A rivista anarchica n62 Febbraio 1978 Costituzione: la codificazione dello stato totalitario di diritto di Gruppo Gioventù Anarchica (Milano)

Una giustizia come quella italiana, dubbiosa e insabbiatrice, braccio giuridico della violenza di Stato, gestore prima dell’informazione di regime delle stragi, delle trame dei servizi segreti, connivente con le evasioni fiscali, con i fondi neri della Montedison o della Lockheed, con la catastrofe ecologica di Seveso, sarebbe facile identificarla con la degenerazione e sulla non-applicazione degli articoli del dettato costituzionale.

Oggi, 18 gennaio 1978, le richieste di confino presentate dalla Questura Romana, sono state rese operanti dal magistrato Dr. Amati, Presidente della sezione per l’applicazione delle misure di prevenzione.

Sarebbero una trentina i compagni di Autonomia Operaia proposti per il soggiorno obbligato, vi è inoltre Roberto Mander che fu arrestato con Valpreda per la strage di Piazza Fontana. Questa “misura di sicurezza”, dopo aver svolto il suo ruolo sotto il fascismo, fu ripresa da Scelba per combattere la mafia ed è stata, nel 1975 con la Legge Reale, estesa anche alle “associazioni sovversive”, finora considerate tali solo quelle che si richiamano al fascismo.

L’apparente anticostituzionalità di questa decisione della magistratura viene gestita solo da chi vuole ad ogni costo salvare la “forma” costituzionale per rivalutarne il ruolo che svolge nella moderna strutturazione dello Stato italiano.

Proprio per questo non è nostro compito esaltare la Costituzione, ne vogliamo trovare in essa validi contributi per il progresso umano e sociale non volendo infatti impostare un discorso intorno al dualismo fra forma e sostanza giuridica, tra teoria e prassi operativa della Costituzione.

La Carta Costituzionale non offre al suo interno alcuna possibilità di degenerazione, ma garanzie sufficienti alla creazione ed alla correzione della “democrazia progressiva” che in realtà si traduce in tutti quei tentativi da parte delle istituzioni di organizzare, incanalare la società civile in funzione della realizzazione di un mistificante processo di socializzazione portato avanti dallo Stato totalitario. In altri termini vogliamo affermare che il momento operativo della giustizia, quella penale e quella socio-distributiva, è conseguente alla programmazione “formale” della Costituzione.

La repressione armata e non dello Stato totalitario di quelle nuove energie sociali emergenti dalla disoccupazione, dal precariato, e dall’impoverimento generalizzato ha determinato una opposizione sempre più ampia e cosciente alla controffensiva del potere e al controllo istituzionale dell’ordine sociale. Questo dissenso, soprattutto giovanile, deve rimanere il più possibile fuori dall’ambito istituzionale, rompere la spirale comprensione-collaborazione nei confronti dello Stato, impedire un rafforzamento in senso totalitario della struttura ovvia, abituale, violenta e partecipata dello Stato.

Lo Stato non è debole, non è aggredito, né bisognoso, se oggi lo Stato invoca solidarietà e consenso di massa lo fa soprattutto per trovare consenso cosciente e partecipe alla sua realizzazione, schiacciando ogni forma di opposizione che agisce fuori e contro le istituzioni.

Un’arma in mano allo Stato (come qualità e quantità di contributi critico-operativi) è costituita dalla carta costituzionale che non solo permette, ma determina di fatto alcune scelte dello Stato apparentemente anticostituzionali: Stato d’assedio di Milano, Roma, Bologna – sequestri e perquisizioni di radio e case editrici – incarcerazione e condanne per reati d’opinione o per “concorso morale” ed ultimo, in ordine cronologico, le richieste di confino per i militanti di via dei Volsci, ormai rese operanti.

La “coscienza democratica del Paese” e la morale di chi si richiama alla Costituzione potrebbero risentirsi di fronte a simili azioni giuridiche. Nel trentesimo anniversario della Costituzione una risposta da parte degli anarchici alla cosiddetta “liberazione” e alla redazione della carta costituzionale è almeno necessaria.

Nel ’64 Togliatti scriveva che subito dopo la Resistenza “appariva indispensabile una profonda trasformazione dell’organizzazione economico-politica nazionale e le grandi linee di questa trasformazione furono indicate nella stessa Costituzione”. (“La via italiana al socialismo”, Ed. Riuniti, pag. 264). Non diceva cose nuove il caro Palmiro, infatti mentre la Costituente era al lavoro si tendeva a far apparire l’accordo costituzionale “forma” di un progetto di più lungo periodo, un documento di programmazione dell’organizzazione statuale e dei suoi rapporti con la società civile attraverso la mediazione istituzionale.

Proprio in questa ottica contestiamo la costituzione quale codificazione di un nuovo assetto socio-economico in quanto non solo la struttura economica, ma anche la classe dirigente del periodo fascista rimase perlopiù intatta dopo la resistenza perché sola padrona di quelle conoscenze scientifiche, tecniche, amministrative finanziarie necessarie ad una rapida ripresa produttiva.

Ciò che cambiò in realtà furono la “forma” politica ed i contenuti di etica comune adottati dalla società italiana.

Diritto e politica non possono essere disgiunti poiché sono la stessa cosa, forma e sostanza del medesimo processo reale di evoluzione di una particolare società. Per quanto ci riguarda la costituzione italiana non solo riuscì a mantenere vive le strutture più razionali del passato regime, ma è riuscita ad assolvere in questi anni quella funzione, iniziata dall’ideologia fascista, di guida verso una trasformazione sempre più vigilata del sistema socio-economico da parte dello Stato.

Infatti, il regime fascista riuscì mediante le sue infinite iniziative partitico-istituzionali a mettere in moto il processo di identificazione progressiva delle masse nello Stato. Queste iniziative si mostrarono capaci il più delle volte di assorbire le esigenze sociali e personali traducendole nell’organizzazione di un’attività sociale di regime sempre più ampia e partecipata.

Questa partecipazione alla gestione dello Stato fino al pieno sviluppo dell’organizzazione istituzioni-partito-società civile si completò con un maggiore sviluppo e controllo da parte dello Stato degli apparati più legati al processo produttivo fino ad abbozzare un nuovo sistema economico più adeguato alle esigenze del mercato e della nuova attività sociale.

Proprio per quello che sopra abbiamo accennato lo stesso regime liberal-democratico, accettato peraltro come formulazione piena delle libertà primarie, viene trovato dalla Costituzione difettoso per il poco interesse nei confronti della sovrastruttura statale e per aver reso le istituzioni statiche e prive di una capacità di trasformazione della società.

Grazie alla Carta Costituzionale vediamo come oggi è più che dinamica l’evoluzione istituzionale che permette il completo assorbimento della società civile negli apparati di Stato e la loro conseguente gestione “partecipata”. La Carta Costituzionale risultò e risulta tuttora quindi come un criterio di trasformazione della società politica, non considerando la parentesi fascista, da un regime di rappresentanza ad uno più razionale, per un moderno meccanismo di potere, di partecipazione nella cosiddetta gestione dello Stato. La Carta Costituzionale rappresenta la struttura esistenziale del “diritto eguale” cioè una dichiarazione di libertà e di sicurezza per l’individuo e la società basata su una programmazione giuridico-politico-socio-economica che in realtà si disinteressa delle sostanziali disuguaglianze sociali e delle loro matrici.

La Costituzione dovrebbe quindi essere il documento che garantisce la libertà e la democrazia nel Paese, che in realtà rimangono parole nel momento in cui non si verifica alcuna corrispondenza con la realtà.

In effetti la Costituzione entra in contraddizione con se stessa ben due volte: prima con le esigenze sociali – giustizia sociale distributiva, poi con gli apparati giuridici rimasti intatti dopo la cosiddetta Liberazione.

Infatti la Costituzione non riesce ad essere altro che un documento garante delle libertà primarie ma che non offre concrete possibilità per la loro attuazione.

Prendiamo un esempio forse più evidente: “Art.1.: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Noi sappiamo come la Costituzione offra notevoli possibilità allo Stato di interferire, fino al suo pieno controllo, nell’economia. L’impostazione neo-keynesiana dello Stato Italiano dovrebbe portarlo ad una programmazione economica rispondente al rapporto forza lavoro di produzione/produzione stessa.

In realtà un serio programma di pianificazione economica non viene neanche pensato con il risultato che se la Costituzione (art.4) afferma: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono oggettivo questo diritto” si potrebbe rispondere che la percentuale di disoccupati della popolazione attiva è una delle più alte d’Europa.

Senza soffermarci in ulteriori esempi intorno ai caratteri di astrattezza e genericità propri dei principi costituzionali, come d’altra parte di ogni norma giuridica, è importante notare come la forma costituzionale non sia certamente un documento meramente simbolico e retorico ma abbia un ruolo in funzione del nostro assetto socio-economico-politico. Le caratteristiche di elasticità nella Costituzione offrono solide garanzie per una trasformazione dello Stato liberal-democratico in uno più complesso, meno palesemente autoritario ma più radicato e profondo nella realtà, più partecipato.

Bisogna inoltre notare come la forma giuridica più che rappresentare un mero momento codificatorio offre allo Stato di diritto in via di trasformazione corrette indicazioni al fine di un’organica formulazione di criteri logico-analitici e di ipotesi interpretative per uno studio critico della società civile, dei suoi rapporti interni e con lo Stato.

Solo in questo continuo, incessante reciproco rapporto: esigenze sociali/mediazione giuridico-istituzionale/stato assistenziale, conservativo delle fasi di sviluppo produttivo, si può individuare la direttiva principale della prassi totalizzante dello Stato italiano.

Vediamo allora come la Costituzione sia lo strumento di partecipazione, il pretesto per il più completo assorbimento del corpo sociale che si identifica nell’ambito istituzionale.

Il contenuto partecipativo della Carta Costituzionale non è però uno dei tanti valori astratti da essa espressi, ma è forse la “domanda” dello Stato e la “risposta” della società all’utilizzo dell’espressione della volontà privata per un ulteriore adeguamento dello Stato alla realtà sociale, per l’acquisto di un dinamismo maggiore nell’ambito istituzionale fino al compimento del sistema politico previsto dalla Costituzione.

Si può concludere affermando che non si comprenderebbe la natura dinamica del dettato costituzionale leggendolo in una chiave liberal-democratica, in quanto “malgrado le minacce di involuzione palesemente autoritaria e le contraddizioni profonde in seno alla democrazia progressiva) si può affermare come solo nella vita delle istituzioni, nel rapporto che esse intrattengono con le attività sociali, si possa individuare la trasformazione, l’evoluzione della prassi statale.

Oggi lo Stato Italiano, grazie alla Costituzione, raccoglie intorno a sé il corpo sociale in una forma particolare di democrazia di massa, organizzata dallo Stato stesso nei suoi apparati parlamentari e assistenziali: partiti, sindacati e l’intera articolazione della vita democratica. La teoria costituzionale è riuscita in tal modo a mantenere con forme nuove la strutturazione sociale conservatrice e dare nel contempo il via alla riconversione totalitaria dello stato italiano.

La penetrazione storica nella società civile della strategia totalitaria e della prassi totalizzante dello stato si traduce oggi nell’organizzazione della società, nella gestione dei profondi mutamenti che la investono grazie alla stessa “forma costituzionale” che nella codificazione della realtà razionalizza lo stato totalitario di diritto.

L’equilibrio che si crea pertanto fra la crisi strutturale e/o congiunturale della società e la prassi delle riforme da parte dello Stato costituisce la dinamica sociale dello stato totalitario garantita e controllata dai principi costituzionali che stabiliscono i canoni di questa direttiva e codificano i cambiamenti della società assicurando il mantenimento e la perpetuazione del ruolo dell’autorità dello Stato e l’asservimento dell’individuo e della società.

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