A rivista anarchica n20 Aprile 1973 Libertà per Giovanni Marini. Lottare per la liberazione dell’anarchico Marini significa affermare il diritto a difendersi dalla violenza fascista a cura della Crocenera Anarchica di Milano

Il 7 luglio dello scorso anno a Salerno due anarchici, Marini e Mastrogiovanni, venivano aggrediti da una banda di accoltellatori e pestatori fascisti. Rimanevano feriti il Mastrogiovanni ed uno degli aggressori, il dirigente missino Falvella, il quale moriva poco dopo.

L’aggressione del 7 luglio era solo l’ultimo episodio di una storia di provocazioni che i fascisti di Salerno avevano messo in atto contro Giovanni Marini. Questa storia ha tutti gli aspetti (documentati negli atti del processo) di un’operazione sistematica, condotta con metodo e determinazione per arrivare a togliere di mezzo un nemico politico.

Non si tratta solo di un fatto “personale” fra Marini ed i fascisti. A Salerno c’era sin da prima delle elezioni del 7 maggio una situazione che divenne via via più rovente fino all’aggressione del 7 luglio contro Marini e Mastrogiovanni, per culminare poi in un vero e proprio stato di assedio imposto dalle bande fasciste, in un clima di autentico terrorismo squadrista. Lo testimoniano nientemeno che le dichiarazioni di Rumor poco dopo i fatti del 7 luglio. Lo stesso procuratore della Repubblica è stato costretto, nel novembre scorso, ad aprire un’inchiesta sul neofascismo a Salerno, dopo aver raccolto una valanga di testimonianze, dal novembre del ’71 sino ad oggi, sulle intimidazioni, le minacce, le feroci aggressioni e la violenza squadrista, con cui, secondo i piani di Almirante e dei suoi scagnozzi, Salerno doveva diventare la base fascista per il centro sud della penisola.

un anno di provocazioni

È in questo clima che l’impegno politico coerentemente e concretamente antifascista e il credito cui godeva non solo presso gli anarchici, facevano di Marini un elemento intollerabile per i fascisti locali e per i loro dirigenti napoletani. Per di più Marini era impegnato da tempo in una attività di controinformazione sulle circostanze misteriose che portarono cinque compagni, nella notte del 28 settembre ’70, a schiantarsi contro un camion guidato da un fascista salernitano, di Ordine Nuovo, mentre portavano a loro volta a Roma i risultati scottanti di un’inchiesta sugli attentati di Gioia Tauro e del dicembre ’69.

Per molti mesi Marini fu oggetto di minacce, telefonate anonime, provocazioni continue. Due volte era stato assalito dai fascisti mentre ritornava a casa, fino al punto che sentendosi in pericolo abbandonò per alcuni giorni Salerno. Al ritorno scrisse una lettera in cui denunciava le continue provocazioni, che venne inviata ai giornali con la firma degli esponenti del Manifesto, di Lotta Continua e degli altri gruppi extra-parlamentari. In luglio quattro militanti di Lotta Continua subirono una aggressione armata al bar “Nettuno”, uno di loro ne uscì con una prognosi di 40 giorni. Passarono quindici giorni e fu la volta di Marini, che dopo spallate e gesti provocatori non raccolti, vide il compagno Mastrogiovanni aggredito e ferito con una coltellata ad una gamba dai fascisti Falvella e Alfinito, accorse in sua difesa e nella colluttazione colpì a morte Falvella.

Come sia successo il fatto nei particolari lo spiega lo stesso Marini nella lettera pubblicata dal settimanale anarchico Umanità Nova del 3 settembre 1972. A dispetto dei tentativi di mistificazione delle deposizioni dei fascisti, raccolti a piene mani dal Pubblico Ministero, la versione data da Marini è pienamente confermata dagli atti istruttori. Ed è da notare che per tre giorni dopo il suo arresto, e quindi durante gli interrogatori più importanti, Marini fu stato praticamente privo dell’assistenza di un legale. I pochi avvocati che sulle prime avrebbero accettato di prendere le sue difese furono infatti “dissuasi” con crude minacce dall’accozzaglia di giuristi e squadristi di fama accorsi a difendere Falvella e Alfinito.

la requisitoria del P.M.

La requisitoria del P.M., Alfonso Lamberto, (non a caso considerato il più reazionario di Salerno con una notoria predilezione per la destra estrema) è un monumento di retorica e mistificazione.

Secondo le vedute del P.M. la vicenda inizia con la rissa di cui si ritiene responsabile il solo Marini e si conclude pochi minuti dopo con la morte del Falvella.

Di un anno di minacce, aggressioni, pestaggi e provocazioni non si fa alcun cenno nelle ventun pagine della requisitoria; anzi ci si premunisce dalla tentazione asserendo che nella fattispecie “… è irrilevante perfino l’accertamento della causale”. Con ciò si liquida tutto.

Dopo questa premessa, Marini viene gratificato con giudizi quali: “malvagità d’animo”, “bieca vendetta”, “cieco furore”, fino a “… l’ultimo gradino dei valori etici e morali”. Questo per Marini, il fascista Falvella invece “… credeva in una idea alla cui realizzazione mirava con l’esempio, la parola, la protesta e in qualsiasi altro modo civile, ma mai con il sangue di altre vite umane”, degno discepolo del fucilatore Almirante.

Continuando su questo tono ed essendo risalito “fino alle fonti più remote della sua condotta criminosa” viene chiesto al giudice istruttore il rinvio a giudizio di Marini per omicidio volontario e tentato omicidio con l’aggravante della premeditazione e dei futili motivi. Cioè richiede l’ergastolo.

Di legittima difesa nemmeno l’ipotesi. Per l’ex parà Alfinito, responsabile con Falvella dell’aggressione e feritore del Mastrogiovanni, si chiede il completo proscioglimento.

Nella sentenza di rinvio a giudizio, firmata dal giudice Gentile, cadono per motivi evidenti le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, ma per Giovanni Marini rimane l’imputazione di omicidio volontario, malgrado da molte testimonianze e dall’esame obiettivo della dinamica dei fatti emerga chiaramente che la rissa fu premeditata dai fascisti, e che Marini fu costretto a difendersi, dopo il ferimento di Mastrogiovanni, a sua volta imputato di rissa aggravata.

Dopo otto mesi di carcere il compagno Mastrogiovanni ha ottenuto la libertà provvisoria il marzo scorso. Da notare che il fascista Alfinito imputato di lesioni pluriaggravate, non è neppure stato fermato.

La data e la sede del processo non sono ancora state fissate e pare escluso che possano esserlo prima della fine dell’autunno.

i fascisti si preparano

Per il prossimo processo, il M.S.I. intende infatti organizzare una gazzarra politica (e non sappiamo cosa organizzeranno Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale) senza precedenti. Lo schieramento della parte civile e del fascista Alfinito, frequentatore di corsi per paracadutismo, e figlio di un colonnello dell’esercito, comprende oltre il notissimo fascistone e “principe del foro” De Marsico, l’avvocato Cassani, consigliere regionale del M.S.I. e noto fanatico provocatore di risse (diverse volte buttato fuori persino dal consiglio regionale), l’avvocato Tedesco del MSI e alcuni altri della stessa risma. Non c’è dubbio che tenteranno di sfruttare l’occasione della vittima (occasione rara del resto per i fascisti) per montare una campagna di “propaganda” con i metodi consueti dei seguaci di Almirante.

Quest’ultimo il giorno dei funerali di Falvella si precipitò a Salerno per tenere un drammatico comizio sulla morte del camerata, durante il quale assicurava che durante la sua assenza da Salerno (a Monza, n.d.r.) il Marini aveva seguito, in Ungheria, corsi di addestramento all’arma bianca (sic!); poi la sera il massacratore di partigiani se ne andò al “night club” sulla costa amalfitana. Per l’occasione, poco tempo dopo, arriva a Salerno, sempre per tenere un comizio, un altro personaggio famoso: Pino Rauti, scarcerato di fresco da S. Vittore, giusto in tempo per essere eletto deputato in Parlamento. Poco dopo ancora Almirante, per commemorare di nuovo Falvella, con un classico discorso dal balcone.

Quello che succederà al processo è quindi abbastanza prevedibile sul piano legale e su quello squadristico. Ma i compagni di Salerno non hanno nessuna intenzione di farsi trovare impreparati, sia sul piano legale che politico: la difesa di Marini sarà un discorso e un momento di autentica lotta antifascista.

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