A rivista anarchica n25 Novembre Dicembre 1973 Parlando di Giovanni Marini. Interviste con parenti, amici e compagni dell’anarchico detenuto. di Andrea M.

“Ma perché? Perché?” La donna che mi sta dinnanzi interrompe il suo discorso, e ripete ancora il suo “perché?”. Poi riprende a parlare, con accento inconfondibilmente campano. “A mio figlio vogliono tutti bene, quelli che lo hanno conosciuto; in carcere è ben voluto dai carcerati. Ma le guardie… quel che gli hanno fatto a Caltanissetta! Perché?”.

L’anziana donna che sono andato a trovare a Salerno, e che ora mi sta parlando accoratamente è la madre di Giovanni Marini, il giovane anarchico che sedici mesi fa fu aggredito da una squadraccia fascista, e nel difendersi ferì mortalmente il capo dei teppisti missini. Da allora Marini ha “girato” quindici carceri, e continuamente ha subito e subisce in pieno la cinica violenza dell’istituzione carceraria: pestaggi, intimidazioni, segregazione, trasferimenti, blocco della corrispondenza, ecc. Di tutto questo periodo di persecuzione contro il suo Giovanni, la vecchia madre vuole ricordare un nome: Caltanissetta.

Il maresciallo mi sorrise, mi rassicurò quando andai a trovare Giovanni, che aveva appena interrotto uno sciopero della fame in solidarietà con i detenuti, mi pare, di Regina Coeli. Mi ricordo che quel maresciallo mi disse di non preoccuparmi, che Giovanni era stato buono e non aveva combinato guai. Quella volta ripartii da Caltanissetta per Salerno abbastanza tranquilla”.

Mentre la madre mi parla, istintivamente mi immagino la fatica fisica che deve costare a questa donna anziana un viaggio come quello che da Salerno, in pieno agosto, l’ha portata nel cuore della Sicilia: un viaggio lungo, estenuante, certo il più faticoso fra i tanti, tantissimi spostamenti che ha dovuto affrontare in tutti questi mesi, per poter almeno vedere suo figlio a Potenza, a Matera, a Lagonegro, a Roma…”.

maresciallo carogna

“Dopo alcune settimane dalla mia partenza – prosegue la madre di Marini – lo andò a trovare per parlargli un avvocato amico di famiglia, ma non permisero il colloquio perché dicevano che i permessi non erano in regola. Nessuno pensava, nessuno poteva pensare che mio figlio stesse in una fossa sotterranea legato ad un tavolaccio, fra la vita e la morte. Dopo tanto che non scriveva, lo andai a trovare. Appena arrivata a Caltanissetta, non volevano farmelo vedere. Il maresciallo era molto agitato e mi allarmai. Dopo ore di insistenze finalmente me lo portarono…. Povero figlio mio! Non disse una parola. Non lo riconoscevo quasi! Gli occhi rossi di sangue, le lacrime gli scendevano abbondanti… il volto, le mani tutte un livido! Non disse una parola. Trattenni a stento l’emozione, capii tutto e me ne andai. La carogna maresciallo mi scrutava intensamente, ma trovai la forza di sorridergli: la qual cosa lo meravigliò molto”.

Si interrompe un attimo, come per raccogliere i ricordi, per centrare il racconto dell’essenziale.

“Andai subito a Roma, a casa di Manca (allora capo del sistema penitenziario italiano), nella sua villa fuori città. Mi trattò male. Gridò tutto agitato e sudato. Disse che mio figlio era buono solo per la Sardegna. E continuava a dire che la villa non è sua…. Ma che m’importava a me della villa? Pensavo a mio figlio, in quelle condizioni, picchiato al buio da vigliacchi aguzzini! Poi Spazzali (uno degli avvocati difensori di Marini) fece la conferenza-stampa ed i giornali ne parlarono”.

L’impressione che mi fa questa donna anziana, così decisa ed incapace di scoraggiarsi, è notevole: mi ricorda la “zia Rachele”, la zia di Valpreda.

Anche in lei ciò che soprattutto mi colpiva era il fatto che una donna anziana, completamente estranea a qualsiasi interesse ed attività politica, non si lasciava assolutamente invischiare dalla burocrazia e dai regolamenti, ma sapeva e voleva andare fino in fondo, lottando con tenacia, senza farsi intimidire né scoraggiare da quelle istituzioni e da quelle persone che subito riconosceva come nemiche del popolo. La zia Rachele passava anche tre giorni dalla mattina alla sera al palazzo di “giustizia” di Milano, bussando a centinaia di porte, “tormentando” uscieri, pretori, magistrati, per ottenere il permesso di colloquio con il suo Piero: e alla fine lo otteneva (e se non l’otteneva, ripartiva subito da capo). Così, la stessa ammirazione provo per la madre di Giovanni, che pur nella drammatica vicenda del figlio ha saputo e sa sempre mantenersi all’altezza della situazione, all’altezza di suo figlio.

la tessera stracciata

A Salerno sono venuto per parlare con i parenti di Marini ed anche con amici e conoscenti di Giovanni, per raccogliere dalla loro viva voce testimonianze sulla sua attività di militante anarchico, sulla situazione del salernitano, sulle aggressioni sistematiche degli squadristi missini. Ne è venuto fuori un quadro drammatico, una situazione impressionante di povertà, di sfruttamento, di clientelismo, e soprattutto una grande rabbia popolare, per ora latente.

“Qui ci sta molta disoccupazione – mi dice un operaio. – I padroni sono tutti fascisti e se vuoi lavorare devi prendere la tessera del MSI. Anche per andare al Nord ci vuole quella maledetta tessera. I compagni costretti dalla fame devono prendere la tessera se vogliono lavorare. Io pure l’ho presa e poi l’ho stracciata. Conoscevo Marini. Era un vero compagno e perciò lo picchiarono. Lo volevano far fuori perché sapeva certe cose sui fascisti. Per questo anche in galera lo vogliono far fuori. Dite ai compagni che si sveglino prima che lo ammazzino!”.

L’accenno alle “certe cose” che Marini sapeva sui fascisti si riferisce alle indagini svolte da lui su vari episodi di delinquenza missina, indagini tese a svelare gli strettissimi legami intercorrenti fra i padroni del vapore (industriali, grossi proprietari agricoli, ecc.), le forze dell’ordine e la terapia in camicia nera. I fascisti, inoltre, non potevano sopportare la sua continua attività rivoluzionaria, fra i proletari dei quartieri più poveri di Salerno.

“mi parlava di garibaldi”

Molti bambini di questi quartieri si ricordano benissimo di Giovanni, che dava loro lezioni per aiutarli nei compiti di scuola, e soprattutto per aiutarli a comprendere la realtà in cui vivono. Parlo con uno di loro, un bambino di dodici anni, figlio di un operaio edile che ha altri sei figli.” A scuola non andavo bene – mi racconta – Giovanni ha cominciato a darmi lezioni, assieme ad altri bambini. Non voleva nulla. Con lui era diverso che con i libri: la storia per esempio. A me piaceva molto quando mi parlava di Garibaldi ed altri come non c’è scritto nei libri. Di politica non parlava…. Era così buono, che mi pareva impossibile che avesse ammazzato il fascista. Mi scrive qualche cartolina dal carcere, e mi dice che non devo preoccuparmi per lui”.

Se per un bambino è difficile concepire il “fatto Marini” dal momento che Giovanni era conosciuto soprattutto come il “buon” amico che aiuta disinteressatamente, ho però incontrato molta gente che ha chiara coscienza dei fatti del 7 luglio 1972.

“al processo ci andremo”

“Ho lavorato quindici anni nei cantieri edili in Francia: ho costruito tanti palazzi e mi sono ammalato. Sono tornato a Salerno e mi hanno negato la casa per me e per la mia famiglia…. Marini ha fatto bene a difendersi dai fascisti; li ho visti io nel ’43 i fascisti ad impiccare con la corda dei ragazzi di vent’anni colpevoli di volere la libertà del popolo. Ora i fascisti vogliono ancora mettere le catene al popolo: dobbiamo fermarli, Marini deve essere liberato!”.

La lotta contro lo squadrismo missino, dunque, si lega nelle particolari condizioni del Sud alla lotta di tutti i giorni contro lo sfruttamento, la disoccupazione, il marcio sistema clientelare instaurato dalla DC con la complicità delle altre forze politiche. “Stavo in una cantina umida e fetida – mi dice una madre di famiglia che ha occupato una casa dello I.A.C.P. vuota da due anni, insieme ad altre cinquanta famiglie. – I miei figlioletti vi si sono ammalati. Ho scritto a tutti, anche al presidente della Repubblica ma nessuno ha risposto. Allora ce la siamo presa la casa. Sono venuti i poliziotti e li abbiamo cacciati. Sono venuti i fascisti e gliele abbiamo date. I compagni ci hanno aiutato. Marini è un compagno ed ha fatto bene a dargli il fatto suo al fascista…. Al processo ci andremo! Ci dobbiamo andare!”.

Mentre ascolto questi operai, queste donne del popolo parlarmi dei loro problemi drammatici, delle loro lotte, dell’impegno di Marini al loro fianco, penso alle chiacchiere che si sentono sulla “volontà della classe politica di giungere a risolvere l’annosa questione meridionale”: chiacchiere ipocrite, tragica farsa alle spalle di questa gente oppressa da secoli, ma non per questo disposta ad abbandonare la lotta. Valvole di sfogo di questa drammatica situazione sono l’emigrazione, i piccoli traffici semilegali o illegali: ma la galera è spesso il punto di approdo inevitabile, la risposta dello Stato ai problemi sociali del Sud.

“tuttocuore”

“Marini era un ‘tuttocuore’ – mi dice un ex-detenuto, di quelli che la stampa bolla subito come ‘il pregiudicato tal dei tali’ -. Io lo conoscevo da prima, quando veniva nel mio quartiere: io facevo contrabbando di sigarette perché non avevo lavoro. Poi ci siamo rivisti in galera. Era il più maltrattato dalle guardie, ma non si piegava; noi invece dobbiamo strisciare con le guardie. Tutti gli divennero amici, sebbene le guardie dicessero che dovevamo stargli alla larga. Marini per noi era un amico, non un politico, che i politici ci schifano. Ci parlava da uomo ad uomo, non montava in cattedra. Divideva con gli altri fin l’ultima sigaretta. A me ha aiutato a scrivere ai miei: io non so scrivere. I miei furono molto contenti. I fascisti venivano ogni giorno ad insultarlo e minacciarlo di fronte alla finestra della sua cella. Poi vennero tantissime guardie armate: mai s’era visto qualcosa di simile. Lo trasferirono. Noi si fece quasi una sommossa per salutarlo. Molti piangevano. Ricevette in dono qualcosa come due o trecento pacchetti di sigarette. Lui ci disse di stare tranquilli, di non dar pretesto a provocazioni…”.

Marini, dunque, sia prima sia dopo il suo arresto, nelle lotte dei quartieri proletari come fra le quattro mura di una cella, ha continuato e continua la sua lotta, la nostra lotta. Le molte persone con cui ho parlato a Salerno si sono dette decise a fare il possibile per la liberazione di Giovanni: in particolare, molti attendono il processo per testimoniare la loro solidarietà, per prevenire ed impedire le possibili bravate degli squadristi, per esprimere ancora una volta la loro rabbia, la loro volontà di lotta contro i loro nemici, contro lo sfruttamento.

Andrea M.

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