A rivista anarchica n20 Aprile 1973 Fascisti a Salerno. A cura della Crocenera Anarchica di Milano

Ai fini della strategia politica e territoriale del neofascismo Salerno ha una collocazione di tutto rilievo: su 180.000 abitanti, 8.000 iscritti al MSI. Alle ultime elezioni, il M.S.I. raccolse 12.000 voti, contro i 14.000 della DC e gli 8.000 del PCI.

Questo quadro politico riflette il tessuto sociale di Salerno, una città fortemente scompensata da residui privilegi latifondistici apparentemente antitetici ed il realtà complementari, come in gran parte del sud, ad azzardare recenti imprese industriali messe in piedi da un lato per attingere a basso costo dall’eccedente offerta di forza lavoro (la Provincia denuncia, infatti, 50.000 sottoccupati e 20.000 disoccupati cronici), dall’altro a copertura dell’organizzata associazione camorristica. Quest’ultima proprio a metà luglio ’72, dietro denuncia di polizia e carabinieri – richiedenti l’applicazione della legge antimafia e il soggiorno obbligato fuori dalla Campania per 37 “personaggi” – doveva costituire l’oggetto di un dettagliato rapporto giudiziario di cui si ignora a tutt’oggi il destino.

Su tale composito e dilacerato terreno si instaura facilmente il tentativo di tramutare e deviare le costanti tensioni sociali in propizie occasioni di ribellione, orchestrate e strumentalizzate dall’alta gerarchia fascista, forte anche della vicinanza di Napoli, notorio centro decisionale della strategia terroristica in Italia. È a Napoli che Almirante, Rauti, lo staff dirigenziale del M.S.I. di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, il sodalizio con KYR (servizio segreto) greco, organizzano quotidiane provocazioni; è il porto di Napoli il passaggio obbligato e sicuro del traffico d’armi che i colonnelli inviano ai camerati per l’allestimento di campi paramilitari e per l’attività terroristica, specie nel sud.

Il M.S.I. si sente forte a Salerno: la campagna elettorale è finanziata da elementi come Paravia (fabbrica di ascensori) e dai vari “conservieri”, che apertamente invocano che “vengano spazzati via al più presto” quegli elementi di estrema sinistra che “rompono le scatole con le loro esaltate farneticazioni”; la SNIA Viscosa, scopertamente, affida alla CISNAL il compito di reclutare manodopera “fidata”, finanziando sottobanco, in contropartita, le squadre dell’Agro Nocerino. Il Giornale d’Italia (proprietario Monti) chiama il rione di Fratte ad assumere a Salerno il ruolo assunto dal rione Sbarre a Reggio Calabria, con lo slogan “L’Aquila Reggio: Salerno sarà peggio”. I partiti dell’arco della sinistra tradizionale, pur numericamente rilevanti, sono politicamente assenti, incessantemente assorti e compresi nella spartizione di un potere di sottogoverno locale che richiede un servile e sottile gioco di favoreggiamento della DC. L’arresto di Marini ne dà la misura: mentre l’Avanti! s’affretta a condannare in due righe “l’atto criminoso”, scaturito da una lite tra universitari, esprimendo il proprio cordoglio per il “luttuoso avvenimento”, l’Unità, ferocemente indignata, respinge con veemenza l’ipotesi ventilata che il Marini sia comunista, invoca il ripristino dell’ordine democratico e l’opera solerte della Magistratura “cui sola spetta di far luce”, esorta sindacati e forze antifasciste alla vigilanza onde respingere provocazioni ed evitare atti di violenza “estranei, come coscienza e tradizione, al movimento operaio”. I muri di Salerno si coprono di vistosi manifesti dall’incisivo contenuto: “Solidarietà alla giovane vita (Falvella – vicesegretario del FUAN, n.d.r) barbaramente stroncata da elementi provocatori che vogliono spingere l’Italia nel caos ed attaccare la democrazia”.

Questo ignobile contenuto ripropone tutta intera l’ideologia, la protervia, la demagogia patriottarda e le mire reazionarie della destra nazionale e ben illustra il ruolo del PCI a Salerno ed il grado del suo conclamato impegno antifascista.

Silenziosi e complici gli apparati “democratici”, Almirante può, alla cerimonia funebre, lanciare la sfida del ritorno a fine mese… “per fare il punto politico sul martirio del giovane Falvella”.

Nei 10 giorni seguenti a Salerno vige il coprifuoco: squadre di picchiatori si scatenano alla caccia dell’estremista di sinistra; senza operare sottili distinzioni, randellano democristiani e comunisti e si abbandonano alle consuete manifestazioni teppistiche e ad atti vandalici.

La Questura, ammettendo e deprecando i fatti, non riesce come al solito ad individuare alcun protagonista, mentre sulla bocca di tutti corrono i nomi di Carbone, Senatore, Fasano, Valese e Preziuso. Persino il foglio parafascista Il Tempo di Roma arriva a deplorare le squallide gesta rivolgendo un “caldo, accorato appello a quei giovani di destra che, sottrattisi al controllo dei dirigenti del MSI, dopo i funerali, hanno dato vita ad episodi in un certo senso irrilevanti ma che, perdurando, potrebbero creare una tensione fortissima ed addirittura provocare una reazione dei comunisti e dei gruppi della sinistra extraparlamentare”. Testuale!

In questo clima ha luogo il promesso ritorno dello stato maggiore fascista che vede convergere da tutto il sud frotte di attivisti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Nel corso del comizio, autorizzato dal Ministero degli Interni, Almirante ribadisce il tema, a lui caro, dello scontro fisico, già lanciato a Firenze, e dichiara che i fascisti avrebbero saputo “dar prova del loro stile“.

Centocinquanta teppisti, all’urlo alternato di “Europa – fascismo – rivoluzione” e “Reggio, Salerno sarà peggio”, dato fuoco alle corone delle lapidi commemorative di Giovanni Amendola e dei martiri della Resistenza si precipitano all’assalto della redazione del Mattino.

La “prova di stile” fascista dà voce a cori di deplorazione: persino l’ordine dei giornalisti sforna un comunicato stampa di solidarietà ai redattori del Mattino!

Niente arresti né fermi. Ma, si sa, è tempo di ferie!

Ad agosto, tra i numerosi altri che costellano il sud, s’accerta l’esistenza di un campo paramilitare a Montoro (Avellino): l’antifascismo ufficiale… lamenta, deplora, fa interpellanze.

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La stampa fascista e borghese ha tentato di giocare su Marini, come a suo tempo con Valpreda, la carta del “mostro”, “disadattato”, “fallito”. I giornali della sinistra ufficiale, quando non hanno sparso inchiostro su futili motivi, hanno sorvolato e taciuto su di lui.

Giovanni Marini, nato trent’anni fa a Sacco, piccolo paese campano, emigrò a 10 anni a Salerno con la famiglia. La coscienza e l’impegno politico che lo portarono in prima linea: già a 16 anni mette in imbarazzo i tromboni politici locali che ora scaldano seggi parlamentari. Diciannovenne si diploma in ragioneria con la media dell’8 ma, immediatamente, si vede negare ogni posto di lavoro perché “sovversivo”. Partecipa a tutti i concorsi, supera le prove scritte e viene regolarmente bocciato agli orali perché etichettato “attivista comunista”. Per alcuni anni è costretto a lavori saltuari. A 26 anni si reca al nord, a Monza, ed entra da operaio in fabbrica: pochi mesi ed arriva il licenziamento poiché svolgeva “lavoro politico” con eccesso di zelo e senza scendere a compromessi.

Tornato a Salerno per un ennesimo concorso, che avrà l’esito ormai usuale, vi rimane e prosegue il lavoro politico nei rioni proletari, avendo particolarmente a cuore il sottoproletariato di recente immigrazione. Si impegna su questo problema e scrive, ancor oggi dal carcere, che esso è stato “… liquidato sbrigativamente da Marx ed Engels, nella loro operaiolatria unita all’incapacità di collocarlo nel movimento rivoluzionario, sostenendo che si trattasse di un sottomondo antagonista e sospeso tra sottocultura e beghe con la classe reazionaria…”.

Neppure in carcere rinuncia alla lotta: tra un trasferimento e l’altro, riesce a raccogliere fra i detenuti quaranta firme di protesta contro il fermo di polizia

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