A rivista anarchica n43 Dicembre 1975 Gennaio 1976 Un malore per il compromesso storico. Pinelli: sentenza D’Ambrosio di La Redazione

Pinelli è caduto per un malore, sostiene il giudice d’Ambrosio nella sua sentenza.. Non vi fu suicidio ma neppure omicidio, solo un malore… ed ecco spiegata la tragica notte del 15 dicembre 1969. Una tesi troppo semplicistica e da compromesso – oltre a quello storico oggi abbiamo anche quello giudiziario – che suona come un’offesa all’intelligenza.

È evidente che il “democratico” giudice D’Ambrosio non se la sentiva di adottare una tesi – quella del suicidio – ormai squalificata e proponibile solo dai magistrati più reazionari e d’altro canto non se la sentiva nemmeno di mettere sotto processo funzionari di quello stato di cui egli è un fedele servitore. La ragione di stato ha prevalso: per non scontentare nessuno il “giudice democratico” inventa – è proprio il caso di dirlo – l’ipotesi della morte accidentale dovuta a malore.

Se riandiamo al clima di quel dicembre ’69 dobbiamo riconoscere che il potere ha dovuto rimangiarsi molte delle calunnie e delle falsità che aveva diffuso ai quattro venti dopo l’uccisione del nostro compagno. Glielo abbiamo imposto, gliel’hanno imposto i rivoluzionari, gli sfruttati e tutta quella gente che non accetta la verità di regime. Le precedenti archiviazioni e le assoluzioni a Calabresi e soci hanno lasciato il posto a questa sentenza che vorrebbe recuperare un po’ di credibilità allo stato e ai suoi funzionari ma che in definitiva mostra più lacune delle precedenti e che non riesce a riabilitare quello stato che in molti ormai considerano lo “stato delle stragi”.

La funzione svolta dal giudice d’Ambrosio è significativa. Uomo definito democratico, “vicino” al Partito Comunista, D’Ambrosio rappresenta quella magistratura che non è direttamente compromessa con la montatura antianarchica di questi anti. La sua sentenza quindi dovrebbe apparire imparziale, ma l’incredibilità della tesi sostenuta mostra fin troppo chiaramente che la logica a cui sottostà è quella tipica delle caste privilegiate: non abbandonare mai i propri membri, anche i più squalificati. In questa dimensione va inquadrata la sentenza di D’Ambrosio. Mentre per i democratici essa li coinvolge e quindi la criticano per non esserne considerati partecipi, per noi anarchici questa sentenza serve come indicatore dei nuovi equilibri assunti dalle forze che gestiscono il potere.

Così considerata la sentenza di D’Ambrosio rappresenta una vittoria e una sconfitta allo stesso tempo. Una vittoria perché abbiamo, nonostante tutto, ributtato sullo stato le accuse che muoveva nei nostri confronti, perché l’assassinio di Pinelli non è passato sotto silenzio, come voleva il potere. Siamo riusciti a creare su questo episodio della criminalità statale una considerevole campagna di controinformazione che ha influenzato una cerchia di persone notevolmente ampia e lo slogan “la strage è di stato” è divenuto molto più di un semplice slogan.

È stata comunque anche una sconfitta perché non siamo riusciti a restringere la libertà di manovra del potere su questo “caso” in misura tale da non lasciargli altra alternativa che quella di condannare i suoi servitori, in pratica di autoaccusarsi.

Comunque siamo riusciti a far sì che con questa sentenza “democratica” lo stato si coprisse di ridicolo e questo è già qualcosa.

Il nostro compito oggi è di continuare su quella strada intrapresa subito dopo la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli: mettere sotto accusa lo stato, partendo dalle sue componenti repressive – polizia e magistratura.

La Redazione

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