A rivista anarchica n45 Marzo 1976 Il fascino discreto dello Stato forte a cura della Redazione

Crepitano i mitra dei poliziotti. Quasi ogni giorno leggiamo di giovani ladri d’auto, di piccoli “delinquenti”, di militanti di sinistra, di “brigatisti”, di gente-che-semplicemente-scappa falciata dal fuoco dei poliziotti. La polizia, i carabinieri, la guardia di finanza, tutte le forze dell’ordine (padronale), dopo l’approvazione della “legge Reale“, hanno ormai piena licenza di uccidere. Godono adesso di una impunità quasi totale: nessun appartenente alle “forze dell’ordine” può essere sottoposto a inchiesta o a processo penale se non per iniziativa del procuratore generale. E i procuratori generali, chissà perché, sono molto restii a mettere sotto processo questi fedeli servitori dello Stato.

Così le cronache registrano, in un crescendo impressionante, questa escalation del terrorismo poliziesco. I morti per mano della polizia, da nove mesi in qua (cioè dall’approvazione della legge Reale), sono aumentati a ritmo impressionante. Soprattutto ciò che colpisce è che i “delinquenti” uccisi dalla polizia sono spesso disarmati: i tutori dell’ordine non sparano dunque per difendersi ma unicamente per uccidere, o meglio, come dice eufemisticamente la legge “per impedire delitti di strage, attentati ai mezzi di comunicazione, crollo di costruzioni, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona“.

La situazione nella quale ci troviamo è veramente impressionante, tanto più che tutto questo era facilmente prevedibile; l’avv. Piscopo, per esempio, in un’intervista rilasciataci subito dopo l’approvazione di questa legge (cfr. “A” n. 39, “Reale peggio di Rocco”) aveva chiaramente indicato le tragiche conseguenze a cui saremmo giunti. Ciononostante quasi nessuno sentì allora l’urgenza di muoversi, di andare al di là delle solite proteste che lasciano il tempo che trovano. Qualche dichiarazione di principio da parte dei più “illuminati”, un’opposizione puramente formale del PCI in sede parlamentare, “serie preoccupazioni” espresse dai sindacati, ma nella sostanza tutti l’eccettarono. La sinistra rivoluzionaria constatò ancora una volta la sua impotenza di fronte all’apatia degli sfruttati, che una volta di più hanno subito un attacco chiaramente rivolto contro di loro.

Tutto questo ci induce a riflessioni molto amare, soprattutto se pensiamo che alcuni anni fa (nei mesi a cavallo tra il 1968 e il 1969) la crescita di coscienza nelle masse popolari aveva costretto i dirigenti delle forze di sinistra e dei sindacati a spostarsi “a sinistra”: sempre più frequenti erano le manifestazioni e gli scioperi nei quali si richiedeva il disarmo della polizia. I sindacati soprattutto avevano fatto di questo obiettivo uno dei loro compiti principali.

Sono passati solo pochissimi anni, eppure sembra già… preistoria. Come si è potuta verificare una simile “inversione di tendenza”? La risposta è certo complessa. Molti fattori hanno influito nello spostamento dell’asse politico e sul riflusso delle lotte operaie e studentesche. Fatti di portata nazionale e internazionale hanno avuto un ruolo determinante. Indubbiamente il fascino discreto dello Stato forte non colpisce solo la destra (autoritaria per… vocazione), ma – a mano a mano che conquista nuove posizioni di potere nell’apparato statale – anche la sinistra parlamentare. Ma c’è un fattore, per noi di notevole importanza, che ci preme sottolineare: la progressiva involuzione legalitaria delle forze rivoluzionarie.

Fino a quando il movimento rivoluzionario è stato realmente extraistituzionale, extrasindacale, extra tout-court, la sua forza contestatrice, restringendo gli spazi di manovra politica, costringeva le forze di sinistra e soprattutto i sindacati a cavalcare in qualche modo la tigre della contestazione, a spingersi sempre più “a sinistra” per rincorrere “la base” che abbandonata la tutela dei suoi dirigenti cercava metodi di lotta autonomi.

Poi vennero “le bombe” (il 25 aprile e il 12 dicembre 1969) e spuntarono soprattutto “i gestori della contestazione”. Da una posizione di attacco si passò ad una di difesa, si gridò “la repressione non passerà” e purtroppo era già passata proprio nel momento in cui eravamo costretti a difenderci. Il movimento della contestazione si cristallizzò e si ripiegò su se stesso, la tensione “autonoma” e libertaria di molte lotte scemò e comparvero i nuovi burocrati (piccole caricature dei burocrati delle organizzazioni sindacali e dei partiti di sinistra) desiderosi di emulare i loro maestri.

Il recupero autoritario (in senso “socialdemocratico”, beninteso) si è sviluppato sempre più ed oggi i legalitari della contestazione, dopo aver condotto il movimento di contestazione del ’68 nelle secche del quasi-parlamentarismo, si affannano a denunciare la regge Reale come legge liberticida e antipopolare e a chiedere al Parlamento la sua soppressione, non comprendendo che i rivoluzionari devono con la loro azione, e solo con quella, imporre la soppressione o la non applicazione di una legge antipopolare, perché solo così, con l’azione diretta, si può far crescere la coscienza rivoluzionaria dei lavoratori costringendo il potere a “concedere” quanto più possibile senza entrare nella sua logica.

Ma questo sembra l’abbiano capito solo gli anarchici. Purtroppo.

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