A rivista anarchica n64 Aprile 1978 Il Moro rapito… di Luciano Lanza

Fino a ieri c’eravamo cullati in una illusione: scrivere su un giornale anarchico è un atto libero, non condizionato dal potere, anzi contro il potere e la sua logica. Oggi invece siamo costretti a “prendere posizione” sul rapimento di Aldo Moro, perché i mezzi di (dis)informazione trattano prioritariamente questo argomento.

Diciamocelo francamente, se non fosse per l’ossessionante campagna, non troveremmo così importante occuparci di un democristiano privato della sua libertà o di cinque poliziotti che hanno perso la vita, considerate le migliaia e migliaia di reclusi e l’ancor più lunga sequela di morti sul lavoro o di uccisi da un “poliziotto che inciampava”. Invece siamo costretti a scrivere su di un fatto che si svolge all’interno di un conflitto tra B.R. e classe oggi dominante senza nessun coinvolgimento effettivo degli sfruttati. I due poli dello scontro, infatti, non desiderano per nessuna ragione una partecipazione attiva delle masse, ma ciascuno, con i mezzi che ha, ricerca il consenso o la legittimazione per il ruolo direttivo che vorrebbe svolgere o che svolge sulla società

Se per la D.C. e per gli altri partiti questo è assiomatico, per quanto concerne le B.R. potrebbe sembrare, quantomeno, azzardato. Non è così. Le stesse B.R. hanno a più riprese spiegato che le loro iniziative non devono essere considerate “azioni esemplari” cioè azioni compiute, sì da una minoranza, ma che vuole indicare alla maggioranza degli sfruttati le vie per la loro liberazione e che essi stessi dovranno portare avanti in prima persona. Si tratta invece di azioni facenti parte di una strategia che mira a mettere in crisi lo “stato borghese” o in termini più aggiornati lo “stato imperialista delle multinazionali” per accelerare l’evento rivoluzionario che permetta di instaurare una società diretta dallo “stato operaio”, di cui le B.R. sono la prefigurazione armata e partitica.

Inquadrata schematicamente la meccanica della strategia delle B.R., dovrebbe risultare più semplice adottare valutazioni di merito, anche se prevediamo che già molti saranno insorti per la sbrigativa liquidazione dei “compagni delle B.R.”. Ma il sentimentalismo gioca spesso brutti tiri e, fatte le debite e importanti distinzioni, le B.R. ci sono estranee come tutti gli aspiranti al potere. Questa estraneità, comunque, ci è d’ausilio e non di ostacolo per valutare l’enorme capacità di coinvolgimento dei mass-media. L’obiettivo esplicito era ed è isolare ancora di più le B.R. dai suoi sostenitori esterni e dalla popolazione in generale.

I notiziari martellanti, le foto dei morti, le interviste ai politici e ai passanti, le “considerazioni” degli intellettuali, la reinvenzione della guerra partigiana ad uso e consumo del “cittadino 1978” partecipe dello “stato democratico nato dalla resistenza”, le tavole rotonde… in definitiva un enorme apparato si è mosso in sincronia: tutto doveva essere utilizzato per creare artificialmente un clima di tensione.

Un esempio di come si siano mossi i gestori dell’informazione ci è dato dal completo stravolgimento delle dichiarazioni rilasciate al Congresso delle Federazioni Anarchiche a Carrara e al Convegno di Studi su “I Nuovi Padroni” a Venezia. Poco importava la denuncia fatta dai compagni del terrorismo dello stato, gestore legalizzato e istituzionale della violenza, di fronte alla quale quella delle B.R. è ben poca cosa. L’ordine di scuderia era condannare le B.R. e così si sono capovolti i significati per utilizzare perfino gli anarchici in questa “crociata antiterrorismo”.

Una crociata che ha visto nel P.C.I. e nei sindacati uno dei sostegni più significativi. I sindacati hanno messo sul piatto della bilancia tutto il loro prestigio per creare una vasta mobilitazione popolare. Centinaia di migliaia di lavoratori sono scesi in piazza, sono ricomparsi gli striscioni democristiani, tutti uniti, tutti insieme a difendere le istituzioni. E l’immagine non viene certo contraddetta dalle frange dissenzienti che comunque hanno dovuto entrare nella logica di quello sciopero e di quello spettacolo, così chiaramente qualificato, per esprimere la propria diversa identità. Il P.C.I. poi ha colto l’occasione (portavoce il solito Pecchioli) per scatenare la caccia alle streghe che si nascondono nelle fabbriche. Pecchioli è stato esplicito: bisogna eliminare dalle fabbriche i sostenitori dei brigatisti. Una dichiarazione gravissima che si tradurrebbe, se attuata, in numerosi licenziamenti per “sterilizzare” i centri della produzione e del lavoro da tutte quelle voci di opposizione e di dissenso al patto sociale e all’egemonia comunista. Si vuole ghettizzare ancora di più le forze rivoluzionarie.

La strategia del P.C.I., unita alla sua capacità di mobilitazione, è un elemento che troppo spesso viene sottovalutato, perché se il boicottaggio della C.G.I.L. allo sciopero indetto dopo l’assassinio dei compagni Iannucci e Tinelli non è passato, lo si deve in buona parte anche al dissidio sorto tra la U.I.L. e la C.I.S.L. e non solo alla capacità di azione autonoma degli operai.

Resta comunque il fatto che l’attacco contro tutta l’estrema-sinistra-non-ragionevole procede e si sviluppa secondo tempi e modalità determinate dal Partito Comunista che utilizza tutti gli avvenimenti per questo suo fine, tutt’altro che secondario.

A questo punto si impone una riflessione che, pur partendo da tutti questi eventi, assume connotazioni più generali: il problema della comunicazione.

Il divario di possibilità tra i mezzi che il potere può utilizzare e quelli dei gruppi rivoluzionari si è accresciuto a dismisura. I mass-media creano le notizie e l’opinione, tutto quanto non rientra nella logica del sistema viene ignorato o stravolto. L’azione dei gruppi rivoluzionari incontra così un ostacolo ancora più forte, che, unito alla povertà dei mezzi alternativi utilizzati, rende quasi inintellegibile il messaggio. La lontananza, anche psicologica, tra rivoluzionari e interlocutori aumenta vertiginosamente, tanto che per poterli raggiungere bisogna, di necessità, utilizzare i canali del regime, che comunque riescono sempre a utilizzare per i propri fini anche i fatti che si pongono in antitesi a questi.

Anche le B.R. con la loro azione clamorosa si pongono nella situazione oggettiva di “essere notizia”, i mass-media non li ignorano, anzi sono costretti a dedicare alle loro azioni, ai loro militanti, alla loro ideologia, ai loro comunicati, pagine e pagine, ma proprio in quello stesso momento scatta l’operazione di riutilizzo e di distorsione, che con una bene orchestrata campagna neutralizza il messaggio che le B.R. intendevano lanciare.

È evidente che il porsi come “elemento di notizia” non è sufficiente perché pur rompendo il muro del silenzio non ci si può assicurare la corretta gestione dell’informazione. Anzi quasi sempre il risultato è l’opposto di quanto ci si proponeva.

E allora? Evidentemente non abbiamo la risposta bella e pronta, sciogliere questo nodo gordiano è impresa quanto mai difficile, tant’è che il taglio netto operato dalle B.R. non ha sortito gli effetti che esse speravano, perché se è pur vero che lo stato è caduto, in una certa misura, nel loro gioco, è anche vero che il restringimento della libertà di azione viene interiorizzato in modo partecipe dai cittadini e non viene vissuto come stimolo alla rivolta o all’insubordinazione come gli strateghi delle B.R. amano credere. Certo lo stato mostra ancor più il suo vero volto, ma i formatori dell’opinione pubblica giocando su elementi emotivi e pseudo-razionali riescono a giustificare l’involuzione autoritaria presentandola come l’unico modo per “salvare la convivenza civile”.

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