A rivista anarchica n36 Marzo 1975 La repressione non è uguale per tutti. Spagna: intervista con l’avvocato Francesco Piscopo di C.S.L.

Al processo di Madrid contro quattro anarco-sindacalisti spagnoli, del 13 febbraio scorso, hanno assistito in qualità di osservatori internazionali, tre avvocati: Yve Dechezelles di Parigi, Jeremy Smith di Londra e Francesco Piscopo di Milano.

Quest’ultimo, che è uno dei legali “di punta” in molti processi contro i militanti della sinistra extra-parlamentare ed anarchici negli ultimi anni (fra l’altro è nel collegio di difesa di Marini), si è recato nella capitale spagnola per iniziativa del Comitato Spagna Libertaria e, al suo ritorno ha tenuto una conferenza-stampa al Palazzo di Giustizia di Milano, nel corso della quale sono stati consegnati ai giornalisti presenti molti documenti relativi al processo stesso, compresa una dichiarazione congiunta emersa al termine del dibattimento a Madrid dei tre avvocati-osservatori.

Al termine della conferenza-stampa siamo riusciti a “bloccare” Piscopo, continuamente preso dal suo lavoro di avvocato-militante e gli abbiamo posto alcune domande. Nel corso dell’intervista Piscopo ha toccato temi che aveva lasciato da parte nel corso della conferenza-stampa, nella speranza (dimostrata illusoria) che, evitando la polemica con l’opposizione moderata e riformista, i giornali avrebbero più facilmente pubblicato qualcosa. Speranza illusoria: i quotidiani di “centro”, di “sinistra” e di “estrema sinistra” extraparlamentare hanno dedicato alla conferenza stampa lo stesso spazio che hanno dedicato al processo: nessuna.

Come avvocato, quali sono state le sue impressioni sulle condizioni in cui si svolgono i processi politici in Spagna?

La prima caratteristica di questi processi è che non esiste dibattimento. Se c’è possibilità per l’imputato di difendersi, di incidere e comunque di far nascere delle contraddizioni fra i giudici ciò avviene di norma nel corso del dibattimento ed è ancora meglio se attorno al processo si crea una mobilitazione esterna a sostegno delle tesi portate avanti, però come dicevo, non c’è il dibattimento né è possibile portare avanti qualsiasi forma di mobilitazione.

Tutto il processo, infatti, si traduce in un interrogatorio degli imputati di stile inquisitorio. Essi sono sottoposti a domande relative alla loro conoscenza con i co-imputati (conoscenza che, evidentemente, è difficile negare): dalla ammissione anche solo di conoscersi fra loro, la Corte trae la prova della associazione illegale e li condanna.

Dopo il dibattimento vi è la discussione degli avvocati, ai quali però è negato il diritto di criticare il modo in cui si è svolta l’istruttoria e l’operato stesso della Corte. Non solo, ma si giunge al punto che, qualora vengano ascoltati i poliziotti che condussero l’istruttoria, ai legali non è concesso di porre loro domande che non siano di conferma a quanto acquisito agli atti. Non è dunque possibile far domande tali da chiarire on che modo i poliziotti inquirenti abbiano ottenuto le “prove” né la loro consistenza. Si vuole evitare anche solo il sospetto che si intenda mettere in dubbio il loro operato.

Dicci qualcosa di più su questo “delitto” di associazione illegale.

E’ un’incriminazione frequente ed un “eccellente” strumento repressivo In pratica qualsiasi oppositore, solo per le sue idee, può essere in ogni momento sbattuto in carcere ivi tenuto per anni. L’accusa di “associazione illegale”, per esempio, viene “provata” dalla polizia con il semplice pretesto che l’imputato è notoriamente sostenitore di idee differenti da quelle del regime e che lo stesso si incontra, anche solo saltuariamente, con altri individui come lui noti per le loro idee “diverse”. Questo basta a far scattare il meccanismo repressivo del regime e la pena conseguente è generalmente di 5 anni di galera.

Come se non bastasse il solo fatto di esser già stato dentro perché accusato di associazioni illegale costituisce la premessa e la prova perché un militante venga nuovamente arrestato! Basta poi una scritta murale o la detenzione di un manifestino sovversivo per giustificare una nuova detenzione per 2, 3 o più anni.

Per quanto ti risulta, soprattutto dai colloqui da te avuti con gli avvocati difensori di Edo e compagni, sono stati usati strumenti di coercizione o di tortura contro gli imputati?

Innanzitutto va ricordato che, proprio come strumento coercitivo e ricattatorio, insieme con i quattro compagni sono stati fermati per un certo periodo anche alcuni loro familiari. Per quanto riguarda la tortura, mi è stato detto che fino a pochi anni fa il suo uso era normale per tutti i detenuti (in particolare, per i politici). Da qualche tempo in qua, però, la tortura è stata generalmente accantonata e sostituita con le pressioni di ordine psicologico. La tortura continua però ad essere usata contro i detenuti accusati di “terrorismo” e di appartenenza a gruppi armati (come l’E.T.A., per esempio) ed anche contro i detenuti comuni.

Come mai non è stata emessa la sentenza al termine del processo?

E’ una caratteristica del Tribunale per l’Ordine Pubblico, contraria ad ogni norma e prassi giuridica internazionale, quella di emettere la sentenza giorni o settimane dopo la conclusione del dibattimento. Ricordate che tra la richiesta di condanna a morte per Puig Antich e la condanna relativa passò quasi un mese?

Quest’uso ha chiaramente un solo significato: attendere ordini dall’autorità politica ed emettere la sentenza da questa stabilita nel momento che essa giudica più opportuno.

In questo contesto “legale” quale può essere la funzione di un avvocato difensore?

Gli avvocati sono costretti, in realtà, a svolgere un ruolo subordinato, necessario e funzionale alla farsa del processo. In fondo, costretti comunque a fare quello che vuole il potere, servono a dare una parvenza di legalità ad un processo già preordinato. Questo anche perché gli avvocati agiscono nel processo e solo all’interno del processo né possono avere alcun collegamento con una mobilitazione esterna. Tanto più che la semplice partecipazione al processo costituisce un grave rischio per i militanti dell’opposizione che così possono essere identificati, arrestati e condannati a loro volta per associazione illegale.

Allora, chi c’era in sala ad assistere al processo?

Oltre a noi, avvocati-osservatori internazionali, c’erano solo i parenti degli imputati.

Quasi contemporaneamente al processo contro i nostri quattro compagni si è tenuto quello contro il comunista Marcelino Camacho ed altri esponenti delle Comisiones Obreras (fra cui un prete), tutti facenti parte dell’opposizione moderata e riformista al governo attuale. C’è differenza nel “trattamento” repressivo riservato alle diverse forme d’opposizione?

Per quanto mi risulta, c’è una netta differenza nel comportamento degli organi repressivi nei confronti dello schieramento moderato (che, a sinistra, arriva sino al P.C.E.) da un lato e dalla opposizione rivoluzionaria (anarchici, marxisti-leninisti, E.T.A., ecc.) dall’altra. Ancor più che in passato si nota oggi la volontà di selezionare i nemici e dosare in modo differenziato i colpi di maglio della repressione.

Ma Camacho e gli altri hanno avuto in prima istanza, delle pene pesantissime…

E’ vero, fu una condanna infame che fece giustamente clamorose, ma si trattò di una vistosa e drammatica eccezione, unica in questi ultimi anni, alla regola che vuole solo multe e pochi mesi di carcere per l’opposizione “ragionevole”. Una eccezione che si spiega con la concomitanza del processo con l’attentato a Carrero Blanco che fece schiumare di rabbia e tremare di paura ed esigere vendetta la destra del regime. Ora in appello, le pene sono state ridotte ad un quarto ed anche meno, come avevano previsto gli avvocati con cui ho parlato a Madrid.

La diversità di trattamento di cui gode il partito comunista spagnolo può essere compresa solo tenendo conto del quadro politico generale, caratterizzato dalla più smaccata politica collaborazionista del Partito Comunista Spagnolo (P.C.E.) con i carlisti e con altre forze politiche moderatamente anti-franchiste. Non solo. Secondo quanto mi è stato detto, i comunisti sembrano disposti a “svendere” le Comisiones Obreras (delle quali in molte regioni essi hanno la dirigenza) in cambio di una loro partecipazione ufficiale al sindacato unico (corporativo fascista). Questa manovra politica dei comunisti si inserisce nel dibattito che è in atto fra alcuni settori della sinistra riguardo alla possibilità di partecipazione alle elezioni che stanno per svolgersi nel sindacato falangista. Favorevoli a questa partecipazione sono in genere le forze della sinistra riformista (esclusa la sinistra “storica”: P.S. e U.G.T.) ed in particolare i membri del P.C.E.

Un avvocato socialista con cui ho parlato mi ha confermato che i comunisti sorpassano tutti a destra e sono giunti al punto di tessere gli elogi della polizia, della magistratura e delle altre istituzioni statali, delle quali si limitano a criticare gli alti vertici “incapaci” di gestirle.
Obiettivo finale dei comunisti e delle altre forze politiche moderate è quello di favorire un trapasso indolore fra l’attuale regime e quello che seguirà alla morte di Franco. Per ottenere questo risultato si cerca a tutti i costi di stroncare gli spazi di autonomia che i lavoratori stanno conquistando in sempre maggior misura.

Pur nella brevità della tua permanenza a Madrid, hai avuto qualche precisa notizia a conferma di queste lotte portate avanti dai lavoratori spagnoli?

Sì, certamente. Innanzitutto va osservato che le persone con cui ho avuto occasione di parlare mi hanno in genere confermato il notevole sviluppo che negli ultimi anni hanno avuto queste forme di lotta autonoma. Il che è tanto più notevole quanto più si consideri la situazione di pesante repressione che sempre caratterizza in Spagna le lotte operaie e soprattutto quelle autonome. Per fare un esempio, posso ricordare quanto accaduto, proprio mentre mi trovavo al processo, alla “Firestone”, dove la direzione ha sospeso i blocco 3.500 lavoratori “colpevoli” di aver partecipato ad una assemblea non autorizzata, fuori orario.

Sotto questo aspetto non bisogna dimenticare la massima discrezionalità che è data ai padroni nell’effettuare licenziamenti. Ed ancora l’estrema difficoltà che un lavoratore licenziato (soprattutto per motivi politico sindacali) incontra nel ricercare un nuovo posto di lavoro. Nella maggioranza dei casi questi lavoratori sono costretti a cambiare città ma, a causa dello stretto giro di informazioni che si passano fra di loro i padroni, spesso nemmeno così è possibile trovare un altro posto di lavoro. Anche dall’interrogatorio di Luis Andres Edo è emersa una vicenda del simile.

La stampa spagnola ha parlato del processo?

No, assolutamente niente. Neanche un cenno. Va invece osservato che per quanto riguarda il processo Camacho il “trattamento” è stato ben diverso. In questo caso, pur tradendo un certo imbarazzo, si è dato spazio anche alle dichiarazioni degli imputati. Credo comunque che ciò sia stato possibile sia per la mobilitazione internazionale a favore degli accusati sia per l’aria da supercompromesso storico che caratterizza l’attuale fase politica spagnola ed in particolare i rapporti fra sinistra moderata e “ala” progressista del regime.

Che impressione ti hanno fatto gli imputati? Qual è stato il loro comportamento?

Si sono comportati sempre con grande dignità. Hanno anche cercato di esprimere le loro idee ma, ogniqualvolta hanno cominciato a parlarne, il presidente li ha zittiti dicendo che quello che dicevano non aveva niente a che fare con il processo in corso. Le dichiarazioni politiche di Edo e compagni sono state fatte uscire e circolare clandestinamente.

C.S.L.

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Quattro anarco-sindacalisti spagnoli sono stati processati a Madrid il 13 febbraio scorso. Luis Burro Molina, Luis Andres Edo, David Urbano Bermudez e Juan Ferran Serafini (questi i loro nomi) sono comparsi di fronte al Tribunale per l’Ordine Pubblico (T.O.P.) per rispondere del reato di partecipazione ad una “associazione illegale” e, solo il primo, anche del reato di “propaganda illegale”. Il precesso si è chiuso con le richieste del Pubblico Ministero (la condanna verrà emessa fra qualche giorno o qualche settimana, quando farà comodo al giudice ed al regine): dieci anni per Burro, cinque per Edo ed Urbano, tre per Ferran. In un lungo comunicato-stampa emesso pochi giorni prima del processo, il Comitato Spagna Libertaria ha fatto il punto sulla montatura poliziesca che ha portato, nell’estate del ’74, all’arresto di otto anarco-sindacalisti ed al conseguente processo contro quattro di loro.

Il 7 luglio dello scorso anno la Brigata politico-sociale (B.P.S., corrispondente alla “nostra” polizia politica) annunciava a Barcellona l’arresto di otto persone note per le loro idee anarco-sindacaliste. Nello stesso giorno, sempre nel capoluogo catalano, la stessa B.P.S. dichiara di aver scoperto delle connessioni fra la vicenda del rapimento Suarez (vedi A 35) e l’attività di militanti libertari barcellonesi. Un particolare che merita di esser messo in risalto è il fatto che l’arresto degli otto compagni è conseguenza diretta di una “commissione rogatoria” del giudice Bernard di Parigi, incaricato dell’istruttoria Suarez. L’ineffabile giudice parigino aveva chiesto alla politica spagnola di identificare il titolare di un numero telefonico di Barcellona, trovato nell’agenda di uno degli arrestati per l’affare Suarez. Gli sbirri iberici si sono dimostrati tanto zelanti nella collaborazione che, avendo “scoperto” che il numero telefonico apparteneva ad un lontano parente del noto anarchico Luis Edo, arrestava Edo ed altre sette persone, tra amici e parenti dello stesso.

Diverse settimane dopo l’arresto e senza aver trovato la minima prova di colpa, la polizia rilascia quattro degli otto arrestati, altri quattro, però, vengono trattenuti in galera. Non essendosi potuto dimostrare nessun collegamento fra i quattro e la vicenda Suarez, senza troppi sforzi la B.P.S. inventa una nuova imputazione: partecipazione ad associazione illegale e più concretamente alla ricostruzione della Confederazione Generale del Lavoro (C.N.T.), l’organizzazione anarco-sindacalista.

Va ricordato che tre dei quattro detenuti hanno precedenti politici e penali. Edo ed Urbano sono già stati condannati in passato per “associazione illegale” (Federazione Iberica della Gioventù Libertaria – F.I.J.L. e C.N.T.). Edo venne anche accusato d’aver partecipato al sequestro di Monsignor Ussia (Roma 1965). Luis Burro fu invece implicato in un “sumario” nel ’70 per attività politica e partecipazione alla tendenza detta “autonoma” del movimento operaio.

Il contesto politico-sociale nel quale si è sviluppata la montatura poliziesca è caratterizzato da un rilancio della presenza libertaria nelle lotte illegali dei lavoratori e, più in generale, della crescita della combattività del proletariato spagnolo (come testimoniano le continue notizie di scioperi, licenziamenti politici, ecc.). Per fronteggiare questa rinnovata spinta libertaria ed anarco-sindacalista la polizia catalana ha istituito recentemente una speciale Brigata anti-anarchica che nei suoi pochi mesi di vita ha già avuto modo di arrestare numerose persone sospettate d’essere pericolosi “attivisti anarchici”.

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Nelle dichiarazioni dei compagni processati il perché della montatura giuridico-politica

Quella che segue è una dichiarazione dei quattro anarco-sindacalisti processati a Madrid, che i compagni hanno fatto uscire clandestinamente dal carcere, consapevoli del fatto che in aula non sarebbe stato loro permesso di esprimersi.

“Il Tribunale per l’Ordine Pubblico, creato appositamente per la repressione politica, ci processa per il semplice fatto di avere (essere sospettati di avere) idee anarco-sindacaliste. Questo processo non è senza dubbio un episodio isolato di repressione del movimento libertario. Nell’arco di tempo compreso tra l’estate del ’73 e l’estate del ’74, un centinaio di persone sono state arrestate in Catalogna nel tentativo di fermare la crescita della tendenza antiautoritaria. In questo periodo un barbaro avvertimento si aveva con l’assassinio di Salvador Puig Antich.

“In questo momento lo stato franchista negozia spudoratamente con le tendenze autoritarie e riformiste dell’opposizione la costituzione di un nuovo sindacato. Intende sostituire la C.N.S. (sindacato verticale e fascista) con una nuova Centrale Sindacale Unica la cui funzione sarà di imbavagliare, entro una nuova legalità, la classe lavoratrice. E’ in questo contesto che si cerca di impedire la probabile rinascita della C.N.T. e della U.G.T., organizzazioni storiche dei lavoratori spagnoli, portando avanti una manovra repressiva contro tutte quelle tendenze che non si piegano all’accordo per la costituzione di questa Centrale Sindacale Unica.

“Questa nuova C.S.U. è vista dagli anarco-sindacalisti come il mezzo più efficace per mantenere i lavoratori sottomessi agli interessi del capitalismo e dello stato. Ed oltre a questo, sappiamo che la Centrale si trasformerà in un mezzo di pressione per tutti coloro che intendono legalizzare la propria condizione di clandestinità sindacale, che diverrebbe tollerata, a discapito delle aspirazioni rivoluzionarie dei lavoratori. Sappiamo anche che questa nuova situazione andrà a beneficio di gruppi politici il cui obiettivo è raggiungere l’egemonia sulla classe lavoratrice a favore del proprio gioco parlamentare, che già si intravvede nello stato post-franchista.

“In nessun caso accetteremo la manovra con cui si vuole relegare in secondo piano il ruolo delle altre organizzazioni sindacali, con la scusa di una “unità” demagogica ed irreale. Denunciamo questa manovra nella speranza che l’orientamento organizzativo ed ideologico che assumeranno le future organizzazioni dei lavoratori non possa essere deciso dagli intrallazzi e dalle trappole di sedicenti avanguardie politiche, ma solo dai lavoratori stessi secondo le loro inclinazioni senza altri scopi.

“Questa problematica determinante per l’arresto e la detenzione successiva dei firmatari di questo documento contraddice sostanzialmente le accuse espresse dalla polizia e dall’autorità giudiziaria dimostrando la “sottile” fantasia con la quale si sono rivestite quelle istituzioni per giustificare la repressione contro quelle forme di lotta e di organizzazione refrattarie ai tentativi d’incanalare il proletariato in nuovi canali di partecipazione e di consenso.

“Le prossime elezioni sindacali appaiono chiaramente come il trampolino di lancio di tutte le forze collaborazionistiche nel loro cammino verso la conquista della nuova Centrale Sindacale Unica che sarà di fatto un prolungamento modificato del sindacato verticale. L’astensione massiccia dalla partecipazione elettorale è la risposta più coerente che possano adottare i lavoratori come passo iniziale verso la libertà sindacale. Approfittiamo di questo processo per lanciare un appello a preservare nella lotta per l’emancipazione senza cedimenti né ipoteche autoritarie appellandoci alla solidarietà internazionalista contro questo ignominioso processo”.

Madrid, 13.2.1975

Luis Andres Edo

David Urbano Bermundez

Luis Burro Molina

Juan Ferran Serafini

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