A rivista anarchica n36 Marzo 1975 Il sovversivo. A colloquio con Corrado Stajano di Lodovico F.

La drammatica vicenda dell’anarchico Franco Serantini nell’appassionata e puntuale ricostruzione di un giornalista democratico. Da una infanzia solitaria ed infelice alla scoperta dell’impegno politico, la progressiva presa di coscienza di un emarginato che non voleva essere tale. La brutalità di sbirri, magistrati ed autorità contro un giovane colpevole di essere anarchico hanno trasformato la storia di un “figlio di nessuno” in una vicenda che ha coinvolto un’intera città.

Pisa, 5 maggio 1972, giornata di chiusura della campagna elettorale. In largo Ciro Menotti alle ore 18 parla l’on. Giuseppe Niccolai, fascista. Duecento squadristi neri circondano il palco urlando istericamente “Italia! Italia!”. Intorno le forze di polizia presidiano la piazza a protezione dei fascisti: tutto regolare. A non grande distanza numerosi militanti della sinistra extra-parlamentare ed anarchici protestano contro Niccolai ed i suoi camerati, contro la polizia che li protegge. Quest’ultima, tanto per non smentire la propria vocazione anti-fascista, inizia una serie di pesantissime cariche contro i manifestanti anti-fascisti, per lo più giovani. Al termine delle cariche il solito rastrellamento: bilancio della giornata, 27 persone fermate di cui 9 tratte in arresto per manifestazione sediziosa, violenza e resistenza a P.U., danneggiamento aggravato.

Nonostante le apparenze e le prime notizie pubblicate sui giornali, però, non si trattò di una normale operazione di repressione poliziesca. Quella sera la furia selvaggia dei celerini iniziò ad assassinare Franco Serantini, uno dei giovani anti-fascisti presenti in piazza. Durante una delle cariche gli saltarono addosso in quindici. Avevano fatto cerchio sopra di lui – testimonierà poi Moreno Papini, che assistette dalla finestra di casa sua ai fatti – tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci dei fucili.

Dopo il pestaggio, il fermo, il trasferimento al carcere Don Bosco, il rifiuto di dar credito alle sue dichiarazioni di star male, la morte. E dopo la morte, il tentativo di far sparire il suo “scomodo” cadavere facendolo seppellire all’insaputa di tutti e senza autopsia. Tanto, dichiara la direzione del carcere, è morto per causa accidentale, la sua lesione è un semplice trauma cranico dovuto ad un motivo imprecisato.

L’impiegato comunale addetto, però, rifiuta il permesso alla direzione del carcere: Franco Serantini ha così potuto avere i suoi funerali, sulla bara una bandiera rossa e nera, dietro alla bara una selva di bandiere rosse e rosso-nere, un’intera città, idealmente tutti i suoi compagni uniti con lui.

La vicenda di Serantini non è però solo la storia della sua tragica morte, dell’assassinio che lo stato ha commesso nel suo lungo volgere di un giorno e mezzo, da quando Franco fu pestato a quando fu lasciato morire in cella, abbandonato come un cane rognoso. Tutta la vita di Serantini, tutti i suoi venti anni sono una drammatica testimonianza delle ingiustizie e delle violenze di questa nostra società autoritaria. Della sua vita, comunque, si sapeva poco, troppo poco.

Con sensibilità umana e rigore morale un giornalista di sinistra, Corrado Stajano, collaboratore de Il Giorno e dei programmi culturali della RAI-TV, ha ricostruito per quanto possibile la travagliata esigenza di Serantini ed ha riprodotto il frutto delle sue indagini in un libro (Il Sovversivo “Vita e morte dell’anarchico Serantini”, ed. Einaudi, L.1.400) che è appena uscito nelle librerie. Ne risulta una vicenda impressionante, un’esistenza passata per lo più al brefotrofio, poi con dei genitori adottivi, dopo la morte di uno di questi il trasferimento in altro istituto: dunque infanzia, fanciullezza e adolescenza passate fra suore, tutori, guardie, ecc. Impossibile riassumere le pagine che Stajano dedica alla ricostruzione di quegli anni di vita di Serantini: basti qui citare una definizione, profondamente vera, che di lui dà Stajano: Franco Serantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte

A ben vedere – mi dice lo stesso Stajano, che sono andato ad intervistare nella sua abitazione nel centro di Milano – la vita di Serantini, la sua vera vita, è come una brevissima fiammata, dal 1968 fino al 1972, da quando cioè iniziò a militare nella sinistra a quando fu assassinato. E’ stato in questo breve arco di tempo che Franco, dopo differenti esperienze politiche (con i cattolici, con i giovani comunisti e socialisti), è approdato all’anarchia. I grandi gruppi organizzati non gli davano la possibilità di esprimersi: Franco, con il suo costante desiderio di amicizia, cercava di umanizzare i rapporti politici e di politicizzare i rapporti umani. Tra gli anarchici, finalmente, ha trovato comprensione, affetto, la possibilità di esprimersi. Solo e solitario fin dalla nascita, Serantini ha vissuto dopo il maggio ’68 la sua vita: a scuola lo ascoltavano e poteva dibattere le sue idee con i compagni, faceva volantini, partecipava alle lotte che sentiva giuste, che sentiva sue.

Stajano non ha conosciuto Serantini, non l’aveva mai sentito nominare fin quando, sui giornali, lesse la notizia della sua morte. Gli chiedo quali ragioni lo abbiano indotto ad occuparsi così a fondo della sua vicenda. I risultati ed i commenti sulle elezioni, la morte del commissario Calabresi e gli sviluppi del “caso Feltrinelli” contribuirono a far praticamente scomparire dai giornali ogni notizia riguardante la morte dell’anarchico Serantini. Non era giusto, bisognava portare chiarezza anche su quella tragica vicenda. Ho sentito che dovevo occuparmene. Stajano ci tiene a precisare che, come giornalista di sinistra, non ha voluto fare un lavoro né di frazione né di fazione. La storia di Serantini – sostiene – appartiene a tutti, è un patrimonio umano e politico della sinistra. Questo mio convincimento comunque non mi ha vietato di dire quel che pensavo.

Nel corso del libro Stajano fa incontrare al lettore più di una volta gli anarchici. Gli contesto la validità del suo approccio all’anarchismo, decisamente riduttivo. La forte carica libertaria espressa dalle lotte del ’68-’69, per esempio, non può essere ridotta, in rapporto al movimento anarchico, al fatto che gruppi di giovani hyppies si siano fatti tatuare la “A” sul braccio. Al di là di fenomeni folkloristici e marginali, l’anarchismo ha ricevuto ed ha a sua volta impresso una spinta in avanti che parte delle lotte sociali, che ha i suoi protagonisti non certo in coloro che fanno dell’anarchismo un pretesto per atteggiamenti esteriori controcorrente, quanto nei militanti e nei gruppi che quotidianamente, con serietà ed impegno, lottano contro le ingiustizie e l’autorità. Critico anche l’immagine prodotta nel lettore dalla presentazione dell’ambiente anarchico pisano; mi sembra, e lo faccio osservare al mio interlocutore, che questo libro, ottimo sul piano della ricostruzione umana (Serantini, i suoi vari tutori, i suoi persecutori), pur scritto con simpatia nei confronti degli anarchici (conosco da tempo Stajano e la sua onestà), lasci un po’ delusi per quanto riguarda la giusta collocazione che spetta al movimento anarchico.

Stajano discute le mie osservazioni, ci tiene a sottolineare l’onestà della sua testimonianza e soprattutto la natura del suo libro. Non ho certo voluto scrivere un libro sugli anarchici – mi dice – ho voluto raccontare la storia di una vittima del sistema che cerca di essere un cittadino come gli altri ma viene continuamente trattato come uno scarto. La vita e la morte di Franco Serantini fanno da specchio ad una vicenda più ampia che coinvolge un’intera città, tutto il nostro Paese. Una storia così – conclude – potrebbe essere scritta tutti i giorni.

Lodovico F.

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