A rivista anarchica n12 Aprile-Maggio 1972 Scontro di piazza e rivoluzione a cura della Redazione

La sinistra extra-parlamentare sta attraversando una crisi che non è paradossalmente legata ad un riflusso delle lotte operaie, che anzi si mantengono ad un buon livello; né ad un arresto od arretramento della crescita politica degli sfruttati che anzi, seppur lentamente, si sviluppa (soprattutto in forma negativa: allontanamento da partiti e sindacati); né ad uno stabilizzarsi della situazione economica e politica, chè anzi la crisi economica accenna appena ad attenuarsi e la strategia delle riforme non ha ancora trovato una base politica coerente.

Neppure è in crisi la sinistra extra-parlamentare per la repressione statale e padronale che è, tutto sommato, ben più blanda di quanto un movimento rivoluzionario debba aspettarsi dal “nemico di classe” nei momenti cruciali e comunque è spesso abbastanza incerta e contraddittoria da ritenersi sovente contro gli stessi repressori.

La crisi della sinistra extra-parlamentare è crisi interna, crisi di chi con troppa impazienza ha pensato di arrivare alla rivoluzione, di chi ha modellato i suoi piani su questa impazienza, di chi ha voluto interpretare in base a schemi nati da situazioni lontane nel tempo o nello spazio. Schemi che non scioglievano (o solo illusoriamente) i nodi di una strategia rivoluzionaria oggi-in-Italia.

L’illusione, pur con tutta la buona volontà, non poteva durare a lungo ed ecco oggi subentrare la crisi di contenuti, di strategia, di azione. Non si può continuare a chiamare violenza proletaria la violenza di minoranze slegate dal movimento operaio, non si può considerare momento rivoluzionario uno scontro di piazza dove l’unico avversario sono i poliziotti o i fascisti senza rischiare di autoemarginarsi dalle lotte degli sfruttati. Potere Operaio, il “cattivissimo” della sinistra extra-parlamentare, con le sue farneticazioni sulla necessità di “militarizzare le lotte” esprime solo compiutamente una tendenza presente anche in altre organizzazioni extra-parlamentari.

Lo scontro con la polizia non è più visto come momento difensivo, bensì come momento pubblicitario per le organizzazioni sedicenti rivoluzionarie che cercano di far passare queste azioni come punto più alto dello scontro sociale.

L’obbiettivo di un movimento rivoluzionario è l’eliminazione dello sfruttamento mediante l’abbattimento delle sue istituzioni: lo stato e la classe padronale. Lo sfruttamento lo si elimina nei luoghi dove esso si perpetua, che non sono le piazze centrali delle città ma le fabbriche, i quartieri popolari, gli uffici, ecc. Non si può pensare di aver dato un colpo allo sfruttamento portando (com’è capitato a Milano l’11 marzo) qualche migliaio di studenti e qualche decina di operai nel centro della città a scontrarsi con la polizia, né ad infrangere le vetrine del “Corriere della Sera” od un negozio della Renault, perché queste azioni non spostano (e non hanno spostato) di un millimetro in avanti la coscienza degli sfruttati, né hanno fatto avanzare lo scontro sociale.

Queste sono azioni da minoranza velleitaria che non vuole sobbarcarsi il lavoro più umile, ma più fruttuoso, della crescita politica degli sfruttati. Chi può seriamente credere che qualche bottiglia molotov possa mettere in crisi il sistema? La crisi del sistema può essere attuata solo dalla coscienza e dalla volontà degli sfruttati di abbattere i luoghi e gli artefici dello sfruttamento.

Compito oggi delle minoranze rivoluzionarie è di legarsi stabilmente e organicamente agli sfruttati rinunciando ad essere avanguardie: cioè corpo estraneo al movimento popolare. Bisogna superare la logica avanguardie-masse, perché significa riprodurre la logica dirigenti-subordinati, cioè sfruttatori-sfruttati.

Il vicolo cieco in cui Potere Operaio ed altri gruppi si stanno cacciando è pericoloso perché rischia di estendersi e generalizzarsi a tutte le altre forze rivoluzionarie. Questi gruppi, coscientemente o non, hanno accettato lo scontro sul terreno voluto dai padroni, un terreno che è perdente in partenza e che rischia di coinvolgere tutta una serie di militanti verso l’eliminazione politica.

Un movimento rivoluzionario (che sia tale oltre che nel nome anche nei fatti) il terreno dello scontro lo impone e non lo subisce. Agendo sul terreno preparato dal padronato si diviene oggettivamente un movimento provocatorio perché si portano all’isolamento gli elementi più combattivi e si prepara il momento in cui il potere potrà fare piazza pulita della sinistra extra-parlamentare senza che nessun operaio, nessun contadino, nessuno sfruttato, insorga a difenderla, proprio perché non la sentirà come cosa anche sua, perché non considererà i colpiti come suoi compagni di lotta.

In questi termini la nostra critica è correttamente rivoluzionaria, il nostro differenziarci non può essere fonte di equivoci, perché è riaffermazione di una diversa impostazione di teoria e pratica.

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