A rivista anarchica n22 Giugno Luglio 1973 La bomba alla questura di Milano: l’attentato e l’attentatore di La Redazione.

Sull’attentato in sé non c’è molto da dire, oltre al giudizio di netta condanna espresso dalle tre componenti organizzate (F.A.I., G.A.F., G.I.A.) del movimento anarchico italiano nel comunicato stampa congiunto pubblicato sul numero scorso della rivista. Esso è eticamente deplorevole, per le vittime innocenti che ha fatto (volontariamente o involontariamente non fa molta differenza: non si scherza con gli ordigni di morte), e politicamente inopportuno. In merito non c’è stata, nel movimento anarchico, alcuna voce dissonante e noi concordiamo pienamente con questo giudizio.

Sull’autore dell’attentato, viceversa, preferiamo astenerci da ogni giudizio, fino a che non vi siano sufficienti e certi elementi di valutazione. A nostro avviso i dati sinora disponibili (tutti filtrati, per di più, attraverso la stampa del regime) non ci sembrano consentire una scelta sicura tra le varie ipotesi avanzate: provocatore fascista, squilibrato “teleguidato”, anarchico-individualista, o, infine, una miscela delle due ultime ipotesi (cioè un individualista con scarso discernimento, guidato a sua insaputa sull’obiettivo).

La stampa ha abbondantemente dimostrato, anche in questa occasione, la sua tradizionale inattendibilità. Da un lato la stampa di “destra” si è buttata senza esitazioni sull’ipotesi dell’attentato tutto e solo anarchico (o comunque tutto e solo di sinistra), cercando di sfruttare al massimo l’occasione a fini controrivoluzionari, presentando il Bertoli come un mostro assetato di sangue ed insieme come un esemplare tipico di rivoluzionario, simulando un profondo orrore per la violenza (loro, che sistematicamente accettano e coprono od esaltano ben altre violenze!), cercando di riesumare il cadavere ormai putrefatto del “Valpreda colpevole”, eccetera. Tutto questo, per quanto disgustoso, era pienamente scontato.

La stampa di “centro” e di “sinistra”, viceversa, un po’ per una sorta di “complesso Valpreda” (dopo le madornali cantonate prese con la strage di stato hanno imparato ad andarci piano con l'”anarchico terrorista”) ed un po’ (forse soprattutto) perché il “centro-sinistra” in gestazione preferiva e preferisce in questo momento una attentato “fascista” ad un attentato “anarchico”, si sono buttati a pesce sull’ipotesi del “falso anarchico”. L’Unità poi, ha profittato dell’occasione per sputare un po’ di calunnioso veleno sulla figura dell’anarchico Nestor Machno (definito controrivoluzionario) e sull’omonimo gruppo anarchico veneziano (definito ambiguo, infiltrato, ecc.). Ma anche questo era il meno che potesse venire dai figli di Stalin.

I giornalisti “democratici”, specialmente quelli del Giorno e dell’Unità (con gli extra-parlamentari un po’ a rimorchio e un po’ in avanscoperta) si sono dunque lanciati con zelo sulla pista del “provocatore fascista”, pubblicando una serie di notizie (e riprendendosele a vicenda) risultate quasi tutte prive di fondamento (ma raramente smentite dallo stesso giornale che le aveva diffuse, semplicemente dimenticate e sostituite con altre, con disinvoltura da pennivendoli), costruendo volontariamente od involontariamente una cortina fumogena in cui non si riesce più a distinguere la verità dalla mezza verità e dalle invenzioni fantasiose.

S’è scritto, ad esempio, che il Bertoli aveva fatto parte dell’organizzazione anticomunista “Pace e Libertà” ed invece il Bertoli di Pace e Libertà è risultato essere un altro. S’è scritto che era stato riconosciuto in una foto dove era effigiato in mezzo a fascisti udinesi di Ordine Nuovo ed è risultata una allucinazione visiva. S’è scritto che il Bertoli aveva partecipato ad un assalto alla sede di Potere Operaio di Mestre, ma anche questa voce è risultata fantasioso parto di qualche cronista a corto di notizie. S’è scritto che era amico di un certo Tommasoni, piccolo delinquente e confidente del commissario Juliano, ma il direttore della casa per ex-carcerati di Padova (in cui il B. ed il T. avrebbero fraternizzato) ha dichiarato che il B. non poteva soffrire il T. proprio perché questi era un notorio informatore della polizia…. E così via, in una gara quotidiana di cronisti ed investigatori improvvisati (Marsiglia, l’O.A.S., i fratelli Yemmi, ecc. ecc.).

A questo punto noi, da buoni anarchici diffidenti, più insospettiti che convinti da questo allineamento quasi unanime della stampa (con la sola eccezione dei fascisti e dei parafascisti), riteniamo poco proficuo congetturare ed ipotizzare sul personaggio Bertoli e sugli eventuali retroscena del suo gesto, in questa ridda di voci e notizie incontrollabili. Ci rifiutiamo, soprattutto, di procedere con il sistema “disinvolto” usato in questa occasione (come in altre passate e probabilmente in altre future) dagli extra-parlamentari. Essi ad una premessa palesemente corretta fanno seguire una serie di passaggi “logici” arbitrari (perché non dimostrati ma dati per scontati): l’attentato è sbagliato e dannoso, “dunque” è provocatorio, “dunque” il suo autore è un provocatore, “dunque” è un fascista, “dunque” è legato alle centrali internazionali della provocazione del fascismo (CIA, Grecia, ecc.), “dunque” eccetera. Arrivati all’ultimo “dunque” essi si ritengono autorizzati a dar corpo ad ogni voce, ad ogni fantasia, ad ogni sciocchezza, purché (e perché) confermi lo schema stabilito.

Ci sembra invece opportuno cogliere l’occasione per alcune considerazioni di carattere generale sulle forme assunte storicamente dalla “violenza anarchica”, non tanto per ribattere alle stupide calunnie scritte in merito dalla stampa del regime (che sarebbe tempo e inchiostro sprecato), quanto per cercare in esse degli elementi di giudizio utili per discernere nel presente e nel futuro ciò che può essere nostro da ciò che certamente non è nostro. Questo è quanto ha cercato di fare il nostro collaboratore Brosio nell’articolo a fianco.

***

… Chiediamo ora che la contestazione di queste contraddizioni e di questi contrasti finalmente avvenga e sia compiuta, per dare maggiore precisazione alle dichiarazioni rese a tanta distanza di tempo dai fatti, dove questi si sono svolti: cioè nei locali dell’ufficio politico della Questura dove si è svolto l’interrogatorio e nel cortile della stessa Questura di Milano, dove è caduto il corpo di Giuseppe Pinelli. La costruzione in quel cortile, a pochi metri di distanza dal luogo della caduta, di un monumento funebre a Luigi Calabresi costituisce, a parte il problema della sua liceità, un fatto assurdo, mentre è ancora aperto il processo penale per accertare le cause della morte di Giuseppe Pinelli e quando la tesi ufficiale – alla quale non abbiamo mai creduto e non crediamo – parla del suicidio durante l’interrogatorio o subito dopo di questo, di un cittadino innocente, contro il quale non si è potuto portare alcuna prova. Ma né questo fatto assurdo né la parola di un Ministro dell’Interno possono escludere o ostacolare moralmente l’esercizio del dovere di accettare la verità: tanto meno quando possono comunque dare a parte dell’opinione pubblica l’impressione della volontà di porre una pietra tombale sull’intero processo…

(da un documento al Giudice Istruttore del Tribunale di Milano presentato il 17 maggio dagli avvocati Gentili e Guidetti Serra)

Annunci

Tag: , , ,


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: