A rivista anarchica n63 Marzo 1978 Azione Rivoluzionaria a cura della Redazione

Il documento del gruppo Azione Rivoluzionaria, che pubblichiamo integralmente in queste pagine, è certamente significativo, trattandosi del primo testo organico (almeno nelle intenzioni dei suoi estensori) del primo gruppo anarchico (o meglio – come si definisce nel documento – anarco-comunista) che in questa fase della storia ha imboccato in Italia la via della lotta armata. Per ora, senza pretendere di affrontare tutte le questioni sollevate o anche solo abbozzate nel documento, riteniamo utile far precedere la pubblicazione del documento da alcune nostre considerazioni.

Affermare, come fanno i compagni di Azione Rivoluzionaria, che “la critica distruttiva, la critica delle armi è l’unica forza che può rendere credibile è attendibile qualsiasi progetto” e che “di fronte, il movimento non ha degli interlocutori ma le forze della distruzione della morte” significa, a nostro avviso, porsi in un’ottica suicida degli anarchici. Se infatti condividiamo l’analisi di Azione Rivoluzionaria sulla progressiva restrizione degli spazi che il sistema lascia (o meglio, che al sistema è possibile strappare) per un’efficace azione “di massa” non per questo dobbiamo cadere nell’assurdo di credere che davvero non ci siano più interlocutori per un progetto rivoluzionario libertario.

Noi non siamo d’accordo. Troppo semplicistica ci appare l’analisi della realtà socio-politica fatta nel documento, troppo semplicistiche – di conseguenza – le indicazioni di lotta fornite ai compagni. La realtà sociale è ben più complessa di quanto traspaia dal documento di Azione Rivoluzionaria: lo Stato non basa il suo dominio solo sull’apparato repressivo, quanto soprattutto sul controllo capillare, esercitato in mille modi, sulla società, sulle coscienze individuali e collettive. È anche questo controllo che bisogna distruggere cercando i mezzi più adeguati a seconda delle differenti situazioni.

Noi non crediamo affatto che il processo rivoluzionario avanzi necessariamente in stretta connessione con l’aumento dei livelli di violenza usati dai rivoluzionari (in nome delle masse, come al solito) e conseguentemente con l’aumento della dose di violenza presente nel corpo sociale. L’esperienza storica insegna che non sempre all’intensificarsi dell’uso della violenza ha corrisposto un aumento della coscienza rivoluzionaria. A volte, anzi, la diffusione della pratica della violenza, quando non è stata accompagnata da un’intensa ed incisiva presenza libertaria in tutti i settori della vita sociale, si è risolta in una pratica della violenza per la violenza, dalla quale i rivoluzionari non hanno niente da guadagnare.

Perché ciò non avvenga e sia comunque ridotto al minimo, è indispensabile che il movimento rivoluzionario non si chiuda mai nel suo guscio, ghettizzandosi o lasciandosi ghettizzare dallo Stato. È indispensabile, invece, che i compagni intensifichino la loro presenza costante e coordinata operando sui molteplici terreni dell’antimilitarismo, dell’anarco-sindacalismo, delle lotte di caseggiato, dell’ecologia, della pedagogia libertaria, della propaganda specifica, della controinformazione, ecc.

Noi siamo convinti che parallelamente alla crescita della presenza e dell’incisività dei compagni nelle lotte sociali (in tutti i terreni dello scontro sociale), anche azioni di denuncia e di “giustizia” come alcune di quelle rivendicate da Azione Rivoluzionaria potrebbero trovare una loro più ampia cassa di risonanza e vedrebbero aumentato il loro effetto propagandistico. In questa prospettiva, inoltre, tali azioni potrebbero così essere vissute dagli sfruttati come un fatto sempre meno “esterno” alla loro pratica quotidiana e sempre più collegato alle altre lotte condotte in altro modo e/o in altri settori.

I compagni di Azione Rivoluzionaria, invece, rifiutando il pluralismo e di conseguenza le pratiche di lotta diverse dalla loro, hanno scelto (e teorizzato) una strategia suicida.

IL DOCUMENTO

Azione Rivoluzionaria, gennaio 1978

La Borghesia può far esplodere e distruggere il proprio mondo prima di abbandonare la scena della storia. Noi portiamo un nuovo mondo, qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante. (Durruti)

È vero quanto scrive Debord che la “vita quotidiana è la misura di tutte le cose: della realizzazione o piuttosto della non realizzazione di rapporti umani, dell’uso che noi facciamo del nostro tempo”. È pacifico che il fine della rivoluzione oggi deve essere la liberazione della vita quotidiana. Una rivoluzione che mancasse di realizzare questo fine sarebbe una controrivoluzione. Siamo noi che dobbiamo essere liberati, le nostre vite quotidiane, non universali come “storia” o “società”. La liberazione rivoluzionaria ci si presenta come un’autoliberazione che raggiunge dimensioni sociali, non una “liberazione di massa” o una “liberazione di classe” dietro cui si nasconde sempre un’élite, una gerarchia, uno Stato. Qualsiasi gruppo rivoluzionario che voglia sinceramente eliminare il potere dell’uomo sull’uomo deve spogliarsi delle forme del potere – gerarchie, proprietà, feticci – come dei tratti burocratici e borghesi che consciamente o inconsciamente rafforzano autorità e gerarchia e deve essere soprattutto consapevole che il problema dell’alienazione esiste per tutti, che, cioè, è propria di tutti i gruppi organizzati “la tendenza a rendersi autonomi, cioè a alienarsi dal loro fine originale e a divenire un fine in se stessi nelle mani di quelli che li amministrano”. Ciò è macroscopicamente vero per i partiti ufficiali ma è vero in generale. Il problema non può essere risolto completamente che nel processo rivoluzionario stesso, parzialmente con un drastico rifacimento del rivoluzionario e del suo gruppo.

Azione Rivoluzionaria è stato definito un “gruppo anarchico”, con gran dispiacere, pare, delle cariatidi ufficiali che pretendono il monopolio del termine. Ciò che ci ha spinto a riunirci è invero un’affinità nelle nostre rispettive esperienze culturali che si può definire anarco-comunista. Una delle prime azioni del gruppo, il ferimento di Mammoli, il medico assassino dell’anarchico Serantini, ha tutto il sapore di un risarcimento, del saldo di un vecchio conto che pesava sulla coscienza degli anarchici come pesò l’assassinio di Pinelli. Ha il sapore della testimonianza di una presenza anarchica nello scontro in atto. Ma non si trattava solo di questo, anche se contribuire in qualunque maniera allo scontro è oggi un imperativo categorico per tutti. L’urgenza di una presenza anarco-comunista nasceva dalle riflessioni sulla storia recente sia del maggio francese del ’68 sia della ripresa del movimento rivoluzionario in Italia quest’anno. La nostra attenzione si appuntava soprattutto sui caratteri nuovi di questo movimento che accentuavano una linea di tendenza antiautoritaria, del resto già presente, sino ai limiti di una rottura col passato.

Il nuovo movimento non solo rifiuta quel mostro storico che è il marxismo sovietico e quell’ibrido insipido che è il marxismo italiano, pullulante di personaggi untuosi e melliflui, servi gesuiti di ogni potere, produttori di appelli inascoltati (l’ultimo, quello di Bobbio e soci, per la costituzione di una specie di SS della Resistenza contro il terrorismo, ha addirittura del grottesco) ma rifiuta anche il mito del proletariato industriale-classe rivoluzionaria, un mito che ha messo in un vicolo cieco il movimento dal ’68 ad oggi ed ha costituito l’alibi principe di tutto l’opportunismo extraparlamentare, prova ne sia il fatto che i gruppi i quali hanno cercato di riflettere più fedelmente la centralità operaia sono stati facilmente risucchiati dal riformismo, prova ne sia lo spazio che il PCI dà oggi al gruppo trontiano all’interno del partito, una classica azione di recupero diretta verso l’esterno del partito.

La liberazione da questo mito ha sprigionato e sprigionerà energie di cui il movimento del ’77 è soltanto un annuncio.

Almeno altri tre aspetti vanno poi sottolineati:

1) Il movimento intuisce che, nonostante si parli da più di un secolo della scienza marxista, della critica scientifica della società del capitale, il pensiero critico ha fatto ben pochi passi avanti ed ha avuto anzi un ruolo regressivo e repressivo nella coscienza delle masse, facendola aderire totalmente alla società del capitale.

Le contraddizioni del capitale e del suo sviluppo su cui faceva perno la critica scientifica sono state assorbite e, insieme ad esse, anche la maggiore delle contraddizioni, quella tra lavoro e capitale. Dopo un secolo di impantanamento nelle contraddizioni oggettive del mondo delle merci, il movimento comunista ad interrogarsi sulla necessità di ricondurre la ricerca sulle contraddizioni tra questo mondo e i bisogni, i desideri, i sogni degli individui che lo compongono, sulla necessità di instaurare una critica non delle classi ma degli individui, dei protagonisti in carne ed ossa e non dei fantasmi concettuali.

Il movimento rivoluzionario sa di essere l’unica contraddizione del sistema capitalistico perché esprime ciò che di umano non è stato ancora represso nel processo di disumanizzazione, spersonalizzazione e massificazione.

2) Il movimento non rinvia lo scontro alle classi ma lo assume in prima persona. L’azione è diretta. Qualunque siano i risultati oggettivi, i risultati soggettivi sono fondamentali. L’azione diretta rende gli individui consci di se stessi in quanto individui che possono mutare il loro destino e riprendere il controllo della propria vita.

3) Il movimento riconosce ormai l’inadeguatezza del vecchio progetto socialista, nelle sue varie versioni. Tutte le istituzioni e i valori della società gerarchica hanno esaurito le loro “funzioni”. Non c’è alcuna ragione sociale per la proprietà e le classi, per la monogamia e il patriarcato, per la gerarchia e l’autorità, per la burocrazia e lo Stato. Queste istituzioni e valori, insieme con la città, la scuola, ecc. hanno raggiunto i loro limiti storici. È tutto l’universo sociale che è nel tunnel della crisi e non solo in Italia. Qui alcuni aspetti sono più acuti che altrove: qui la difesa della proprietà sta assumendo proporzioni catastrofiche e costituisce ormai l’unica risposta del potere alla disoccupazione. Ma proprio nella misura in cui la crisi ormai investe tutti i campi contaminati dal dominio, tanto più si evidenziano gli aspetti reazionari del progetto socialista sia maoista, sia trotskysta, sia stalinista che ancora conserva i concetti di gerarchia, di autorità e di Stato come parte del futuro post rivoluzionario e per conseguenza anche i concetti di proprietà “nazionalizzata” e di classe “dittatura proletaria”.

Fino a poco tempo fa i tentativi di risolvere le contraddizioni create dall’urbanizzazione, dalla centralizzazione, dallo sviluppo burocratico, erano visti come una vana controtendenza al progresso, una controtendenza che poteva essere respinta come chimerica e reazionaria. Quanti parlavano di una società decentralizzata e di una comunità umanistica in armonia con la natura e coi bisogni degli individui erano tacciati di romanticismo reazionario. Anche nella recente campagna di stampa e televisiva contro Azione Rivoluzionaria i pennivendoli di regime hanno rispolverato tutto questo apparato critico, addentrandosi addirittura in interpretazioni esilaranti del luddismo, sicuramente lette in qualche manuale dell’attivista delle edizioni Rinascita. Diverso il giudizio del movimento, soprattutto dei giovani. Il loro amore della natura è una reazione contro le qualità altamente artificiali del nostro ambiente urbano e dei frutti prodotti. La loro informalità nel vestire e nel comportarsi è una reazione contro la natura standardizzata e formalizzata della moderna vita istituzionalizzata. La loro predisposizione all’azione diretta è una reazione contro la burocratizzazione e la centralizzazione della società. La loro tendenza ad evitare la fatica, il loro diritto alla pigrizia, riflette una rabbia crescente verso l’insensata routine industriale alimentata dalla moderna produzione di massa nella fabbrica, negli uffici, nelle scuole. Il loro intenso individualismo, infine, è una decentralizzazione di fatto della vita sociale, una ritirata personale alla società di massa.

Il movimento sa che i concetti “romantici” o se preferite anarchici di una comunità equilibrata, di una democrazia diretta, di una tecnologia umanistica e di una società decentralizzata non sono soltanto concetti desiderabili ma sono anche necessari, costituiscono le vere condizioni della sopravvivenza umana, sono concetti “pratici”.

Si prenda il caso dei problemi energetici. La rivoluzione industriale ha accresciuto la quantità di energia usata dall’uomo. Anche se è certamente vero che le società pre-industriali poggiavano principalmente sulla forza animale e umana, è innegabile in molte regioni europee lo sviluppo di sistemi di energia più complessi, comportanti un’integrazione di risorse come la forza dell’acqua e del vento e una larga varietà di combustibili. La rivoluzione industriale ha schiacciato e distrutto questi modelli regionali di energia, rimpiazzandoli prima col carbone poi col carbone e petrolio. Come modelli integrati di energia le regioni sono scomparse e non è il caso di ricordare il ruolo di questa rottura del regionalismo nel produrre l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, nella devastazione di intere regioni e infine la prospettiva di un esaurimento. Si è posti di fronte ad una scelta: da una parte i collettori solari, le turbine a vento e le risorse idroelettriche se prese singolarmente non forniscono una soluzione dei nostri problemi energetici; messe insieme come un mosaico, come un modello organico di energia sviluppata dalle potenzialità di una regione potrebbero ampiamente soddisfare i bisogni di una società “decentralizzata” e ridurre al minimo l’uso di combustibili dannosi; dall’altra parte un sistema di energia basato su materiali radioattivi che porterà ad una diffusa contaminazione dell’ambiente, da prima in forma sottile, poi su scala massiccia e tangibilmente distruttiva, con l’aggiunta di un’iniezione ulteriore di concentrazione e terrore nel tessuto sociale.

Le forze della distruzione e della morte si sono subito schierate per quest’ultima soluzione, i berlingueriani le hanno seguite a ruota, anzi, in certi casi hanno fatto da portabandiera (a Genova per la difesa dei “livelli occupazionali” i tecnici del PCI sognano una Ansaldo che nuclearizzi tutto il pianeta, una specie di follia omicida che ha costretto i compagni delle BR a rinchiudere qualcuno all’ospedale, in osservazione). Tacciando di “romanticismo” il movimento possente che si è sviluppato negli USA, in Germania e ultimamente anche in Italia contro le centrali nucleari, i berlingueriani pensano di farla da realisti, in verità si limitano a far cena dovunque caca il capitale.

Se le idee critiche emergenti dal movimento non hanno ancora assunto la forma di un progetto alternativo possibile e costruttivo, le ragioni sono varie; innanzitutto il movimento non si è ancora liberato delle ideologie del passato ma è in via di liberazione, in secondo luogo dopo un secolo di “realismo socialista” l’avventurarsi nel regno del possibile è un’impresa psicologicamente ardua, in terzo luogo la perversione delle forze produttive è giunta a un tal punto che una “ricostruzione” appare un’opera immane: la distruzione dell’ambiente naturale e sociale operata dal capitalismo è così profonda da rigenerare quasi rassegnazione come di fronte ad un processo irreversibile, ma c’è soprattutto una ragione politica: le forze del passato sono bene organizzate e specializzate nell’arte della distruzione e della morte – i lager tedeschi fumano ancora.

D’altra parte vi sono ragioni altrettanto decisive per la nascita di questo progetto: se il movimento non saprà proporre a tutto il resto della società il suo progetto per uscire dalla crisi generale ne sarà travolto anch’esso o, il che è lo stesso, le sue idee finiranno con l’essere pervertite lungo canali putridi (basti pensare alla perversione della spinta sessantottesca nei “consigli” fasulli di quartiere, di fabbrica, di scuola ecc., il che, a dire il vero, dimostra che i berlingueriani fanno cena anche dove cachiamo noi). Certamente il nostro metodo di elaborazione non dovrà essere quello dei berlingueriani che hanno affidato i loro progetti a medio termine a 4 o 5 “intellettuali super organici” e l’hanno fatto poi stendere da quel genio leonardaesco che è Achille Occhetto, col risultato che ora se ne vergognano e lo fanno leggere solo al vescovo di Ivrea.

La presenza critica, costruttiva, utopistica è una condizione necessaria ma non sufficiente, una tale presenza oggi non può divenire egemone se parallelamente ad essa non si sviluppa una presenza critica, negativa, distruttiva dei processi in corso.

La critica distruttiva, la critica delle armi è l’unica forza oggi che può rendere credibile e attendibile qualsiasi progetto. Di fronte, il movimento non ha degli interlocutori ma le forze della distruzione e della morte, e quanto più è profonda la crisi economica, sociale, politica e morale tanto più le forze del passato si uniscono nella stretta finale. Lo Stato, per queste forze, è l’ultima spiaggia; il processo di concentrazione deve essere ormai esteso anche alle idee: la classe dei rinnegati, integrandosi, non può lasciare spazio all’opposizione. Checché ne dicano o ne strillino gli occhetti nostrani (hanno fatto il vuoto attorno a Bologna, inorridita dalla “primitività” delle analisi d’oltralpe) in Italia come in Germania è in atto la formazione di maxi partiti o partiti di regime dove “pluralismo” è il classico termine orweliano per indicare la persistenza di bande che vogliono accaparrarsi o conservare tutta la gestione di questo sistema.

Le forze sociali e politiche sempre più autonomizzate dalle masse e sempre più dipendenti dallo Stato non hanno altra arma che il “consenso” forzato, imposto col terrore per arginare in qualche maniera l’antagonismo crescente. Padre capitale ha chiamato a raccolta i suoi fedeli. La difesa ad oltranza di questo Stato, anzi il suo rafforzamento terroristico, è il motivo che li accomuna tutti.

Questa coalizione di forze statuali può essere battuta solo da una lunga guerra di logoramento, dall’apertura di un fronte interno che costituisca il polo dell’opposizione attorno a cui possa stringersi l’antagonismo esistente. L’originalità della situazione italiana, rispetto a quella tedesca, ad esempio, è l’ampiezza di questo fronte interno, l’esistenza di un movimento che non isola la guerriglia ma ha anzi un effetto moltiplicatore della sua diffusione.

Azione Rivoluzionaria è nata con un occhio rivolto all’esperienza della RAF e alle sue analisi dei processi in corso nella Germania federale e con l’altro ai caratteri e alle forze del movimento in Italia che non trovano espressione armata nelle organizzazioni che attualmente conducono la guerriglia. È una coalizione di forze statuali che va battuta, non una singola forza: le epistolettate contro Ferrero non erano solo rivolte contro un agente attivo della controguerriglia psicologica, uno dei tanti, ma contro questa coalizione e contro la campagna di menzogne, calunnie e delazioni con cui tenta di isolare moralmente e politicamente il movimento, una campagna avviata proprio dal PCI a Bologna e a Roma, a sostegno aperto e copertura dei servizi di sicurezza.

Lasciare libertà d’azione a una delle forze della coalizione significa far funzionare questa nel suo meccanismo essenziale, la copertura a sinistra del terrorismo di Stato e l’azione di recupero delle forze sociali esterne, schiacciate dalla concentrazione, una volta privata della loro espressione politica. L’opera dei servizi di sicurezza e di Pecchioli per eliminare fisicamente la guerriglia fa tutt’uno con gli appelli di Trombadori e soci per togliere qualsiasi identità politica alla guerriglia, insieme costoro preparano il terreno ai recuperatori, alle leghe gialle dei disoccupati, al nuovo movimento universitario di Occhetto, alle serenate non garantite di Asor Rosa. Aguzzini e recuperatori svolgono compiti distinti di un progetto comune, di cui si vedono già le sembianze nei supercarceri in costruzione. Non a caso l’eco enorme suscitata dalle pistolettate a Ferrero ha spento l’eco degli attentati al carcere di Livorno e al supercarcere di Firenze. La nuova coalizione si guarda bene dall’ostentare, a ludibrio del terrorismo, i gravi danni subiti da un supercarcere: non è ancora giunto il momento di mostrare in pubblico (se verrà mai) le uniche creazioni del compromesso storico: i lager dove potrà assassinare in silenzio i suoi nemici, come in Germania; per il momento preferisce ostentare le gambe ferite di un suo pennivendolo.

Rifiutare quello che abbiamo definito il mito del proletariato industriale-classe rivoluzionaria non significa non condividere le azioni che le Brigate Rosse e Prima Linea compiono per alleggerire la pressione che il capitale esercita sui lavoratori per conservare il proprio dominio, le azioni volte a punire i disciplinatori o ad indebolire l’accumulazione sono fondamentali per permettere alle minoranze rivoluzionarie presenti in fabbrica di prendersi la loro libertà d’azione, l’essenziale è che ciò non costituisca un ennesimo tributo al mito e un pericoloso condizionamento e ancoramento al punto di vista “operaio”, col risultato di far funzionare il meccanismo essenziale della coalizione.

A quanti arricciano il naso (e sono molti nel movimento anarchico) di fronte alla costituzione di un gruppo clandestino noi rispondiamo che i pericoli di centralizzazione, burocratizzazione e alienazione storicamente si sono rivelati più consistenti nelle organizzazioni “aperte” o “legali” dove addirittura questi pericoli sono divenuti una solida realtà. A quanti coltivano ancora illusioni non violente, se le nostre argomentazioni non sono state sufficienti, chiarezza sempre maggiore verrà dallo Stato e dal suo apparato terroristico.

Per quanto ancora in formazione, le nostre idee organizzative tendono verso un modello noto nel movimento rivoluzionario, sperimentato in Spagna negli anni ’30 e adombrato nei “collettivi”, nelle “comuni” dei radicali americani; pensiamo ai gruppi di affinità, ad una specie di “famiglie” in cui i legami tradizionali sono rimpiazzati da rapporti profondamente simpatetici, contraddistinti da un massimo di intimità, conoscenza e fiducia reciproca fra i loro membri. Sia che nascano su basi locali, dall’incontro sperimentato e collaudato di varie storie personali, o su basi diverse, i gruppi devono essere mantenuti necessariamente piccoli, sia per permettere quelle caratteristiche sia per garantirsi contro le infiltrazioni.

Il gruppo di affinità tende da una parte ad eliminare fra i compagni rapporti di pura efficienza, dall’altra ad attenuare la divisione schizofrenica fra privato e collettivo, una divisione che è alla base, oltre che delle continue incertezze e degli abbandoni, anche dell’opportunismo e della non trasparenza nei rapporti fra i compagni.

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