A rivista anarchica n36 Marzo 1975 Cronache sovversive a cura della Redazione

G.A.R.I.

Venerdì 7 febbraio 1975, nel carcere parigino della Santé, sette membri (o presunti tali) dei G.A.R.I. (Gruppi di Azione Rivoluzionaria Internazionalista, che dopo la morte di Puig Antich, hanno rivendicato il rapimento del banchiere spagnolo Balthazar Suarez e hanno compiuto una serie di attentati antifranchisti in Francia e in Belgio, soprattutto a Bruxelles, Toulouse, Parigi, Lourdes, Perpignan, cfr. A n. 35) hanno sospeso lo sciopero della fame che avevano iniziato il 27 dicembre 1974 chiedendo di essere considerati prigionieri politici.

In effetti il Guardasigilli ha loro accordato dei miglioramenti nelle condizioni di detenzione (anche se ufficialmente lo Statuto Politico non è stato loro riconosciuto, questi miglioramenti raggiungono quasi tutti i punti dello statuto: diritto quotidiano di riunione fra loro dalle ore 11 alle 18, di ricevere visite più lunghe e più frequenti, di ricevere informazioni non censurate, ecc.) dopo un primo rifiuto del Ministero della Giustizia francese, il 16 gennaio 1975, che aveva dichiarato: “Queste pretese sono incompatibili con le prescrizioni della legge; esse non possono, di conseguenza, che essere rifiutate”. Ricordiamo i nomi degli accusati di appartenere ai G.A.R.I. imprigionati nel carcere della Santé di Parigi: Michel Camilleri; Mario Ines-Torres; Victor Manrique; Jean Marc Rouillan; Raymond Delgado; Jean Michel Martinez; Floreal Cuadrado.

Essi sono fra l’altro accusati di “detenzione e trasporto di armi e di munizioni di guerra” e di “avere commesso, individualmente e collettivamente, fatti tendenti a sostituire una autorità dello stato”. Essi dipendono tutti dalla Corte di Sicurezza dello Stato, tribunale eccezionale dipendente direttamente ed esclusivamente dal governo, composto da un presidente nominato dal Consiglio dei Ministri assistito da quattro “assesseurs” di cui due ufficiali militari. Nella prigione St. Michel di Toulouse sono detenuti: Pierre Roger, José Maria Codom Bofill. Saranno giudicati, contrariamente agli altri 7, dalla Corte d’Assise.

Avendo ottenuto miglioramenti di condizioni di vita in quanto detenuti comuni essi hanno dichiarato di voler continuare la loro azione nella prigione della Santé dichiarando che: “Ora vi è un precedente. Gli altri detenuti conosciuti o sconosciuti che lottano alla Santé devono ottenere le stesse cose che abbiamo ottenuto noi”.

Il voto ai diciottenni

Fra qualche tempo (e pare questione di mesi) anche in Italia, come in molti altri Stati, sarà abbassata da 21 a 18 anni l’età minima per il voto. Dopo lunghi tentennamenti dei partiti “di centro”, timorosi dell’estremismo giovanile, dopo sondaggi d’opinione tranquillizzanti sul paventato “potenziale esplosivo” del voto minorile, un disegno di legge in merito sta infine passando in Parlamento, con l’approvazione ufficiale di tutti i partiti.

Placata la paura, prevale ora la speranza, in tema di voto ai diciottenni: la speranza partitica (ognuno per sé e tutti insieme nell’interesse del sistema) di incanalare nell’ambito istituzionale la tensione politica giovanile. La speranza dei politici è che la carica di ribellione dei giovani possa essere incatenata negli ambiti tradizionali ed in tal modo esorcizzata. Staremo a vedere se hanno ragione quei sociologi del sistema che riconducono sostanzialmente il fenomeno della contestazione giovanile (o quanto meno la sua pericolosità) all’assenza di canali istituzionali di partecipazione.

Intanto, ci giunge una notizia dagli U.S.A. che sembra indicare come i politicanti nostrani dopo aver nutrito eccessivi timori per il voto ai diciottenni, nutrano ora eccessive speranze. Il Time del 10 febbraio scorso dà notizia dei risultati di un’indagine campionaria (fatta dall’Ufficio Federale statistico) sulle elezioni “mid-term” americane dello scorso novembre. Risulta che mentre ha votato, globalmente, il 45% degli elettori (una percentuale molto bassa, ma abbastanza normale per gli U.S.A.) solo il 21% dei giovani tra i 18 ed i 20 anni s’è recato alle urne! I diciottenni statunitensi hanno così snobbato il diritto di voto loro concesso nel ’72 dopo una lunga campagna di agitazione.

I padroni sono soddisfatti

Credo sinceramente, da industriale, che il giudizio complessivo (sull’accordo per la contingenza) debba essere positivo“. Così ha concluso una sua relazione letta il 13 febbraio al Rotary Club di Milano Nord-Ovest, Guido Isolabella, vicepresidente dell’Assolombarda. L’aveva iniziata con l’affermazione che l’accordo sulla contingenza “può contribuire a fornire il salto qualitativo necessario nei rapporti tra imprenditori e sindacati dei lavoratori” e ad “allentare una conflittualità che per anni è stata veramente permanente“, “nel quadro più ampio di auspicabili nuove forme di relazioni industriali“. L’Isolabella ha espresso, inoltre, parole di soddisfazione sulla clausola dell’accordo tra Confindustria e sindacati secondo la quale i padroni si consultano con i rappresentanti sindacali prima di aprire la procedura per la cassa integrazione e altre parole di soddisfazione ha speso sull’accordo F.I.A.T. per “corresponsabilizzare i lavoratori nella fase di produzione e di vendita”.

Nella relazione dell’alto dirigente confindustriale c’è, a grandi linee, la filosofia della graduale “cogestione all’italiana” che, paradossalmente ma non illogicamente, si va sviluppando (per ora) come cogestione della crisi. E’ risultata evidente, nella vertenza sulla contingenza, la disponibilità all’accordo delle due “parti”. Addirittura esemplare l’atto finale della contrattazione: i sindacati chiedono un recupero forfettario di 20.000 ed i padroni offrono 5.000, presto i primi scendono a quindici ed i secondi salgono a otto, per ritrovare infine (e prevedibilmente, come in una recita) l’accordo esattamente a metà strada fra le posizioni iniziali! Sull’unificazione ai livelli superiori, entrambi i protagonisti della cogestione si sono mostrati altrettanto ragionevoli: gli industriali hanno accettato l’unificazione ed i sindacalisti hanno accettato di diluirla in oltre due anni.

“Naturalmente” né gli aumenti immediati né quelli futuri bilanciano la svalutazione, ma è evidente che cogestire la crisi con i padroni non può significare altro che far pagare la crisi ai lavoratori. Né, d’altro canto, è possibile ad un moderno sindacato riformista, che accetta la logica del sistema capitalistico-tecnoburocratico, altro ruolo se non quello di cogestore.

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