A rivista anarchica n60 Novembre 1977 Schmidt = Noske. Triplice omicidio di stato in Germania. di Paolo Finzi

Come il leader socialdemocratico Noske oltre mezzo secolo fà faceva assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebneckt, così il leader socialdemocratico e capo del governo Helmut Schmidt ha organizzato anche quest’ultimo crimine contro la Frazione Armata Rossa – Quali motivazioni hanno spinto Baader e compagni sulla via della lotta armata?

Ricordare Andreas Baader, Gudurn Ensslin e Jan-Karl Raspe, denunciare la completa responsabilità delle autorità tedesche per la loro morte, combattere la repressione sempre più capillare e soffocante che attanaglia la Germania Federale in queste settimane più ancora che in passato, non è sufficiente. Pubblicare tutte le prove tese a dimostrare l’impossibilità del suicidio collettivo in carcere dei militanti della “Rote Armee Fraktion”, propagandare la denuncia di Irmgard Moeller che smentisce la versione statale di questo crimine, riportare le dichiarazioni di semplici democratici colpiti da persecuzioni e da ignobili campagne di stampa per il solo fatto di non essere allineati al cento per cento con il governo, descrivere la militarizzazione dell’intera vita sociale in Germania, non è sufficiente.

Le tragiche vicende tedesche, con le appendici in Madagascar (uccisione del pilota dell’aereo dirottato e successivo assalto delle “teste di cuoio” con l’uccisione dei dirottatori) ed in Francia (ritrovamento del cadavere del presidente della confindustria tedesca Schleyer), esigono da parte del movimento rivoluzionario un approfondimento delle numerose questioni drammaticamente sollevate. Parallelamente alle pronte risposte che i rivoluzionari hanno saputo dare a questo ennesimo “delitto di stato” è necessario analizzare e cercare di comprendere i tratti salienti dell’attuale società tedesca, per avere ben chiaro su quale terreno si è venuta sviluppando la scelta rivoluzionaria della R.A.F. e delle altre formazioni simili. Il primo dato che balza agli occhi è il progressivo, costante chiudersi degli spazi (politici, sociali, psicologici) necessari per la propaganda e l’azione rivoluzionaria. La sostanziale assenza di un’opposizione di sinistra ed il conseguente totale allineamento dell’intero quadro politico su posizioni a dir poco moderate, hanno sempre reso particolarmente difficile in Germania il compito delle minoranze rivoluzionarie. Da molti anni il mastodontico sindacato unitario (la D.G.B.) ha accettato in pieno la cogestione con il padronato e con l’apparato statale, ergendosi senza mezzi termini a garante della pace sociale. Questa sempre più marcata istituzionalizzazione del sindacato non ha incontrato grosse resistenze in una base operaia, come quella tedesca attuale, che gode nel suo insieme di buone condizioni salariali, assicurative e sociali. Un’economia forte, tecnologicamente e finanziariamente, colloca la Germania tra i Paesi “ricchi” del mondo industrialmente avanzato determinando la posizione occupata nella divisione internazionale del lavoro. Questo fa sì che la classe operaia tedesca partecipi, sia pure indirettamente, allo sfruttamento operato dai suoi padroni nei confronti dei Paesi sottosviluppati. Questa condizione di relativo privilegio unita all’abbandono dei lavori più umili, più pesanti e meno retribuiti riservati agli immigrati gioca un ruolo non secondario sugli atteggiamenti anche psicologici degli operai tedeschi che nella quasi totalità sono indisponibili ad un discorso rivoluzionario.

Per di più l’avanzato processo di totalizzazione della vita sociale da parte dello Stato non lascia intravedere positivi mutamenti della situazione. Anzi – ed i fatti di queste settimane lo confermano – il potere assoluto sui mass-media (giornali, radiotelevisione, ecc.) permette alla classe dirigente di stroncare sul nascere qualsiasi istanza alternativa grazie all’attiva partecipazione di una popolazione “drogata” dalla propaganda e decisa a non mettere in forse i propri più o meno piccoli privilegi.

Non da oggi la Germania Federale è il Paese europeo in cui questo processo di totalizzazione e più capillarmente diffuso, più funzionante; non da oggi i settori più sensibili della sinistra hanno denunciato questa inarrestabile tendenza della socialdemocrazia tedesca. Evocare lo spettro del nazismo è meno assurdo di quanto possa sembrare a prima vista, se del nazismo si ricordano le “crociate” contro i diversi, gli irregolari, quelli-che-non-stanno-al-gioco; se del nazismo si ricorda la straordinaria capacità di mobilitazione delle masse grazie ad un efficace uso dei mass-media; se del nazismo si ricorda il culto non astratto dello Stato e della sua onnipotenza.

È in questo contesto che è nata e si è sviluppata la teorizzazione e la pratica della lotta armata da parte della R.A.F. e di altri gruppi. Visti sempre più ristretti gli spazi per un’efficace azione legale, convinti della possibilità di influenzare con la loro pratica i settori più “interessanti” della classe operaia e degli sfruttati in genere, i militanti della R.A.F. sono passati all’azione, pubblicando nel contempo documenti di analisi ed esplicativi della loro pratica di lotta armata.

Prescindendo dalle distinzioni ideologiche (non essenziali rispetto al problema della lotta armata, dal momento che anche elementi libertari hanno scelto questo metodo in Germania) è necessario prender posizione in merito a questo tema, al centro – almeno in Germania, in Francia e in Italia – del dibattito in seno alla sinistra rivoluzionaria.

Tutti i sinceri rivoluzionari sanno che in questo tipo di società, basato sulla violenza e sullo sfruttamento, non è materialmente possibile pensare di cambiare radicalmente le cose (cioè di fare la rivoluzione) senza ricorrere alla violenza. I padroni non hanno mai ceduto né mai cederanno niente di loro spontanea iniziativa. Siamo dunque pronti ad usare la violenza ogni qualvolta ci sembri il mezzo più efficace per far avanzare la nostra causa: la lotta armata e la guerriglia urbana non sono che “modi” per organizzare la violenza rivoluzionaria. Ciò chiarito, resta da esaminare se, nella specifica realtà tedesca (così come – pur con le debite differenze – in quella italiana), la scelta strategica della R.A.F. sia la più efficace o, come addirittura pensa qualcuno, la sola efficace. Noi pensiamo di no.

Nonostante l’evoluzione del sistema tecnoburocratico spinga nel senso di una sempre maggiore integrazione degli sfruttati nello Stato, con tutte le logiche conseguenze in parte su menzionate, noi pensiamo che tagliare definitivamente i ponti con gli sfruttati passando alla vita clandestina può rivelarsi improduttivo per dei rivoluzionari, soprattutto se libertari (come non è il caso della R.A.F., dei N.A.P. e delle B.R.). Accettare la logica dello scontro frontale con lo Stato può non far crescere il movimento rivoluzionario, mentre rischia di isolare sempre di più chi quella scelta compie. Il coraggio e la decisione dei militanti della R.A.F. sono fuori discussione: la simpatia che suscitano nei rivoluzionari le loro azioni (non tutte, necessariamente) testimonia della comunanza di alcuni obiettivi nella lotta antistatale. Questo non significa che si debba scambiare questa istintiva (ed anche meditata) simpatia per adesione alla loro strategia. Il movimento rivoluzionario non deve cadere in semplicistiche contrapposizioni o in acritiche esaltazioni: la serietà del movimento richiede che il dibattito sia approfondito in tutta la sua complessità. Con chiarezza.

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