A rivista anarchica n27 Marzo 1974 Cronache sovversive a cura della Redazione

La L.I.P.

La L.I.P., l’industria di orologi di Besançon, prima fallita, poi occupata e “autogestita” dagli operai (cfr. ‘A’ n.23), infine presidiata dalla polizia, passa ad una holding di privati (50% tre industrie francesi, 34% una società svizzera e 16% alcune banche parigine). Uno dei più clamorosi casi di conflitto sociale francese è stato risolto con un accordo firmato il 29 gennaio, approvato da un’assemblea dei lavoratori L.I.P. e sottoscritto dai rappresentanti sindacali. La fabbrica verrà riaperta. Dei 900 dipendenti circa rimasti (oltre 300 hanno già trovato lavoro altrove) trecento saranno riassunti entro marzo, duecento entro settembre, e gli altri in seguito quando e se i risultati commerciali della nuova L.I.P. lo consentiranno. L’accordo in sé non si può dire che sia un grosso successo per i lavoratori, una degna conclusione per una battaglia lunga e dura. Resta, comunque, tutto il valore esemplare, della lotta “autogestionaria”, dell’occupazione attiva prima, dell’atelier clandestino poi. Restano otto mesi di lotta in cui i lavoratori della L.I.P. hanno mostrato più decisione, coraggio e fantasia dei sindacati. Rimane soprattutto l’interesse suscitato attorno al tema libertario dell’autogestione. Il “caso L.I.P.”, l’episodio di lotta di classe più imbarazzante degli ultimi anni non solo per i padroni e per lo stato ma anche per la sinistra istituzionale, il caso che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, non è dunque, per tutto ciò che ha risvegliato nel movimento operaio, chiuso.

Processo Valpreda

Il 18 marzo prossimo si apre a Catanzaro il “processo Valpreda”, il processo cioè della strage di stato “secondo la pista anarchica”. Dopo la conclusione dell’istruttoria milanese del giudice D’Ambrosio, secondo la “pista fascista”, che ha rinviato a giudizio una filza di fascisti e neonazifascisti per una lunga serie di attentati, tra i quali le bombe del 12 dicembre 1969, il “processo Valpreda” ha perso, ufficialmente, ogni interesse. La questione sostanziale (l’innocenza di Valpreda e dei suoi compagni) è (o dovrebbe essere secondo la logica) scontata. Rimangono da risolvere le questioni giuridico-formali, per il caso insolito di due istruttorie con imputati diversi, per il medesimo reato. Il che non significa affatto che abbia perso interesse per noi, per gli anarchici, per i rivoluzionari e per la stessa “opinione pubblica democratica”. Il processo Valpreda sarà quasi certamente sospeso dopo le prime battute, ma è ancora da vedersi in quale modo. Pare che il para-fascista avvocato di parte civile Ascari (quello che cercò di comprare la costituzione di Ivo Della Savia) intenda chiedere la riunificazione dei due processi mettendo in un unico calderone Valpreda, Gargamelli, Bagnoli, Borghese, Freda, Ventura, eccetera. La difesa, viceversa, pare che intenda chiedere il rinvio del processo sino a dopo la conclusione del processo a Freda e Ventura e camerati.

E’ evidente che, se i giudici sceglieranno la prima formula, si getterà implicitamente un’ombra di dubbio sull’innocenza di Valpreda e compagni e si avvallerà ancora una volta la teoria degli opposti estremismi, in un ennesimo tentativo di confondere le idee all’opinione pubblica, lasciando aperta l’ipotesi “pur non affermandola chiaramente” di possibili connubi terroristici tra anarchici e fascisti.

Se viceversa verrà scelta la seconda formula, verrà ufficializzata la matrice fascista della strage.

Anche nel secondo caso la questione sarà per noi tutt’altro che chiusa, beninteso. A noi non basta che dalla “pista anarchica” si sia passati alla “pista fascista”. Noi vogliamo che si arrivi (che ci arrivi il popolo, se non la magistratura) alla “pista tricolore”. Perché, come abbiamo ripetuto in tutti questi anni, se i fascisti erano gli attentatori, i sicari della “strategia della tensione”, nella formulazione e nello sviluppo di questa strategia, nel suo finanziamento, nel necessario appoggio propagandistico, nella protezione degli esecutori fascisti e, per converso, nell’impostazione della pista anarchica volutamente falsa, nell’assassinio dell’anarchico Pinelli, nel linciaggio morale degli anarchici e della sinistra rivoluzionaria sono implicati ministri, industriali, magistrati, super-sbirri… con altrettanta o maggiore responsabilità di Freda e Ventura. Ma sono poi Freda, Ventura e camerati veramente ed in quale misura colpevoli della strage di piazza Fontana? Dopo anni di menzogne ufficiali è persino legittimo il dubbio che essi siano dei capri espiatori fascisti, sui quali è stata fatta convergere tutta la colpevolezza dopo il fallimento clamoroso delle “piste anarchiche”.

Nord e Sud

Tempo di processi. Il 2 marzo si aprirà a Catania il processo d’appello ad Alfredo Bonanno, imputato di istigazione a commettere il delitto di insurrezione armata contro i poteri dello stato, di apologia di tale reato, di vilipendio della Magistratura, di diffusione di notizie false, per il contenuto di alcuni articoli pubblicati sul foglio “Sinistra Libertaria” (numero unico uscito nel 1972 di cui Bonanno era il direttore responsabile). In prima istanza il Bonanno è stato condannato (cfr. ‘A’ n.17) a due anni di reclusione e a 40.000 lire di multa.

Ciò che colpisce, in questo episodio repressivo controrivoluzionario, è che i concetti per i quali si incrimina a Catania (ad esempio che la giustizia di stato è la “giustizia” della classe dominante) sono comuni e scontati sulla stampa anarchica ed extraparlamentare e anche la forma con cui sono espressi non è particolarmente violenta. Perché a Roma e a Milano si possono scrivere cose che a Catania sono perseguite come reato? La risposta più semplice è che i giudici che hanno condannato Bonanno in prima istanza siano più reazionari della media nazionale. Un’altra risposta può essere che la diversa situazione socio-economica meridionale (potenzialmente più pericolosa per il sistema per le sue contraddizioni esplosive) richieda un comportamento meno “tollerante” degli organi repressivi statali. Un’altra risposta ancora può essere che la “tolleranza” delle idee e del linguaggio rivoluzionario impostasi di fatto negli ultimi anni stia per essere ricondotta negli angusti confini formali delle leggi vigenti e di questa involuzione repressiva i magistrati catanesi siano uomini di punta.

La Redazione

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