A rivista anarchica n37 Aprile 1975 Ma gli anarchici non archiviano

“Chi ha voluto una strage tanto orrenda come quella di piazza Fontana non si uccide nel timore che la polizia abbia attinto le prove della sua responsabilità. Il suicidio per timore dei rigori della legge, infatti, quando è commesso da un uomo normale e non da uno psicopatico è pur sempre indice di sensibilità d’animo, sensibilità che non può esser propria di chi ha avuto il barbaro ardore di concorrere in una strage tanto orrenda… Si può suicidare, invece, che si accorge di essere stato coinvolto contro la sua volontà in un fatto terribile che la sua coscienza fermamente respinge o chi, avendo vissuto nella tiepida ed appassionata coltivazione di un ideale per lui purissimo ed esaltante, viene folgorato dall’improvvisa certezza che quell’ideale è stato definitivamente distrutto dall’azione folle di alcuni compagni di fede. Perciò si può ben dire che col suo gesto disperato Pinelli ha dato risalto alla figura morale della sua fede politica, affermando l’onorabilità della sua persona”.

Questa e una delle perle della lunga requisitoria con la quale il sostituto procuratore generale Mauro Gresti ha chiesto al giudice istruttore D’Ambrosio di assolvere con formula piena tutti coloro che erano presenti nella stanza al quarto piano della Questura di Milano dalla cui finestra, nella notte fra il 15 ed il 16 dicembre 1969, fu scaraventato l’anarchico Pino Pinelli.

Ricordiamoli pure i nomi dei presenti: i sottufficiali di P.S. Panessa, Caracuta, Mucilli, Mainardi, il capitano dei C.C. Lo Grano, l’allora capo dell’ufficio politico della Questura Allegra ed infine il commissario Calabresi. Quest’ultimo, principale responsabile dell’assassinio di Pinelli, è ora in riposo permanente effettivo.

Tutta la requisitoria di Gresti è tesa ad affermare la tesi per cui nostro compagno, buono, onesto, ecc. ecc., si sarebbe ucciso gettandosi dalla famosa finestra (alta 97 cm. dal pavimento) dopo aver appreso dal commissario Calabresi che Valpreda aveva confessato la sua colpevolezza. Questa notizia lo avrebbe intimamente ferito tanto che in lui – ha scritto Gresti – “a poco a poco maturava il deliberato proposito di porre fine ad ogni cosa e di scomparire insieme alla sua amata anarchia”. Secondo lo stesso sostituto procuratore era sì vero che il fermo di Pinelli (prolungatosi per oltre 3 giorni) era assolutamente illegale, ma bisogna considerare che “ogni cittadino, per lo sdegno e l’emozione della strage crudele, era pronto a rinunciare spontaneamente per il tempo strettamente necessario alle prime indagini, alla sua libertà di movimento, pur di facilitare e coadiuvare in qualche modo i compiti delle forze dell’ordine spasmodicamente tesi alla ricerca dei responsabili”.

Dalla requisitoria di Gresti si potrebbero trarre molte considerazioni. Per esempio, che gli unici cittadini ad aver collaborato con le forze dell’ordine sono stati gli anarchici, dal momento che perlopiù di anarchici era piena la Questura in quei giorni; che, anzi, per meglio collaborare con lo Stato, alcuni anarchici chiesero di essere rinchiusi per un po’ nelle carceri di San Vittore. Una citazione particolare meriterebbe così Pinelli che accettò di restare per tre giorni per “una amichevole chiacchierata addolcita dall’aroma di una tazza di caffè sorbita in compagnia” (testuali parole della commissario-finestra al processo Calabresi-“Lotta Continua”), fino al momento in cui spiccò il volo non da solo (come finora tutti avevano creduto), ma insieme alla sua bella anarchia.

Tante altre considerazioni si potrebbero fare. Noi sappiamo però che in una qualche maniera lo Stato riuscirà prima o poi a “chiudere” il caso legale Pinelli. Stia attento comunque chi oggi getta fango sul nostro compagno, dopo averlo gettato ieri dal quarto piano. Gli anarchici hanno la memoria lunga. E il tempo – chiedetelo a Calabresi – è un gran galantuomo.

La Redazione

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