A rivista anarchica n29 Maggio 1974 Cronache sovversive a cura della Redazione

Il referendum

In vista del referendum abrogativo della legge Fortuna-Baslini anche le componenti organizzate del movimento anarchico hanno preso posizione pubblica. Il consiglio nazionale della Federazione Anarchica Italiana (F.A.I.), riunitosi a Roma nei giorni 6-7 aprile, dopo un ampio dibattito che ha messo in evidenza le differenze di opinioni esistenti in proposito all’interno della F.A.I., constatato che alcuni gruppi ed alcune individualità hanno deciso di andare a votare NO il prossimo 12 maggio mentre altri gruppi ed individualità non derogheranno dal tradizionale astensionismo anarchico, ha approvato un comunicato “di compromesso” fra le due opinioni, evitando di pronunciarsi con precisione sul problema del voto.

Nel comunicato, infatti, dopo aver denunciato le manovre politiche che stanno alle spalle del referendum e che vedono impegnati i due avversari schierati per la conquista di posizioni di prestigio, il consiglio nazionale della F.A.I. afferma: “Pur prendendo atto della specifica manovra politica che usa il referendum come suo strumento, l’azione diretta di propaganda e di protesta degli anarchici e dei lavoratori deve tendere, ora come sempre, a generalizzare lo scontro sociale a tutte le istituzioni repressive, siano esse religiose o economiche o politiche, e coinvolgere in un NO GENERALIZZATO, insieme alle imposizioni vaticane e democristiane anche l’uso delle squadre fasciste, i compromessi dei partiti riformisti, l’attacco continuo che lo stato, attraverso i vari governi, porta alla già scarsa libertà ed alle già deprimenti condizioni economiche in cui sono costrette la maggior parte delle famiglie dei lavoratori“.

Decisamente astensionista, invece, la risoluzione adottata dai Gruppi Anarchici Federati (G.A.F.) riuniti in assemblea a Milano il 21 aprile, i quali, “non ravvisano nel referendum abrogativo del divorzio alcun motivo valido per modificare il tradizionale astensionismo anarchico“. Sempre secondo la risoluzione dei G.A.F., “il referendum, presentato dalla classe politica come una delle massime espressioni della democrazia, è in realtà solo uno strumento demagogico di manipolazione del consenso. Qualunque ne possa essere l’esito, esso si risolverà in un SI allo stato, in un SI all’istituto familiare autoritario, in un NO alle libere e responsabili relazioni fra gli individui“. Dopo aver rilevato come la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento non potrà causare che irrilevanti modificazioni degli equilibri di potere all’interno della classe politica, la risoluzione termina con la denuncia, oltre che delle posizioni reazionarie degli antidivorzisti, anche “dell’evidente interclassismo dello schieramento laico, che vede accomunate in un’unica lotta forze politiche che vanno dalla destra liberale alla sinistra extra-parlamentare sedicente rivoluzionaria“.

Al momento in cui questo numero va in macchina nessuna presa di posizione pubblica è stata adottata dalla terza componente organizzata del movimento di lingua italiana, e cioè i Gruppi d’Iniziativa Anarchica (G.I.A.). Ci limitiamo pertanto a segnalare un articolo pubblicato sulla prima pagina del quindicinale L’Internazionale (che è espressione dei G.I.A.), nel quale l’anziano militante Michele Damiani afferma che, a suo avviso, “per gli anarchici dovrebbe essere scontata la loro irriducibile avversione alla colossale e camaleontica mistificazione del referendum che tende solo a dare credibilità alla funzione liberticida dello stato“.

L’articolo di Damiani termina con l’invito a spingere gli sfruttati a rimediare da se stessi ad unioni sbagliate ed a crearne di nuove più armoniose. “E tutti coloro che saremo riusciti a persuadere di fare da sè, fuori e contro l’ingerenza dello stato e della chiesa, quelli sì che saranno i più veri e concreti NO validi contro le mistificazioni e le infamie dei governanti, preti, padroni e politicanti di ogni colore e specie! Il resto – conclude Damiani – è fumo“.

Goliardo Fiaschi

Dopo quasi diciassette anni di galera è stato finalmente messo in libertà il compagno Goliardo Fiaschi, di Carrara, del cui caso già abbiamo trattato (cfr. A n21).  Fiaschi fu arrestato a Barcellona il 31 agosto 1957, dove era giunto da poco tempo, clandestinamente, insieme con due anarchici spagnoli. Uno di questi, Josè Luis Facerias, era da anni ricercato dalla polizia franchista a causa della sua intrepida lotta rivoluzionaria, che non era mai cessata nemmeno nei momenti della repressione più bestiale. I tre avevano varcato i Pirenei decisi a compiere alcune azioni di lotta contro il franchismo, ma in breve furono intercettati dalla polizia. Facerias morì combattendo, crivellato dai colpi della guardia civil, mentre gli altri due furono arrestati, processati dal tribunale militare (il famigerato Consejo de guerra) e condannati a vent’anni di galera ciascuno.

Fiaschi ha così avuto modo di conoscere buona parte del sistema penitenziario franchista, “girando” per ben ventotto carceri (sette “definitive”, ventuno solo “di passaggio”) e facendo conoscenza con numerosi anarchici incarcerati per motivi politici. Nell’agosto 1965 Franco accettò la domanda di estradizione di Fiaschi fattagli dal governo italiano, in seguito ad una pesante condanna da lui subita in quanto ritenuto corresponsabile di una rapina avvenuta nel 1956 a Casale Monferrato. Il relativo processo si era svolto mentre Fiaschi era detenuto in Spagna cosicchè l’imputato non aveva potuto assolutamente difendersi; non solo, ma Fiaschi venne messo a conoscenza del processo e della pesante condanna inflittagli solo al momento dell’estradizione. Questa avvenne in maniera tutta particolare: Fiaschi fu caricato sotto falso nome su di una nave diretta in Italia e durante il viaggio fu tenuto segregato, in incognito. Appena la nave giunse a Genova, fu richiuso nelle carceri della nostra beneamata repubblica nata dalla Resistenza, dove è rimasto sino allo scorso 29 marzo. E’ uscito poco dopo che quarantenne, eppur completamente incanutito.

Giustizia di Stato: Valpreda e Marini

Dopo appena nove udienze, quando lo spettacolo cominciava a diventare interessante, con la passerella dei supersbirri imbarazzati e reticenti e chiaramente sotto accusa – veri imputati del processo – nonostante la moderatissima gestione del moderatissimo presidente Zeuli -, dopo appena nove udienze i super-giudici di Roma, toghe di ermellino e facce di bronzo, con bronzeo disprezzo per l’opinione pubblica, per il buon senso, per la stessa loro giustizia dei codici, hanno deciso la sospensione del processo e l’unificazione contro natura delle due istruttorie per la legge di stato, pontificando infine che la sede adatta per il nuovo abominevole processo da “opposti estremismi” (l’avranno catalogato, con umorismo da maggioranza silenziosa, processo ValFreda?) è Catanzaro e non Milano né Roma né, bontà loro, Atene. La data: le calende greche anzi italiane.

Non ad Atene ma, sempre bontà loro, “solo” a Vallo di Lucania è stato trasferito il processo all’anarchico Giovanni Marini (che riprenderà a fine maggio), sospeso com’è noto per una provocazione sbirresca in aula spacciata per disordini e per “giustificazione” quindi di timori per l’ordine pubblico. La verità è che la campagna di agitazione per Marini e la mobilitazione antifascista per i giorni del processo erano riuscite sostanzialmente ad impedire l’intimidazione fascista a Salerno, in città ed in aula. I neo-squadristi, meno numerosi del previsto (si stanno forse assottigliando i fondi-paga per i picchiatori mercenari?) sono in pratica rispuntati fuori dalle loro fogne solo dopo la sospensione del processo, con qualche violenza a compagni isolati e con un assalto alla Facoltà di Magistero occupata, nel tentativo di riguadagnare un ruolo da protagonisti. In realtà dunque la piazza di Salerno non appare la più adatta né per una gestione spoliticizzata del processo Marini (come vorrebbe il governo) né tanto meno per una gestione parafascista seguite, l’una e l’altra, da condanna “esemplare”. Ecco quindi che si sposta il processo in una cittadina in cui si spera non vi siano né possano arrivare i compagni di Marini. Speranza illusoria. Compagni Marini ne ha ovunque, ormai, ovunque vi siano antifascisti veri e compagni ci saranno al suo processo, a Vallo di Lucania o in qualunque altro angolo d’Italia voglia nascondersi la giustizia di stato. Gli anarchici italiani hanno già indetto, appena venuti a conoscenza della nuova data di riapertura del processo, un convegno nazionale, che si terrà il 5 maggio a Carrara, per coordinare il proseguimento della campagna per la liberazione di Marini.

Spagna: ancora il garrote?

Il primo maggio dello scorso anno, a Madrid, durante alcuni scontri tra manifestanti e poliziotti, il vice-ispettore Josè Antonio Fernandez Gutierrez della polizia politica rimaneva sul suolo, colpito a morte da una coltellata. Alcuni giorni dopo, verranno arrestati alcuni militanti del Frente Rivolucionario Antifascista y Patriotico (F.R.A.P.), accusati di aver progettato ed eseguito l’uccisione dello sbirro. Secondo voci riportate ai primi di aprile dalla stampa spagnola, starebbe per iniziare il processo a questi militanti antifascisti ed il “fiscal” (giudice istruttore – pubblico ministero) avrebbe chiesti, a conclusione dell’istruttoria (secondo l’uso dei tribunali militari spagnoli) quattro condanne a morte, due delle quali (secondo un altro uso spagnolo volto ad evitare la grazia) per un solo impuntato. Aguilar Navarro, figlio di un noto professore universitario.

Si è inoltre in attesa, in Spagna, anche del processo contro alcuni militanti dell’ex. M.I.L., compagni di Puig Antich, ed altre pene di morte pare siano state richieste dal fiscal anche per loro.

Con le mani ancora grondanti del sangue di Puig Antich, il boia Franco ed il vice-boia Arias Navarro si apprestano dunque a nuovi assassinii.

Il F.R.A.P.

Il F.R.A.P., l’organizzazione spagnola per tre militanti della quale sarebbe stata chiesta la pena di morte, è lo stesso FRAP (ma non il FARP, si badi, ennesima sigla di comodo dei “servire-il-popolo”) che da qualche tempo in Italia dà la sua adesione ad iniziative e manifestazioni extra-parlamentari. E’ anche lo stesso FRAP la cui “rappresentanza” italiana, il giorno dell’ascensione di Carrero Blanco, ha cercato a Roma di attribuirsene goffamente il merito con una conferenza stampa.

Questo “Fronte rivoluzionari Antifascista e Patriottico” (il cui nome è abbastanza programmatico) è una delle versioni maoiste del P.C. Español, anche se il suo maoismo s’è andato man mano annacquando con il passare di moda del maoismo stesso. E’ nato dal P.C.E. (m.l.) e la sua “ragion d’essere” è di presentare un’alternativa di fronte popolare “rivoluzionario” alla politica di fronte popolare “riformista” del P.C. ufficiale. Ha cercato, senza successo, di agglutinare in questo “fronte” tutte le organizzazioni alla sinistra del P.C.E. E’ riuscito invece a costituire nuclei di attivisti un po’ dappertutto nella penisola iberica ed a farsi conoscere, grazie ad una propaganda molto vistosa ed a prezzo di molti arresti (ha attualmente un gran numero di militanti in carcere). Ha “inventato”, a somiglianza dei nostrani “servire-il-popolo” (cui assomigliano per molti versi) una serie di “organizzazioni di massa” (che sono poi sempre gli stessi militanti del FRAP sotto diverse sigle): O.S.O. – Organizzazion Sindacal Obrera; U.D.M. – Union Democratica de Mujeres, F.U.D.E. – Federation Universitaria Democratica de Estudiantes; eccetera eccetera, nel tentativi di far apparire il FRAP come un punto importate di riferimento di varie forze. Nessuno ci casca, naturalmente.

La Redazione

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