A rivista anarchica n22 Giugno Luglio 1973 Violenza rivoluzionaria e no di R. Brosio

Come strumento di lotta, la violenza è polivalente. I risultati diretti che produce sono specifici e determinati, ma, come tali, si confondono con lo strumento stesso e non hanno, da questo punto di vista, vera importanza. Quelle che contano sono le conseguenze mediate, cioè gli effetti che, a loro volta, derivano dai risultati diretti della violenza. Essi non sono univoci. Al contrario, possono essere assai variati, a seconda della situazione, dei momenti, delle persone. Un colpo di pistola al cuore uccide, sempre e ovunque. Ma il significato, la valutazione e la portata dell’atto, possono modificarsi parecchio, da un caso all’altro, a seconda di chi ha premuto il grilletto, chi si è preso la pallottola, quando e perché, eccetera.

Lo stesso discorso, fatte le debite proporzioni, vale per tutte le manifestazioni violente della nostra epoca e di quelle passate, dagli attentati dinamitardi alle bastonature, dai rapimenti alle sassate in piazza. L’opinione potrà sembrare cinica, a certi pacifisti ad oltranza.

Disgraziatamente, però, è l’unica ad avere solide radici nella realtà. È un fatto che la violenza sia stata usata da tutti, nella storia: progressisti e reazionari, ribelli generosi e macellai protetti dal sistema, minoranze etniche e maggioranze politiche. Ciascun gruppo l’ha usata per scopi diversi, ottenendo risultati diversi, anche se gli effetti immediati (morti, feriti, danneggiati) restavano sempre gli stessi. I piagnistei che i membri delle classi dirigenti ci fanno ascoltare, per ogni “deprecabile fatto”, tentano solo di far dimenticare questa realtà.

Tentano di dimostrare che tutte le violenze sono uguali, per poter esercitare, tranquillamente e senza confronti, la propria, quella “giusta” perché organizzata e impunita. Nonostante tutto, comunque, tra la violenza “spontanea” delle minoranze e quella organizzata dello Stato, esiste, una fondamentale differenza a livello di effetti immediati, ed è una differenza quantitativa. Gli eccidi e le distruzioni provocati dalle guerre e dalla repressione sono immensamente superiori a quelli derivanti da qualunque altra forma di violenza.

Per questa ambiguità di fondo, quindi, non si può sostenere che la violenza, in sé, sia rivoluzionaria.

Il problema non è stabilire la liceità o l’efficace in assoluto, ma, più concretamente, verificare quali tipi di violenza siano compatibili con il fine anarchico.

Come tutti, anche gli anarchici sono ricorsi alla violenza, nella loro lotta, ormai secolare, contro lo sfruttamento e l’autorità. Bisogna però riconoscere che, da questo lato, hanno dimostrato un equilibrio forse non constatabile in nessun’altro raggruppamento rivoluzionario.

Essi hanno usato la violenza, senza complessi di sorta, ogni volta che la hanno giudicata adatta allo scopo per cui agivano, ed allora se ne sono assunti serenamente la responsabilità, di fronte agli sfruttati e di fronte alla storia. Nello stesso tempo, l’hanno rigettata come criminosa e controrivoluzionaria quando si è rivelata inutile, o incompatibile con i fini del proprio progetto di libertà e uguaglianza.

Soprattutto, hanno sempre rifiutato la violenza indiscriminata, a testimoniare, nei fatti, il riconoscimento di quella polivalenza di cui si parlava prima, la preoccupazione costante di usare strumenti coerenti, sul piano strategico come su quello etico, con gli scopi della loro azione.

Tre sono le forme di violenza che l’anarchismo, nel corso della sua storia ha messo in atto e dimostrato di accettare: la violenza “difensiva”, quella che chiameremo “propagandistica”, e quella “giustiziera”. Non sempre i singoli avvenimenti rientrano univocamente in una delle tre categorie, e i loro stessi confini tendono a volte a confondersi. Cionondimeno, insieme, definiscono in modo sufficientemente preciso l’arco della violenza rivoluzionaria – libertaria.

La violenza difensiva è stata, spesso, di tipo insurrezionale e collettiva, volta a strappare alle classi dirigenti importanti conquiste sociali, o a proteggere quelle già realizzate dagli attacchi dell’autorità.

L’abbiamo chiamata difensiva perché si è manifestata, generalmente, come “risposta” popolare a situazioni di pesante repressione, di soffocamento totalitario di ogni fermento innovativo. Come tale, ha avuto spesso una matrice non unicamente anarchica: Kronstadt, l’Ucraina machnovista, la Spagna del ’36, sono gli esempi più noti del passato, in cui gli anarchici parteciparono con altre forze, più o meno numerose, all’organizzazione della lotta armata.

Altre volte, invece, furono gli anarchici in prima persona a dover gestire la violenza difensiva: agli inizi del secolo, negli Stati Uniti, e poco più tardi in Spagna, i militanti anarco-sindacalisti presero le armi per salvare le proprie organizzazioni dallo sterminio contro gli sbirri privati di Pinkerton o i “pistoleros” del padronato spagnolo.

La violenza che abbiamo chiamato propagandistica è una delle costanti più tipiche della lotta anarchica. Ad essa si è fatto ricorso per mettere in evidenza fatti di particolare gravità, quando l’importanza dell’avvenimento da propagandare rendeva macroscopicamente inadeguate proteste più platoniche. Non ha, in genere, coinvolto le persone, ma si è sempre appuntata contro i simboli del potere, monumenti, edifici, eccetera ed è sempre stata, come si suol dire, firmata. Se, a volte, gli effetti immediati sono andati al di là delle intenzioni, questo è stato per errore, per caso fortuito, per fatalità, non per criminale volontà omicida degli anarchici. Anche il caso, famoso, della strage al Diana (Milano, 1921) va visto in questa prospettiva: in esso è certo lo sbaglio degli attentatori nel collocare la carica esplosiva, e quasi certa la provocazione poliziesca che lo favorì.

La violenza giustiziera, a differenza della precedente, è invece volontariamente diretta contro le persone. Anche qui, però, non in modo indiscriminato, non in modo terroristico. Gli anarchici che, specie nel passato, hanno spesso usato questa forma di lotta, hanno sempre voluto colpire singoli individui, responsabili diretti e coscienti dello sfruttamento, della repressione, dell’omicidio legalizzato. Hanno compiuto un atto di giustizia non decretato in nessun tribunale, ma ciononostante valido per le colpe particolarmente gravi degli uccisi. Gli esempi sono molteplici (Bresci, Caserio, gli attentatori di Mussolini, eccetera) e qualcuno può sembrare contraddittorio con la tesi sopra espressa.

Specie nella Francia della cosiddetta Belle Epoque si sono avuti attentati in apparenza indiscriminati, sul tipo di quello compiuto da Emile Henry, che lanciò una bomba in un caffè affollato di borghesi.

Ma anche questi attentati (rari, per altro) hanno una loro spiegazione, da ricercarsi nel clima di estrema repressione vigente allora, nelle condanne durissime con cui i giudici colpivano i militanti rivoluzionari, nello sfruttamento del lavoro, bestiale e disumano come mai. Tutto sommato, nemmeno Henry colpì alla cieca: colpì quelli che reputava i colpevoli della miseria e delle sofferenze delle classi lavoratrici, i borghesi ben pasciuti che affollavano i caffè.

Concludiamo questa specie di “carrellata” sulla violenza libertaria, con una considerazione. Anche quando si è rilevata uno strumento di lotta accettabile, la violenza non è mai stata l’unico strumento usato dagli anarchici. Ad essa, è sempre stata affiancata la propaganda delle idee, la diffusione della coscienza rivoluzionaria, il tentativo costante di costruire, ogni volta che è stato possibile, strutture concrete di libertà e uguaglianza. A noi non interessa generare sentimenti confusi, tensioni anonime, paure irrazionali. A noi interessa la consapevolezza del popolo degli sfruttati, la sua partecipazione volontaria alla lotta per l’emancipazione. Fuori di questa prospettiva, qualunque violenza è sempre crimine e non è anarchica.

R. Brosio

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