A rivista anarchica n37 Aprile 1975 Condannato per antifascismo. A colloquio con Belgrado Pedrini di P.F.

La drammatica vicenda di Pedrini è un caso esemplare della “giustizia” di Stato.

Pochi giorni dopo la sua uscita dal carcere di Pisa, dopo trent’anni di galera, ho intervistato Belgrado Pedrini nella sua città nativa di Carrara, dove si trova grazie ad una “licenza” di 10 giorni, al termine della quale ha dovuto ripresentarsi in carcere (la “licenza”, per ora, gli è stata rinnovata per un altro breve periodo). Ero già stato con lui a colloquio per una mezzoretta nel carcere di Pisa, pochi giorni prima della sua (provvisoria) uscita e, pur nella brevità del tempo concessoci e alla presenza dell’immancabile guardia carceraria, avevo avuto modo di ascoltare da lui la sua drammatica vicenda.

La condanna a trent’anni che ho scontato – mi ha detto Pedrini nel corso dell’intervista colloquio – è dovuta a fatti connessi con la mia partecipazione alla lotta clandestina anti-fascista. Nel 1942 insieme con altri due compagni di Carrara iniziai la lotta armata contro i fascisti; dopo aver disarmato dei militi fascisti fummo braccati e pertanto ci trasferimmo un po’ a Milano. In un conflitto a fuoco con la polizia (fascista) noi tre fummo feriti ed arrestati dai poliziotti (quattro italiani, due tedeschi), uno dei quali però ci lasciò la vita.

Il processo non potè tenersi a causa della guerra e nel giugno del ’44 fummo liberati dai nostri compagni partigiani che operavano sulle Alpi Apuane: i nostri liberatori erano tutti componenti di una banda partigiana prettamente anarchica, alla quale ci unimmo immediatamente. Continuammo insieme a lottare fino alla primavera del ’45, accanto alle formazioni di Elio Wockievich, di Ugo Mazzucchelli ed altre formazioni. All’indomani della “Liberazione” fummo arrestati per rispondere dei reati commessi nel ’42, ritenuti reati comuni.

Nel 1949, dopo una lunga peregrinazione di carcere in carcere, si celebrò alla Corte d’Assise di Livorno il nostro processo, durante il quale fu accolta con benevolenza la nostra comprovata partecipazione alla lotta partigiana. Ma poiché durante il periodo della latitanza, proprio per poter continuare la lotta armata e la propaganda clandestina, eravamo stati costretti a sottrarre parte delle grandi ricchezze di alcuni industriali fascisti di Carrara, Milano e La Spezia, per questa nostra “attività ladresca” fummo tutti e tre condannati a trent’anni di carcere.

Senza mai scendere nel vittimismo, anzi sempre con la coscienza della natura politica della persecuzione di cui è stato vittima, Pedrini mi ha parlato dei trent’anni passati ospite dello Stato democratico nato dalla Costituzione antifascista: mi ha detto delle molte amnistie che senza lasciar traccia sono passate sulla sua pelle, mentre a tanti altri detenuti le pene venivano di volta in volta sempre più ridotte; nemmeno il condono del dicembre 1953, emanato apposta per i partigiani, che avrebbe ridotto a 20 anni la sua condanna, ebbe alcun effetto. I suoi trent’anni l’anarchico Pedrini, colpevole di aver lottato concretamente contro il fascismo mentre tanti “antifascisti” ufficiali se ne stavano nascosti in Vaticano e altrove, i suoi trent’anni Pedrini se li è fatti tutti. Il fatto è – afferma – che quando si è fra le mani della Giustizia, soprattutto di quella con i capelli bianchi, che per vent’anni ha portato il distintivo fascista ed a spada tratta ha difeso il Regime, soprattutto quando oltre ad essere nelle sue mani si è anche anarchici, allora bisogna esser pronti ad affrontare tutta la loro cattiveria, tutta la loro ostilità.

Pedrini ha scontato la pena dei trent’anni. Anzi, per essere precisi, ha scontato più di ventinove anni di carcere, in quanto a pochi mesi dalla fine è stato “graziato” dal Presidente della Repubblica Leone. Al termine della pena, però, a Pedrini erano stati affibbiati tre anni di libertà vigilata e questo supplemento di pena, a discrezione del Tribunale competente (in questo caso quello di Livorno), può sempre essere trasformato in permanenza forzata in una casa di lavoro. Così e successo che, appena graziato, Pedrini è stato trasferito nella casa di lavoro di Castelfranco Emilia, per essere poi recluso – sia pure con un trattamento un po’ meno rigido di quello riservato ai detenuti – nel carcere di Pisa. Può così accadere che una persona, graziata dal capo dello Stato ormai al termine della sua pena, rimanga in galera al di là dei termini della pena stessa. Tutto ciò è avvenuto ed avviene – Pedrini lo ha sottolineato spesso – nella nostra Italia “antifascista”.

Al momento in cui la rivista deve “chiudere” per andare in macchina, sappiamo solo che la “licenza” è stata rinnovata a Pedrini per un altro brevissimo periodo. Due anni di casa di lavoro (o addirittura di carcere) pendono ancora sul capo di questo nostro compagno che ancora oggi sta pagando per la grave colpa di aver lottato contro il fascismo. La sua drammatica vicenda umana è un atto di accusa per chi si accinge a celebrare il trentennale di quella falsa “Liberazione” che non ci ha liberati né dallo sfruttamento né dall’oppressione.

P.F.

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