A rivista anarchica n63 Marzo 1978 Il carcere come scuola di L. Bucci – G. L. Pascarella

“Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere effettuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi”. Così esordisce programmaticamente il testo della riforma carceraria del 1975 che regola le norme sull’ordinamento penitenziario.

È gioco da ragazzi scorgere dietro la roboante solennità del linguaggio legislativo la frustrazione di ogni ambizione pedagogica e risocializzante della istituzione afflittiva per eccellenza. È noto come il sistema carcerario italiano, che di medievale non ha solamente le mura, non sia mai riuscito ad essere uno strumento di “redenzione” per i suoi utenti. Al contrario è servito ai suoi singolari “ospiti” come luogo di aggiornamento di tecniche “criminali” e di scambio delle loro esperienze “professionali”.

Anche sul piano più strettamente disciplinare, malgrado gli orari prestabiliti, le attività programmate, le gerarchie ben definite, gli inchini, le riverenze, le piaggerie che regolano e scandiscono la “convivialità” nel carcere, lo Stato non ha avuto la capacità di impedire la riedificazione, in forme ancora più esasperate e violente che all’esterno, di un microcosmo sorretto da quei modelli e valori culturali che sono propri dei dissociali/reclusi. L’organizzazione in clan, la vendetta personale e tra bande, lo spaccio di droga, il gioco d’azzardo, la circolazione di armi, l’esistenza di gerarchie fondate sul prestigio conquistato per le imprese compiute “fuori” sono tutti segni che i riformatori definiscono inquietanti e che sono certamente vanificanti di qualsivoglia tentativo di recupero e di formazione della personalità dei detenuti in una convivenza sociale programmata e regolata dai codici di comportamento del sistema. Allora il carcere sarà destinato, almeno in Italia, a rimanere una sorte di “immondezzaio di malavitosi”? La risposta è quantomai problematica per una classe dirigente in preda ad una crisi progressiva di legittimazione di comportamenti “acconci” verso i suoi sudditi. Certamente non dà il buon esempio, visto che appare ormai risaputo che essa è la più accreditata fra le associazioni a delinquere e vanta il più nutrito e “specializzato” apparato di uomini di malaffare, tali anche relativamente alle sue stesse leggi.

Del resto anche la saggezza popolare ammonisce che “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Ogni progetto effettivamente realizzato dovrà fare i conti con un mare sconvolto da una tempesta fatta di rivolte, di evasioni, di una accresciuta consapevolezza da parte dei detenuti delle cause della loro reclusione, della loro emarginazione totale, che negli ultimi anni li ha portati ad un netto rifiuto di recitare la parte del figliol prodigo desideroso di un pentito reinserimento in quella società che, per la sua stessa natura intrinsecamente autoritaria, li ha puniti.

L’inefficienza gestionaria dello Stato, il rifiuto della rassegnata mentalità di espiazione da parte dei galeotti sono due segni che non devono indurre a facili trionfalismi ribellistici. Ritenere che il carcere non sappia espletare altro che la funzione di punire senza alcuna capacità persuasiva tramite la proposizione contaminante di valori normalizzanti porta ad analisi e a strategie distorte e devianti per almeno due motivi. Il primo è che non si può ignorare, a dispetto di facili modi di porsi di sapore “pasoliniano”, che lo status del deviante/detenuto-tipo, pur rifiutando i meccanismi promozionali, intimamente aderisce ai valori ed alle mete del sistema. Il secondo ce lo testimonia l’infondatezza di interpretazioni così care a certi gruppi clandestini che partono dal presupposto che proprio per la sua connotativa truculenza repressiva il carcere per i suoi reclusi si trasformi meccanicamente in palestra consapevolizzante e formativa per una “azione rivoluzionaria” che porti magari alla costituzione di “Nuclei Armati Proletari”.

Giungere a considerare la galera come scuola rivoluzionaria solo perché lacerante “rappresentazione scenica” della dominazione sarebbe come auspicare che gli insegnanti antiautoritari fustigassero i propri allievi per far loro interiorizzare quanto sia perniciosa l’autorità.

La realtà è molto più complessa e poliedrica di quanto potrebbero far pensare certe chimere insurrezionali. Il sistema carcerario italiano tendenzialmente sta uscendo dalla sua dimensione coercitiva per indirizzarsi verso un obiettivo preciso: rieducare le frange più deboli del tessuto sociale nell’ordine socio-economico vigente. Gli strumenti utilizzati a tale scopo sono molteplici e complessi ma comunque tutti collegati fra loro. Si pensi all’influenza che esercitano quei meccanismi che riproducono all’interno del carcere i valori della realtà esterna. A questo proposito operano la religione e i mass-media attraverso i canali nazionali televisivi, i giornali sportivi e i giornalini pornografici che ripropongono la divisione dei ruoli, lo sfruttamento, l’ossessiva competitività, ecc. Un ruolo importante lo gioca il lavoro, che rappresenta l’unica alternativa all’ozio e ad una deprimente abulia e che è utilizzato per mantenere la disciplina e per la “rieducazione”. Le attività lavorative presenti nel carcere sono essenzialmente di tre tipi: 1) il lavoro interno alle dirette dipendenze dell’amministrazione; si tratta di detenuti preposti ai vari incarichi domestici e impiegatizi, essenziali al funzionamento del carcere; 2) lavori interni per conto di imprese private che hanno in appalto la manodopera carceraria. 3) il lavoro esterno riguarda prevalentemente attività lavorative di qualsiasi tipo svolte da detenuti che godono del regime di semilibertà.

L’appalto della manodopera carceraria alle imprese private offre dei buoni motivi di funzionalità sia economica che politica anche all’amministrazione carceraria, come diretta emanazione dello Stato, prima di tutto per effetto dell’affievolimento delle tensioni che si vengono inevitabilmente a creare nelle carceri, data l’incapacità dell’amministrazione carceraria di procurare una attività lavorativa a tutti coloro che la desiderano. È chiaro che anche con la delega all’impresa privata il problema della disoccupazione non è completamente risolto anche se, in ogni caso, se ne riducono le dimensioni e rimane comunque un fattore stabilizzante.

L’amministrazione esercita così un maggiore controllo, per effetto dei disaccordi e dei conflitti che sorgono tra i detenuti che lavorano e coloro che ne sono rimasti esclusi. Un altro vantaggio che l’amministrazione ottiene cedendo in appalto la manodopera carceraria riguarda le somme di denaro percepito sotto forma di decimi, senza peraltro correre alcun rischio imprenditoriale. Non ultima è da considerare da parte del sistema la possibilità di internamento della forza lavoro eccedente. Una volta “libero” e risocializzato il detenuto verrà inserito nel processo produttivo nel caso di una bassa offerta di forza lavoro, in caso contrario verrà immesso nelle file dell’esercito industriale di riserva. L’una o l’altra collocazione dipenderà dalla situazione economica contingente ma sarà, comunque funzionale al sistema: come proletario (lavoratore) produrrà plusvalore, come sottoproletario (disoccupato) farà lievitare la curva dell’offerta di lavoro con l’effetto di calmierare la spirale salariale. Oggi più che mai si rende necessario fare accettare al proletariato la sua condizione sociale, ricordandogli che è proletario e che il salario, e quindi la mercede, è l’unica forma di sussistenza.

Se la mercede, in quanto retribuzione del lavoro, allo scopo di imporre al detenuto la forma morale della dipendenza dal salario come condizione della sua esistenza, il lavoro ha come finalità non tanto la produzione quanto la trasformazione del “criminale agitato e irriflessivo” in soggetto disciplinato e meccanico: ne è prova il fatto che l’efficienza del lavoro carcerario è tale per cui questo sistema produttivo raggiunge nella maggior parte dei casi quella condizione che gli stessi economisti all’unisono riconoscono come “produttività marginale”. Del resto l’inadeguata meccanizzazione, l’obsolescenza dei pochi macchinari utilizzati, gli angusti locali di lavoro e il ricorso ad una manodopera scarsamente qualificata non garantiscono certo una elevata produttività.

D’altra parte, l’alienante lavoro organizzato sulla catena di montaggio, la mancanza di una qualsiasi specializzazione professionale, i continui trasferimenti e le basse remunerazioni annullano ogni interesse motivazionale che non di rado si esplicano con l’assenteismo, la cattiva qualità del lavoro e persino col sabotaggio. Tutte queste agitazioni, unitamente alla scarsa meccanizzazione, danno come risultato la riduzione di efficienza, la necessità di maggiori controlli e riparazioni e comunque l’aumento dei costi di produzione. Eppure un rinnovamento produttivo e tecnologico e un miglioramento delle condizioni di lavoro, oltrecchè favorire le imprese private, consentirebbe anche la produzione di beni e servizi socialmente utili. Ma una più moderna industrializzazione comporterebbe una maggiore disoccupazione nelle carceri italiane e conseguentemente maggiori tensioni sociali, perciò, si preferisce produrre in condizioni di estrema arretratezza.

Tutto ciò, dunque, ci porta a pensare che lo scopo del lavoro carcerario non sia la produzione, ma piuttosto la risocializzazione del detenuto intesa come educazione alla accettazione dello status di suddito che non detiene né la proprietà dei mezzi di produzione né la proprietà delle conoscenze tecnico-scientifiche. Essere e rimanere un dominato è l’insegnamento del carcere. Se il lavoro è il canale più antico e quindi più collaudato nella sua efficienza, altri ancora sono previsti dai progetti che lo Stato ha varato e sta realizzando per “l’acculturazione dei barbari”. Nella già citata riforma di legge “Negli istituti devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive, ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti“. Queste attività dovrebbero essere gestite e pianificate da una “commissione composta dal direttore dell’istituto, dagli educatori e dagli assistenti sociali e dai rappresentanti dei detenuti“. Sul significato di questa cultura, parto mostruoso della ammucchiata fra aguzzini, tutori di anime, tecnici del controllo sociale e coatti, non possiamo avere dubbi.

Riuscirà il carcere a trasformare i ribelli in sudditi facendoli sottostare e partecipare alle regole del “gioco della società”? Interiorizzeranno i devianti quella mentalità vertenziale del chiedere alla controparte, loro che hanno rifiutato ogni mediazione, da sempre inclini a prendere quello di cui avevano bisogno senza tendere la mano? Sortiranno il loro fascinoso coinvolgimento nei confronti dei refrattari, le ritualità persuasive della cogestione proprie di un falso assemblearismo? Preoccupato dal sempre più diffuso rifiuto della norma, dentro e fuori il carcere, lo Stato avrà la capacità di passare dalla funzione di punire a quella di sorvegliare? Riuscirà a normalizzare il carcere chi è stato “impermeabile” a tutte le precedenti influenze degli altri apparati ideologici e repressivi di Stato? E infine la “fabbrica del criminale” si trasformerà in “scuola di vita”?

Può darsi, molti elementi lo fanno temere, per ora l’unico dato certo è che il carcere come scuola… è sempre più marinata.

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