di questa violenza ed una sua accentuazione. Il fascismo, sia ben chiaro, non istituisce lo “stato di polizia”, tale lo stato italiano era prima, tale continuerà ad essere dopo. L’uso di classe della polizia è identico prima, durante e dopo la dittatura fascista. Sotto il fascismo si arriva alla sublimazione della prevenzione come costume poliziesco, impedendo la stessa possibilità di esprimersi e di organizzarsi sotto la cappa di piombo che forma l’intero apparato statale; il fascismo è la cristallizzazione autoritaria di uno stato che era già poliziesco.

Pur mantenendo la maggior parte delle strutture, come il prefetto, vi sono comunque dei mutamenti nel “panorama poliziesco” di quegli anni. Accanto ai carabinieri, “arma benemerita”, lo stesso Mussolini fonda la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. A parte la retorica che ha circondato questa milizia, la sua nascita si deve ad un calcolo politico di Mussolini, che con un atto legalizza le squadracce nere, togliendole così alla discrezionalità dei “ras” locali e tende a neutralizzarle in quanto possibili strumenti di potere alternativo al suo.

La sua funzione è stata quasi totalmente folcloristica, tranne al confino dove si distinguevano per la brutalità. Il motivo per cui vegeta per l’intero ventennio si deve alla volontà di Mussolini che fonda e potenzia organizzazioni repressive in potenziale contrasto fra loro al fine di ottenere un più ampio margine di sicurezza personale attraverso il reciproco spiarsi di questi organismi.

Operando in questo senso il “duce”, ricostituisce il Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza, al cui commando mette Arturo Bocchini, che possiamo considerare il braccio destro di Mussolini e il responsabile delle attività poliziesche del regime. Proprio sotto di lui viene stilato il testo unico di PS, che ancor oggi è il testo valido per la polizia “in regime democratico”.

la gestapo italiana

Altri strumenti propri del fascismo sono gli ispettorati speciali di PS che, noti col nome di OVRA, rappresentano la vetta del sistema poliziesco del ventennio. L’OVRA non è altro che la polizia segreta fascista per la sicurezza dello stato, un equivalente della Gestapo nazista all’italiana. All’italiana per due motivi: primo perché non ha mai raggiunto l’efficienza e l’efferatezza della sorella tedesca, secondo perché non è una novità dell’organizzazione poliziesche italiana, che l’ha avuta in precedenza e continuerà ad averla anche dopo la caduta del fascismo con altro nome e, forse, con altra gente. Le azioni dell’OVRA sono state soprattutto dirette a stroncare l’antifascismo, ma le stesse frange fasciste, più o meno contrarie a Mussolini, hanno avuto le attenzioni della polizia segreta, in effetti l’OVRA ha formato uno stato nello stato, utilizzate come scudo personale del duce e come strumento diretto del suo potere.

la polizia nello “stato democratico”

Nell’incandescente situazione politica che segue l’armistizio del ’43, tra le primissime preoccupazioni del governo Badoglio è la ricostituzione del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, cui vengono “concesse le stellette” e quindi l’integrazione nelle forze armate. È un gesto significativo che testimonia una precisa volontà nella gestione dell’ordine pubblico, che non cambierà nemmeno con l’avvento della Repubblica nel ’46.

La preferenza si dà alla PS, anziché ai carabinieri, per due motivi: in primo luogo essa, non avendo fatto la guerra, non è scompaginata come i carabinieri; in secondo luogo, non essendosi schierata con nessuna delle due parti (fascisti e antifascisti), mentre i carabinieri erano rimasti leali alla corona, le si può attribuire maggiore affidamento di imparzialità! Quindi si intende affidare l’ordine pubblico, in una società nata dalla lotta antifascista, a chi a questa lotta non ha partecipato. Giusto per mantenere questa “imparzialità” della PS; le viene integrata anche la PAI (Polizia dell’Africa Italiana), polizia fascista e biecamente razzista, guidata dai caporioni del ventennio.

Tutto ciò di cui sono capaci quei “rivoluzionari” del CLN è di fare entrare un certo numero di partigiani nella PS. Ma, naturalmente, i risultati di questo ridicolo tentativo di collegare la polizia alla Resistenza sono prevedibilmente fallimentari. L’organismo poliziesco reagisce ai “corpi estranei” fagocitandoli oppure rigettandoli.

Con la fine del governo militare alleato, i funzionari di nomina resistenziale si trovano di fronte alla scelta di entrare in servizio di carriera e farsi esecutori passivi delle disposizioni avute dall’alto o di andarsene. Quasi tutti preferiscono la seconda via e di 133 prefetti immessi dalla Resistenza, ne rimangono 8. Con un provvedimento amministrativo si elimina anche a livello di truppa i partigiani entrati nella PS, si tratta come si esprime una fonte ufficiale: “Di ricomporre, nell’assoluta legalità, le file di un organismo che (…) aveva perduto la fisionomia di una forza ordinata e inquadrata su adeguate basi normative”. Il che vuol dire che i fascisti, già nella PS, e i razzisti e colonialisti della PAI rispondono a questi requisiti, i partigiani no.

La forza motrice della nuova restaurazione è indubbiamente la Democrazia Cristiana, che pur non potendosi riallacciare all’immediato passato, continua però la tradizione italiana dello “stato di polizia”.

Il sistema della prevenzione è sempre in auge. Basti dare alcune cifre: le spese per i “confidenti” passano da 8 milioni nel ’48 a 112 milioni nel ’49.

nasce la celere

La polizia è di nuovo lo stato in piazza contro gli operai e i contadini, contro gli sfruttati l’unica risposta è lo scontro, la repressione violenta. È appunto del ’47 la costituzione dei reparti celeri di PS, che diventano la punta d’assalto delle forze poliziesche. Mario Scelba, ministro degli Interni dal ’47 al ’51, né è il padre putativo. Nello stesso ’47 si procede, con circolare ministeriale, alla soppressione di quei diritti politici che la Resistenza ha conquistato con le armi: si vietano le assemblee e i cortei all’interno delle fabbriche, si proibiscono gli assembramenti, si sciolgono con la forza le riunioni non autorizzate, si impedisce qualsiasi forma di critica contro il governo e, in particolare, contro il ministro Scelba, si sciolgono con la forza tutta una serie di amministrazioni comunali e provinciali di sinistra “per ragioni di ordine pubblico”. Ricominciano gli arresti massicci dei militanti del movimento popolare, piovono le denunce.

Le analogie con i sistemi fascisti sono la testimonianza più viva e indiscutibile che lo “stato di polizia” è l’unico possibile in Italia; liberali, fascisti, democristiani sono il filo diretto della repressione anti-popolare che testimonia la continuità storica dello “stato di polizia”. In questo periodo aumentano i contingenti di PS, che passano a 75.604 nel ’49, mentre carabinieri e guardie di finanza raggiungono circa le 180.000 unità. Si dilatano anche i bilanci della pubblica sicurezza 93,3 miliardi nel biennio ’49-’50.

Mancano cifre ufficiali, o comunque certe, dei morti uccisi dalla polizia in questo periodo (un parziale elenco è stato già fatto sul numero 13 di questa rivista in “Morti senza telegramma”); una cifra approssimativa per difetto segnala 75 omicidi tra il ’48 e il ’54. Lo scelbismo, che possiamo definire come la politica dell’ordine pubblico sotto il centrismo, è una necessità padronale per la ricostruzione e la riorganizzazione della vita economica: bisogna scoraggiare gli operai, e soprattutto i contadini, dall’intraprendere una lotta sindacale e politica che può mettere il bastone fra le ruote alla politica economica che si intraprende. Ecco perché l’unica risposta alle rivendicazioni popolari era la linea dura: la polizia come unico dialogo con le classi subalterne.

Dalla sconfitta della legge truffa, nel ’53, che segna la crisi del centrismo, i piani governativi cambiano rotta (sfoceranno dieci anni dopo nel centro-sinistra) ed anche l’uso della polizia subisce un mutamento, analogo a quello “giolittiano”. Si ritiene più utile, anziché continuare nella politica della repressione ad oltranza, tendere all’integramento dei “sovversivi” nel sistema. Nella seconda metà degli anni cinquanta infatti si prevede già di assorbire un partito di sinistra nell’area governativa. È chiaro che per un’azione di questo tipo è necessario riprendere il dialogo, anche se limitato, con le forze popolari. La tattica terroristica del periodo scelbiano tende perciò a diminuire, anche se i 19 morti del periodo ’51-’59 denunciano che quando le pressioni popolari salgono oltre un certo livello, l’unica risposta è sempre la polizia e la violenza.

È interessante notare quanta cura mette la DC nel giustificare l’operato della polizia che spara e uccide. Un’abile propaganda giustifica sempre tali omicidi come “luttuosi incidenti”, cercando di farli considerare dall’opinione pubblica come eventi inevitabili. Così si esprime una circolare ministeriale del ’57, che ribadendo l’inevitabilità di tali “incidenti”, aggiungeva che tali episodi avvengono: “(…) o per accertati motivi casuali e accidentali o comunque esulanti da ogni responsabilità delle forze di polizia”. È questa una delle testimonianze ufficiali più lampanti sull’impunità della polizia.

L’ultimo tentativo di “pace sociale armata” che fa la DC, nella persona di Ferdinando Tambroni, sono gli avvenimenti del luglio ’60.

L’ex centurione della milizia fascista, Tambroni tiene il ministero degli Interni dal ’55 al ’58, ed in questa sua reggenza aveva instaurato un metodo di lavoro ed un uso della polizia che riprende i più tipici sistemi fascisti, a lui ben noti. Costituisce infatti un “ufficio psicologico” di polizia e un “ufficio speciale di polizia politica”, chiaro tentativo di creare un’altra OVRA.

Lo scandalo SIFAR, del luglio ’64, è l’esempio più fulgido per comprendere le iniziative tambroniane degli anni ’50.

Gli avvenimenti del luglio ’60, che partono dalla rivolta del popolo di Genova contro il raduno fascista, non sono tuttora dimenticati: dodici morti nelle piazze italiane, la polizia scatenata (40 minuti di fuoco ininterrotto a Reggio Emilia). D’altra parte questi fatti drammatici rappresentano uno spartiacque tra due modi di usare la polizia; con la restaurazione democratica del governo Fanfani, e il centro-sinistra alle porte, nasce la nuova politica dell’ordine pubblico: si privilegiano le cariche alle sparatorie, i candelotti alle bombe a mano, le lezioni esemplari ai massacri indiscriminati.

Se negli anni che vanno dal ’63 al ’67 nessun morto funesta le piazze, la polizia ricopre però un compito relativamente nuovo nella società italiana: comincia a svolgere una funzione anti-sindacale e anti-operaia. Sinora gli scontri erano avvenuti o nelle piazze per motivi politici o contro i contadini, soprattutto meridionali, che erano stati protagonisti del dopoguerra.

I primi sintomi del risveglio operaio si hanno alla FIAT nel ’62, quando dopo otto anni in cui il colosso industriale non ha perso un’ora di lavoro, cominciano i primi scioperi per il rinnovo del contratto. La risposta immediata della FIAT è la polizia in fabbrica, impedendo i picchetti, fermando, bastonando, denunciando i militanti più attivi.

La magistratura interviene solo per avallare l’operato della polizia. D’altronde la connivenza tra magistratura e polizia è ovvia, dato il rapporto di complementarietà funzionale esistente tra le due istituzioni repressive. La collaborazione tra di esse è resa ancora più stretta dal fatto che, essendo sempre rimasta sulla carta la costituzione di una vera e propria polizia giudiziaria, la magistratura lascia alla polizia lo svolgimento di indagini, gli interrogatori, ecc., in sua vece.

Prima di esaminare i metodi di azione usati dalla polizia nello “stato democratico”, è interessante conoscere in quale contesto giuridico e politico si muove. Sebbene risorga a nuova gloria in una Repubblica democratica, nata dalla lotta antifascista, abbiamo già visto che i suoi caratteri fondamentali non cambiano (perché non possono cambiare essendo connaturali alla sua funzione).

il Testo Unico di PS

Solo gli ingenui si stupiscono che il famigerato Testo Unico di PS, filiazione fascista, è ancora oggi l’unico testo valido cui si ispira la politica dell’ordine pubblico. Naturalmente accanto al testo unico e al regolamento di polizia esistono innumerevoli leggi, disposizioni, regolamenti, e nello stesso testo sono stati fatti alcuni (pochi) cambiamenti o perché ritenuti incostituzionali o perché caduti in disuso o perché superati da altri articoli di legge. Ma tutto sommato nella Repubblica democratica le forze di polizia si muovono ancora secondo i criteri ritenuti validi dal fascismo e ribaditi tacitamente dal nuovo regime, che non li ha abrogati.

Quali quindi i criteri che muovono l’attuale polizia italiana? Possiamo segnare in quattro i concetti cardini del T.U.: la generalità, la discrezionalità, la politicità e l’impunità. Tutti concetti che servono a dare alla polizia uno spazio vasto di azione, anche se questa azione va in realtà anche contro le stesse leggi del potere (ma in determinate situazioni nelle quali la lotta delle classi subalterne raggiunge livelli più alti e pericolosi per il potere, si capovolge il criterio per il quale la forza esiste per difendere il diritto e di fatto è il diritto che difende la forza). Per generalità si intende la vastità delle competenze e delle attribuzioni lasciate alla polizia, dal ministro degli interni all’ultimo agente.

È di fatto lo straripamento della polizia in tutte le attività sia della collettività che del singolo, una tutela non richiesta, ma imposta che tuteli lo stato e la sua dottrina in ogni manifestazione, anche la più privata. È la più fascista delle libertà che si dà alla polizia che tende ad imbavagliare il cittadino anche nella sua vita privata.

Agganciata alla generalità, che sarebbe l’ampiezza quantitativa del potere che le leggi di polizia concedono alle forze di polizia, sta la discrezionalità, che sarebbe invece l’ampiezza qualitativa. Si collega questa attribuzione a quell’aspetto dello stato poliziesco che tende, in situazioni ritenute pericolose per l’ordine pubblico, a permettere alla polizia di agire anche contro la legge o al di sopra della legge. Basti un esempio dei più noti e frequenti per sottolineare la discrezionalità dell’operato della polizia: le manifestazioni vietate per motivi di ordine pubblico.

Dietro questa formula di rito, mai dettagliatamente spiegata o dimostrata, si erge la discrezionalità della polizia.

Questo non è altro che il “diritto di polizia”, infatti compito della polizia non è più solamente far applicare la legge, ma fare la legge.

Terzo criterio base del T.U. è la politicità della polizia. È più una forma che un contenuto, ma è appunto sulla vaghezza e l’indeterminatezza di vari articoli che si lascia alla polizia di giudicare quali siano le persone socialmente pericolose che debbono essere perseguite con i cento modi di prevenzione che può usare l’autorità poliziesca.

Ultimo, ma non certo il meno importante, dei quattro concetti base del T.U. è l’impunità delle azioni di polizia. Non si tratta dell’impunità che proviene dalla protezione statale, come abbiamo precedentemente visto, ma dell’impunità fatta legge, cioè dalla impossibilità tecnica per il cittadino che è stato leso nei suoi diritti a procedere penalmente contro i reati della polizia. Sulla carta c’è la possibilità di ricorrere contro le azioni subite dall’autorità di PS, ma questa possibilità viene intralciata dalla legge che difende qualsiasi operazione di polizia avvenuta per atti politici, solo per gli atti amministrativi si può intraprendere un’azione penale. Il che vuol dire, dato che non c’è nessun regolamento che differenzia gli atti politici da quelli amministrativi, che qualsiasi operazione di polizia può essere giudicata politica e quindi soggetta ad impunità.

le torture

È ormai chiara la linea di azione che la polizia segue per il conseguimento dei suoi fini: la prevenzione come tattica sistematica, la repressione più o meno violenta, nelle situazioni critiche per il potere. Vediamo praticamente come consegue i suoi fini.

Nella vasta opera di controllo e contenimento della situazione certamente gli aiutanti più validi sono il numeroso esercito di spioni e confidenti assoldati a tale scopo o costretti a farlo con varie forme di pressione o di ricatto. In Italia infatti non esiste, o quasi, la polizia scientifica che da un capello sul sofà risolve il clamoroso caso: lo testimoniano le spese ufficiali del bilancio di PS nel quale ammontano a 1.400 milioni le spese per i confidenti e a 800 milioni le spese per la polizia scientifica e giudiziaria.

Come abbiamo detto c’è una categoria di “confidenti forzati”. In questa categoria rientrano, perlomeno potenzialmente, molte di quelle persone che dovendo richiedere l’autorizzazione di PS per la loro attività lavorativa sono esposte all’arbitrio dei poliziotti cioè: edicolanti, negozi di armi, teatri, cinema, tipografie, affittacamere, sale da ballo, agenzie di vario tipo, tassisti, portinai, investigatori privati, maestri di sci, ecc. ecc. Come si può vedere da questo vasto campionario, moltissimi sono gli agganci per una vasta rete di informatori, anche non volenti, a vari livelli.

Tra gli strumenti polizieschi “preventivi”, non vanno dimenticati il foglio di via “per chi non dia contezza di sé” (e naturalmente è la polizia che decide se il cittadino la dà o non la dà questa “contezza”) ed il moderno metodo di “spionaggio comodo” con le intercettazioni telefoniche con le quali la questura entra “discretamente” nelle case dei cittadini. (A questo proposito è bene ricordare che la magistratura durante lo scandalo SIFAR aveva firmato a scatola chiusa un blocchetto di autorizzazioni per intercettazioni telefoniche).

Ben più gravi sono i metodi usati nella fase di repressione violenta, di cui già abbiamo dato alcuni esempi: sparatorie, cariche, pestaggi ai fermati.

Non ultimo è l’uso della “tortura blanda” agli indiziati al fine di estorcere la sospirata “confessione” (vera o falsa) che tanto lustro porta all’abilità della polizia.

A seguito di precise accuse, è stata fatta nella seconda metà degli anni cinquanta un’indagine parlamentare che porta alla scoperta ufficiale (e quindi estremamente per difetto) di 315 casi di tortura moderata in uso nelle questure italiane. Comunque per non andare lontano nel tempo, basta ricordare e la vicenda dei carabinieri torturatori di Bergamo, per constatare che al fine di ottenere la “confessione” certi metodi sono ancora in uso. C’è però una differenza tra l’indagine ministeriale nella vicenda dei carabinieri di Bergamo, infatti allora non si procede contro nessuno, perché si scusa, come al solito, la polizia affermando che si tratta di interpretazione di alcuni e non di un uso corrente da parte della polizia. I carabinieri vengono invece imputati e condannati. Ma non si cada nell’errore di credere a una violazione dell’impunità che protegge la polizia, in realtà i carabinieri hanno voluto strafare inserendo nei malcapitati cittadini anche dei “tranquilli borghesi”, gente per bene che naturalmente è stata creduta e alla quale si possono sacrificare anche undici carabinieri e un po’ di prestigio delle forze di polizia. Un fatto parallelo non è mai avvenuto per le accuse frequenti che i “sovversivi” o la “plebaglia” lanciano contro la polizia, per questi vige sempre la legge dell’impunità e della copertura politica del potere.

un’industria del Sud

La polizia è stata definita a ragione come una “industria del meridione”. Infatti basta guardare le statistiche di arruolamento per constatare che l’80% dei poliziotti proviene dal centro-sud. Sono tutti giovani che si trovano davanti all’alternativa di emigrare o entrare nella polizia. Quelli che scelgono la seconda soluzione lo fanno anche per motivi psicologici: nelle zone sottosviluppate del meridione l’operaio e il contadino godono di minore considerazione sociale del poliziotto e del carabiniere. La divisa e l’autorità – anche se minima – che ne deriva li porta a considerarsi partecipi di quel potere che come lavoratori li schiaccia e come poliziotti li protegge.

Disoccupazione e miseria sono dunque le molle principali che spingono il proletario ed il sottoproletario meridionale a entrare nella polizia. La loro provenienza da una situazione di sottosviluppo economico e culturale, d’altronde, facilita il compito di rieducazione cui vengono sottoposti gli aspiranti poliziotti negli appositi corsi di addestramento (sei mesi per la PS, nove per l’arma dei CC).

In questi corsi, per quanto riguarda l’aspetto culturale, ci si limita a poco più che ai rudimenti della lingua italiana (soprattutto verbi come proibire, vietare, favorire, circolare, sciogliersi, sgombrare ed alcuni sostantivi come autorizzazione, verbale, ordine, vilipendio, oltraggio…) e si insiste su una versione poliziesca dell’educazione civica (Religione, Stato, Governo, Istituzioni, Autorità, ecc.). Si insegna la cieca fiducia nei superiori, dai più diretti ai più alti; si inculca il senso del dovere al di sopra di tutto: credere, obbedire, combattere.

Per quanto riguarda l’aspetto “tecnico” dei corsi di PS, l’addestramento approssimativo all’uso delle armi (pochi colpi per ogni arma) indica già l’impiego prevalente: sparare nel mucchio, sulla folla, un impiego che non richiede molta abilità. Anche l’addestramento al combattimento individuale conferma una preparazione pressoché esclusiva dell’agente in funzione antisciopero, antisommossa, antimanifestazione. Analoghi, quanto a contenuto culturale, i corsi per carabinieri hanno peraltro un’impostazione più “seria” per quanto riguarda gli aspetti militari dell’addestramento.

Sradicato dalla sua originaria cultura contadina, con un bagaglio culturale sovrapposto dall’esterno e che gli rimarrà estraneo tutta la vita, il poliziotto viene immesso nel vivo del tessuto sociale, in mezzo a conflitti di classe di cui gli sfugge il significato. Egli non è certo soddisfatto della sua condizione, del trattamento economico, della disciplina, del suo ruolo di salariato della repressione…. Un poliziotto, in una lettera ad un settimanale, ha scritto pieno di rabbia che lui ed i suoi colleghi di basso rango sono “degli schiavi, dei mercenari, dei venduti e degli affamati”. Questa, come numerose altre lettere scritte ai giornali negli ultimi anni, è sintomatica di un diffuso malcontento. Un malcontento che però sinora si è tradotto (a parte episodiche insubordinazioni), in modo funzionale al potere, in un aumento dell’aggressività di poliziotti e carabinieri verso quelli che funzionari e comandanti indicano loro di volta in volta come gli avversari (scioperanti, studenti, ecc.).

la riforma della polizia

La storia delle forze di polizia, la loro struttura, il loro modo di essere e di operare indicano senza possibilità di dubbio che la loro funzione essenziale non è certo la tutela della sicurezza pubblica da assassini e stupratori, ma quella di braccio secolare del potere (funzione svolta in passato dall’esercito, dal quale del resto derivano per specializzazione, come s’è visto, i carabinieri). La storia della polizia dimostra anche che la violenza della polizia ed il potere ad essa concesso sono determinate non dalle forme più o meno democratiche del sistema politico, ma dalla violenza del conflitto di classe, in cui la polizia combatte per la classe dominante (della quale le sue gerarchie superiori fanno del resto parte).

Suona quindi risibile la pretesa, avanzata da partiti che si ispirano alla lotta di classe, di “democratizzare” la polizia. Non perché la polizia non possa essere meno strapotente e brutale, più rispettosa dei diritti individuali, ecc. (altri Paesi ce ne danno l’esempio), ma perché tali caratteristiche delle forze repressive sono inversamente proporzionali all’asprezza della lotta di classe ed alla forza del movimento rivoluzionario.

R. D. L.

Eia, eia, altolà!

Carlo, 80 anni, artigiano, anarchico dal 1919 mi riceve nel vecchio stabile che gli è servito come laboratorio e come abitazione negli ultimi 30 anni. Avvolto da un vecchio cappotto grigio, con un colbacco spelacchiato, Carlo, seduto al tavolo scricchiolante, tra una boccata e l’altra di pipa, mi fissa con occhi acuti e vivaci.

“Cuntem su”, cosa vuoi sapere da questo povero vecchio?

– Sai che il governo vuol fare una legge con la quale si ripristina il fermo preventivo di polizia; tu cosa ne pensi?

Cosa vuoi che ti risponda, lo stato è in fondo sempre uno stato di polizia. Le regole per mantenere il potere sono sempre le stesse. Quel poco di libertà che abbiamo glielo abbiamo strappato, allo stato. Sarebbe da ingenui pensare che non cerchi di togliercelo di nuovo.

– Tu non hai mai subito il fermo preventivo?

Molte volte, soprattutto dal 1920 al 1940, perlopiù quando venivano a Milano delle “autorità” in visita ufficiale, cioè frequentemente. Spesso però, si riusciva a evitare il fermo, tenendosi informati sui calendari delle visite ufficiali e rendendosi quindi irreperibili in quelle circostanze, andando qualche giorno in campagna o da qualche parente fuori Milano. Chi aveva invece la libertà vigilata, cioè doveva farsi trovare in casa dopo un certo orario, finiva col presentarsi addirittura in questura evitando di essere chiamato.

– Ti ricordi qualche fermo in modo particolare?

Sì, il primo, perché mi è successo proprio il giorno in cui mi sono sposato. Al mattino, in comune, con la solita veloce cerimonia avevo accontentato la mia compagna che non era anarchica; a mezzogiorno con due testimoni siamo andati in trattoria a festeggiare. Nel tardo pomeriggio, come “du piciuncin” ci siamo ritirati in quell’appartamentino che avevo preso in affitto dalle parti di Porta Genova; ed è lì che alle nove di sera “m’han impachetat” e portato prima in questura e poi a S. Vittore.

– In genere a che ora ti venivano a prendere?

Quasi sempre nel bel mezzo della notte, ma alcune volte per essere più d’effetto anche sul luogo di lavoro.

– Come avveniva la “cerimonia” del fermo?

“Nient”. Ci portavano in questura, ci tenevano nel camerone per un po’ e poi, a seconda del numero, ci dividevano e ci trattenevano in questura o ci mandavano a S. Vittore. Ti dirò che in genere venivano a prenderci in tre: un sottufficiale e due “milit”. “Te purtaven dent”, indi ti lasciavano senza neanche le stringhe…. Ah, dimenticavo: l’orologio se era d’oro ti veniva ritirato e segnato come orologio di metallo giallo, sul libro delle ricevute.

– Ma quando vi smistavano e vi mandavano a S. Vittore vi mettevano in un “raggio” speciale, per politici?

Durante i primi fermi il numero era elevato ed in quei casi spesso, dopo averci diviso in gruppi di tre persone, ci chiudevano nelle celle del secondo raggio finché c’era posto, i rimanenti venivano divisi e messi nelle celle dei delinquenti comuni.

– Quanti giorni durava il fermo?

Due, tre, quattro giorni, anche una settimana, a seconda di quanto tempo durava la visita dei regnanti o del duce o delle altre “autorità”.

– Secondo te quali erano i lati più negativi del fermo?

Se avevi un lavoro lo perdevi perché, per quanto il datore di lavoro potesse essere elastico, il fatto che un dipendente perdesse ore produttive o giornate non era ammissibile e perché l’avere un dipendente sovversivo significava trovarsi in casa come niente dei fascisti che ti bastonavano o che ti creavano grane in quanto amico e datore di lavoro di antifascisti.

– Ma come si sopravviveva – in quel clima?

Facendo l’ambulante più o meno clandestino, facendo lo strillone o facendo piccoli lavori come artigiano presso amici. La maggior parte visse 20 anni di miseria. Al compagno Fedeli, per esempio morì il figlio, appena nato, di fame e di stenti, qui a Milano, in un sottotetto in cui viveva con la sua compagna

Annunci

Tag: , , , , , , ,


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: