A rivista anarchica n64 Aprile 1978 P.C.I. e stalinismo a cura della Redazione

Se nei settori più o meno rivoluzionari della sinistra il dibattito sullo stalinismo si è acceso in seguito alle recenti aggressioni operate dagli squadristi dell’M.L.S., in campo “democratico” si è riaccesa la polemica (non solo storiografica) sul periodo stalinista del P.C.I..

Nel suo insieme, si tratta di un’abile manovra cultural-propagandistica attentamente guidata dai vertici delle Botteghe Oscure, interessati a rafforzare l’immagine democratica del loro partito, dimostrandosi addirittura pronti all’autocritica. Tra frasi dette a metà, ammissioni a denti stretti, confessioni parziali, sta emergendo anche a livello per così dire “ufficiale” la conferma dell’adesione piena, entusiastica e soprattutto cosciente che il gruppo dirigente del P.C.I. dette per circa un trentennio allo stalinismo. Anche dall’interno del partito giungono le prime conferme al fatto che Longo, Scoccimarro, Togliatti e gli altri burocrati erano a conoscenza dei crimini immani perpetrati dal regime staliniano dentro e fuori i confini dell’U.R.S.S..

Chi solo qualche anno fa osava fare simili affermazioni veniva bollato perlomeno come “agente della CIA”, “anticomunista viscerale”, ecc. I lager staliniani – sosteneva la stampa comunista fino al ’56 (XX Congresso del PCUS) – sono un’invenzione della borghesia, la democrazia socialista regna sovrana in tutti i Paesi socialisti, chiunque può dire la sua opinione, le condizioni dei lavoratori sono ideali, ecc. Guai a dire il contrario!

Il famoso rapporto di Krusciov prima, le necessità della via italiana al compromesso storico poi, hanno fatto conoscere un po’ alla volta delle verità (o delle mezze-verità), controllate e dosate ben bene dall’alto. Si è trattato di una grossa mistificazione, tendente a coprire le responsabilità dei dirigenti comunisti con il solito trucchetto di ammetterne delle “colpe” secondarie. Se quest’operazione si è potuta svolgere tutto sommato tranquillamente è anche perché la stampa e la cultura della sinistra democratica hanno appoggiato con discrezione quest’operazione guidata dalle Botteghe Oscure. Si leggano, per esempio, quasi tutti gli interventi pubblicati nelle ultime settimane su Panorama, L’Espresso, La Repubblica, ecc. in seguito alla pubblicazione di alcuni documenti riservati facenti parte dell’archivio del defunto leader stalinista del P.C.I. Pietro Secchia (le cui opere – guarda caso – sono state ristampate da una casa editrice vicina all’M.L.S. e da questo diffusamente pubblicizzate).

In tutto questo dibattito manca un’analisi, basata sui fatti, del ruolo svolto dal P.C.I. allora (e oggi): ci si limita a discutere se il tale dirigente sapeva la tal cosa o no. Sgombriamo innanzitutto il campo da qualsiasi ipocrisia: tanto i dirigenti del Cominform quanto quelli dei singoli partiti comunisti non solo erano a conoscenza dei “crimini” staliniani, ma spesso collaborarono anche materialmente alla loro esecuzione, coprendoli sempre e comunque con il loro complice silenzio. Si pensi al ruolo svolto in Spagna da Longo, Vidali e dagli altri leader comunisti (non solo italiani), in aperto contrasto con la rivoluzione sociale spagnola, assassinando e incarcerando i militanti rivoluzionari (applicando così né più né meno quanto Togliatti aveva sostenuto in una sua lezione alla “scuola di partito” a Mosca nel ’34, in merito alla necessità di sterminare l’anarco-sindacalismo iberico – lezione ripubblicata qualche anno fa da Rinascita). Si pensi anche al settarismo dimostrato dai funzionari comunisti rinchiusi in galera o al confino, che a volte non disdegnarono di servirsi della delazione al nemico pur di sbarazzarsi degli antifascisti non-comunisti (una pratica, questa, che verrà usata su larga scala durante la Resistenza). Si pensi ancora al famoso “appello ai fascisti” firmato negli anni 30 dai dirigenti comunisti, esempio tra i tanti del camaleontismo comunista. Ecc. ecc.

Il ruolo storico svolto dal P.C.I. è caratterizzato da una costante pratica controrivoluzionaria simile – fatte le debite proporzioni- a quella svolta dal partito bolscevico russo. Nella storia del P.C.I., così come nel rapporto tra questa storia e quella più recente dei gruppi extraparlamentari, vi è una chiara (e spesso rivendicata) continuità, che ha nel pensiero marxista la sua matrice ideologica e nell’esperienza bolscevica il suo punto di riferimento storico. Lo stalinismo – come abbiamo visto – si inserisce a pieno diritto in questo filone ideologico e storico e, con la sua efferata applicazione della dittatura del partito unico e dello Stato sull’intera società, ne rappresenta l’estrema realizzazione.

A questo punto chiedersi se lo stalinismo sia vivo o no, nel P.C.I. e/o nei gruppi marxisti alla sua sinistra, è un falso problema: al di là delle sigle, infatti, sopravvivono il marxismo ed i regimi e partiti che ad esso si ispirano. Restano (o aspirano a diventare) i nuovi padroni rossi, con le loro dittature “popolari” e i loro partiti “proletari”. Per loro Stalin resta indubbiamente il maestro insuperato.

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