A rivista anarchica n61 Dicembre 1977 Gennaio 1978 Spie sì, ma per il PCI di L. L. (Luciano Lanza)

Il terrorismo si deve prevenire. Quel rimasuglio sgangherato ed inquinato che sono oggi i nostri servizi segreti è del tutto impotente. Se non sai le cose in anticipo, arrivare dopo l’attentato non serve a niente. Ci vuole un servizio di informazione efficiente, che sappia fare bene il suo mestiere: e nessuno pretende che agisca in modo perfettamente legale. Il primo ferro del mestiere è per esempio il documento falso, e la legge proibisce i documenti falsi: esigere che un agente segreto si muova nel rispetto formale delle leggi e alla luce del sole è contraddittorio, ridicolo. In questo caso le necessarie garanzie contro gli abusi, deviazioni e collusioni simili a quelli del passato vengono dal quadro democratico e dal controllo politico” ammonisce il senatore Ugo Pecchioli, responsabile della Sezione Problemi dello Stato della direzione del PCI. Il ministro degli Interni del governo-ombra non ha dubbi: i servizi segreti vanno riorganizzati, potenziati, e deve essere loro assicurata l’immunità per tutte le loro azioni illegali. L’illegalità è d’altronde la condizione essenziale per i servizi segreti. Forse Pecchioli si è dimenticato la vasta campagna politica che il suo partito ha portato avanti alcuni anni fa per la democratizzazione dei servizi di sicurezza. Allora, però, si trattava di ridimensionare l’influenza della DC e di sottrarle spazio all’interno della polizia segreta; oggi questo scopo è parzialmente raggiunto e il nipotino italiano di Beria “giustamente” si preoccupa di salvaguardare un servizio così indispensabile alla sopravvivenza dello Stato.

I lavoratori italiani, comunque, possono dormire sogni tranquilli: l’illegalità sarà gestita anche dal PCI. Questo è il marchio di garanzia. Per di più i cittadini, secondo Pecchioli & C., dovranno compiere il loro dovere denunciando tutti gli elementi sospetti perché “la difesa dello Stato democratico è ormai oggi un compito anche loro, non è più delegabile soltanto alla polizia e alla magistraturae un particolare impegno verrà richiesto ai militanti comunisti chefacendo il proprio dovere civico devono aiutare le forze di polizia a fare il loro dovere“.

Che uomo eccezionale questo Pecchioli! Quando sarà il ministro degli Interni trasformerà l’Italia in uno stato di polizia: potenziando ed estendendo quella ufficiale, dando l’impunità a quella segreta, istituendo un enorme apparato parapoliziesco formato dagli attivisti del suo partito che dovranno fungere da spie e delatori, in attesa di essere mobilitati per vaste azioni di repressione in qualità di vigilantes. Questa è la società comunista secondo Pecchioli e i dirigenti del PCI.

E poi ci vengono a dire che i Gulag sono delle distorsioni di un sistema fondamentalmente sano. Facce di bronzo! Per nostra fortuna i progetti di Pecchioli sono ancora tali, ma da come si sviluppa la situazione non è detto che la loro realizzazione tardi a venire. Soprattutto la capacità di mobilitazione del PCI è fortissima e anche se in questi ultimi tempi qualcosa si è mosso ed alcune verità sono divenute chiare ciò non toglie che il “partito dei lavoratori” riesce ancora a coinvolgere milioni e milioni di persone. Anzi, proprio dalla contestazione che ha subito, il PCI ha saputo trovare quegli elementi per un suo rinnovato slancio. La durezza del partito nei confronti delle forze rivoluzionarie indica il tipo di repressione che queste dovranno aspettarsi il giorno in cui i comunisti saranno saldamente installati al potere. Non sarà ammesso alcun dissenso da sinistra; tutti gli oppositori dell’egemonia Berlingueriana saranno perseguiti come “nemici del popolo” ricalcando il già collaudato cliché di Lenin e Stalin.

Il drammatico sta nel fatto che la strategia comunista dello stato di polizia incontra sempre più consensi, l’utilizzazione massiccia dei mass-media è indirizzata proprio in questo senso e su questo terreno si accelerano i tempi del compromesso storico; non a caso Cossiga chiama Pecchioli come “il mio equivalente“.

Vero è che esistono anche episodi di clamoroso dissenso quale, ad esempio, il fallito sciopero indetto a Torino dopo gli attentati delle B.R. a metà novembre, ma restano pur sempre fatti marginali che denotando una non ancora completa assuefazione dei lavoratori rivelano anche un progetto cogestionale, non solo economico ma anche emozionale, di vaste proporzioni.

Tutto questo serve a farci capire che il tentativo di criminalizzare la sinistra rivoluzionaria, nonostante le resistenze ancora esistenti in non esigui strati di lavoratori, sta muovendo passi sempre più decisi. Accettare o accelerare questa situazione può portare all’incomunicabilità tra rivoluzionari e sfruttati. Il compiacimento che traspare, seppure velatamente, in sempre più numerosi compagni che con estrema leggerezza interiorizzano la “strategia della criminalizzazione” non è prova di rigoroso impegno rivoluzionario, ma di accettazione della logica del potere che vuole ghettizzare, per poi annullare senza problemi, il movimento.

Inibirsi la possibilità di comunicazione con i nostri interlocutori è segno di miopia politica. L’unico vero criminale è il potere, non il movimento e non ci faremo criminalizzare.

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