A rivista anarchica n65 Maggio 1978 Sui gruppi di affinità di Louis Mercier Vega (tradotto dal n.13 di Interrogations)

La maggior parte dei testi vertenti sui gruppi di affinità all’interno del movimento anarchico, intendo cioè quelli scritti da militanti, propone più delle constatazioni che delle definizioni teoriche. E poiché le situazioni reali sono numerose e raramente identiche, ne consegue che le caratteristiche messe in rilievo non sono sempre le stesse. Vediamo tuttavia quali sono i punti in comune presenti in svariati autori – almeno tra quelli che conosco io – quando si tratti di definire i gruppi d’affinità.

Il concetto stesso di affinità non è ben definito. Affinità di idee o affinità di carattere? Oppure necessariamente entrambe le cose? Negli ambienti anarchici, dice Sébastian Faure (1), la parola affinità “esprime la tendenza che induce gli uomini a raggrupparsi sulla base di un’analogia nei gusti, di una simiglianza di temperamenti e d’idee. E, nel pensiero e nell’azione libertari, gli anarchici contrappongono la spontaneità e l’indipendenza con cui si producono questi incontri e si costituiscono questi gruppi, alla coesione imposta e all’associazione forzata prodotte dall’ambiente sociale attuale”. È questa una definizione che non brilla per chiarezza, dato che ci si può chiedere come facciano gli anarchici a sfuggire all'”ambiente sociale attuale”.

Murray Bookchin, che cerca di dare un’origine storica al gruppo d’affinità, giunge ad una curiosa conclusione e individua tale origine in un’epoca relativamente recente, in Spagna: “L’espressione inglese ‘affinity group’ è la traduzione di ‘grupo de afinidad’, nome che in Spagna stava a designare la cellula di base della Federazione Anarchica Iberica, nucleo dei militanti più idealisti della CNT, la grande centrale anarcosindacalista” (2). La sua definizione è originale: “un nuovo tipo di famiglia allargata, nella quale i legami di parentela vengono sostituiti da rapporti umani di profonda simpatia, alimentati da alcune idee e da una pratica rivoluzionaria comuni.”. Qui riaffiora il principio d’affinità d’idee, mentre l’affinità di condotta si manifesta come “stile rivoluzionario di vita quotidiana”. Il gruppo “creava uno spazio libero in cui i rivoluzionari potevano ricostruire se stessi, come individui e come esseri sociali”. Il che ci riconduce, ma con una maggior precisione, alle osservazioni del vecchio Sebast: il gruppo riesce a sfuggire all'”ambiente sociale”. Bookchin afferma di poter paragonare (tradurre) i gruppi d’affinità spagnoli degli anni trenta (rispettate le proporzioni e tenuto conto di tutte le circostanze) alle forme d’organizzazione adottate dai “radicali” nord-americani: “comuni”, “famiglie”, “collettivi”.

I militanti dei Gruppi Anarchici Federati d’Italia pongono l’accento sulla comunanza d’opinioni iniziale: i gruppi d’affinità tradizionali “con forte comunanza d’opinioni generali e particolari, possono… mantenersi coerenti con i principi-base ed efficienti nel dinamismo decisionale e operativo” (3). Essi però aggiungono: “Affinità di idee in primo luogo, ma anche una certa affinità personale, indispensabile dal momento che il gruppo non è un’azienda, ma un vivere insieme nella lotta, una parte non trascurabile della propria vita”. Ritroviamo qui il carattere duplice del gruppo d’affinità, sebbene i G.A.F. vedano tale gruppo “il primo momento organizzativo dell’anarchismo”, cioè un elemento di base per una federazione, mentre Bookchin dice: “(i gruppi) possono federarsi con grande facilità…”.

Una prima osservazione: gli autori vedono nel gruppo d’affinità una forma d’organizzazione naturale, e non prendono in esame i suoi possibili difetti. Partono da una realtà constatata e tendono a non scoprirvi altro che virtù. Non si pongono il problema di sapere se ciò che funge da polo al formarsi del gruppo sia la comunanza d’idee o le simpatie personali. Ora, se l’essenziale è la comunanza di pensiero non si vede – per attenersi strettamente al meccanismo d’associazione – che cosa distingue un gruppo anarchico da una qualsiasi altra organizzazione di carattere ideologico. Se invece a dominare sono i legami affettivi, a partire da un pensiero libertario più o meno distinto, allora il funzionamento interno e la ragion d’essere del gruppo saranno di natura molto particolare.

In realtà, l’imprecisione sull’origine e sui fini del gruppo d’affinità conserva in pieno l’ambiguità del suo ruolo: elemento d’intervento sulla società oppure contro-società? Nella società o al di fuori di essa? Domanda che non va necessariamente intesa in chiave critica o aggressiva, ma che sollecita chiarimenti.

Un secondo elemento di definizione dei gruppi d’affinità è la loro dimensione. Bookchin: “Ogni gruppo d’affinità conservava deliberatamente dimensioni ridotte, per garantire tra i membri la maggiore intimità possibile”, e “Date le sue caratteristiche, il gruppo d’affinità tende ad agire in modo molecolare”. I G.A.F. “… un nucleo di militanti sufficientemente piccolo da permettere la partecipazione di tutti al processo decisionale, e sufficientemente ampio da contenere in sé diverse esperienze personali e di lotta”. E quindi: “Solo nuclei poco numerosi e con forte comunanza d’opinioni generali e particolari…”.

Nuova osservazione e nuova domanda: se per funzionare bene, vale a dire per garantire ai loro membri una reale partecipazione sia alle decisioni che alle azioni, i gruppi d’affinità devono essere di piccole dimensioni e accogliere un numero limitato di aderenti, è forse perché ogni organizzazione numerosa presenta pericoli di gerarchizzazione e di burocratizzazione? Ciò è probabile, ma allora bisogna applicare questa constatazione ad ogni organizzazione “popolare”, con conseguenze pratiche della massima importanza ai fini di una tattica o di una strategia libertaria. Perché in fin dei conti, se tra amici e compagni si deve prendere ogni genere di misure onde evitare la degenerazione dominatori/dominati, quali precauzioni si dovranno stabilire per delle organizzazioni che accolgano migliaia di esseri umani poco avvertiti dei pericoli autoritari? Bookchin, ad esempio, scrive a proposito dei gruppi d’affinità: “essi possono anche creare dei comitati d’azione temporanei (come gli studenti e gli operai francesi nel 1968), che coordinino compiti precisi. Ma innanzitutto, i gruppi d’affinità affondano le loro radici nel movimento popolare”. Un movimento popolare allo stato puro, innocente? Senza partiti, senza sindacati centralizzati, senza leader?

Eccoci quindi al terzo punto comune alla maggior parte delle definizioni: il ruolo dei gruppi d’affinità nella vita sociale. Nell’immagine – idealizzata – dei movimenti popolari esiste una sorta di estrapolazione della pratica – ideale – dei gruppi. Sébastian Faure: “… uomini che appartengono alla stessa classe, che vengono necessariamente avvicinati dalla loro comunanza di interessi, nei quali le stesse umiliazioni, le stesse privazioni, gli stessi bisogni, le stesse aspirazioni plasmano a poco a poco un temperamento ed una mentalità più o meno identici, la cui esistenza quotidiana è fatta della stessa servitù e dello stesso sfruttamento, i cui sogni, ogni giorno più precisi, sfociano nello stesso ideale, che devono lottare contro gli stessi nemici, che sono torturati dagli stessi carnefici, che si vedono tutti chini sotto la legge degli stessi padroni e tutti vittime della rapacità degli stessi profittatori. Questi uomini sono indotti gradualmente a pensare, a sentire, a volere, ad agire d’intesa e in solidarietà, ad adempiere agli stessi compiti, ad assumersi le stesse responsabilità, a condurre la stessa battaglia e ad unire a questo punto i propri destini sì che, nella sconfitta come nella vittoria, la sorte degli uni rimanga intimamente legata a quella degli altri: coesione volontaria, associazione voluta, gruppo per libera scelta. Qui s’affermano tutte le energie d’affinità che discendono dall’analogia di temperamento, dall’armonia dei gusti, dall’accordo delle idee”. Bookchin: “I gruppi d’affinità fungevano da catalizzatori agenti nel contesto del movimento popolare…”.

I G.A.F. sono più sfumati, sia sulla relatività del carattere “spontaneamente libertario” dei movimenti popolari, che sul ruolo specifico dei gruppi anarchici: “la liberazione delle tendenze popolari, egualitarie e libertarie è un fenomeno effimero se non ha la possibilità di esprimersi in organizzazioni adeguate” (4). E più oltre: “Le condizioni soggettive necessarie ad una rivoluzione sociale libertaria, possono essere schematicamente indicate come massimo sviluppo possibile, qualitativo e quantitativo, del movimento anarchico e della presenza libertaria organizzata nel conflitto sociale e anche la maggior diffusione possibile della coscienza critica, dello spirito antiautoritario di rivolta” (5).

Così dunque, tra queste diverse interpretazioni, troviamo alcuni tratti comuni: il gruppo d’affinità è un elemento di base del movimento anarchico; l’affinità è duplice: idee e vincoli di amicizia; esso riunisce un numero ristretto di militanti; esso è legato ai movimenti popolari d’emancipazione. E tuttavia, a dispetto di tutti questi punti di contatto, abbiamo la netta sensazione che le concezioni siano divergenti, i fini diversi, le prospettive estranee le une alle altre. Tutti accettano una situazione di fatto: l’esistenza di una tradizione di gruppi d’affinità, e partono da questa constatazione per dare ai gruppi dei compiti, una funzione e un funzionamento particolari. In tutto questo risiede un equivoco che sarebbe bene dissipare.

Pratiche

Si direbbe che la linea di demarcazione non corra tra le interpretazioni, ma piuttosto all’interno stesso del gruppo di affinità. A seconda che sia contraddistinto da un’intensa vita interna oppure da una attività rivolta essenzialmente verso il mondo esterno, il gruppo d’affinità costituisce un ambiente, una società in sé, oppure uno strumento di lotta contro la società così come essa funziona, addirittura fattore di edificazione di una società diversa.

Per fare due esempi agli estremi opposti: il gruppo-famiglia di Bookchin ha poco a che vedere con il gruppo-attivisti dei G.A.F.. Ciò non significa che il gruppo-famiglia non possa agire sull’esterno, né che il gruppo-attivisti non subisca il gioco dei rapporti personali tra i suoi membri. Ciò che importa, è comprendere che la loro ragion d’essere non è la stessa, né lo sono i loro obiettivi.

Spingendo l’analisi all’estremo, ma facendo riferimento ad esperienze o a modi di comportamento osservabili, il gruppo-famiglia può ulteriormente diluirsi fino a diventare un luogo d’incontro circostanziale per individui “liberati”. Mentre il gruppo-attivisti può trasformarsi in micro-partito.

Quando Richard Gombin (6) contrappone la nozione, e la pratica, del gruppo anarchico d’anteguerra (39-45) a quella dell’individuo-movimento “radicale” degli anni sessanta, pone in evidenza alcune caratteristiche specifiche del primo (un po’ caricaturali): “Soltanto il gruppo veniva colto come struttura di contestazione – o di rivolta -. Nelle condizioni in cui si trovava il capitalismo tra le due guerre sembrava che solo l’intervento del gruppo sulla società, sulla realtà sociale avesse qualche possibilità di successo…. La rivoluzione veniva colta come un avvenimento situato in un vago avvenire, ma il gruppo viveva solo in funzione di questo avvenimento ipotetico…. Tanto con i suoi pregiudizi e tradizioni che nei suoi rapporti privati: atteggiamento verso le donne, i bambini, l’omosessualità, la morale in generale. Evidentemente, esistevano esperienze isolate di vita di gruppo, di vita amorosa libera, ecc.. Ma si trattava di casi marginali e non rappresentativi”. Mentre “il rivoluzionario anti-autoritario ha una pratica di contestazione in quanto individuo e a tutti i livelli della sua vita…. Egli contesterà l’autorità e i soprusi del padrone o gli appelli patriottici dei capi politici, sindacali o intellettuali. Nella misura stessa in cui egli incontrerà degli individui che pensano e agiscono come lui (a scuola, come partner sessuali, sul lavoro, in vacanza), sentirà meno il bisogno del gruppo. E concludendo: “Intere generazioni di anarchici avevano concepito la rivoluzione come un ‘gran giorno’, sotto forma di un avvenimento unico e apocalittico che avrebbe segnato il sorgere di una società completamente nuova. La rivoluzione è ormai intesa e accettata come un susseguirsi di atti di rifiuto, di rottura e di creazioni necessarie. L’avvenimento finale che farà cadere il vecchio ordine sembra addirittura passare in secondo piano. In secondo piano perché l’edificio della società oppressiva (il suo Stato, i suoi principi, le sue istituzioni) crollerà da sé non appena sarà stato trasformato il suo contenuto: la questione del potere al vertice sarà risolta dalla presa di tutti i poteri alla base”.

Sorvoliamo sulla questione di sapere se negli anni trenta l’appartenenza a un gruppo fosse legata a dei pregiudizi, ad una tradizione a dei comportamenti morali borghesi; bisognerebbe rammentare che l’insubordinazione, la diserzione, l’illegalità, le pratiche anticoncezionali, le lotte nei cantieri e in fabbrica, gli scontri fisici con stalinisti e gruppi d’estrema destra, ecc., facevano parte della vita militante quotidiana, e non erano solo dei temi per le discussioni oziose da tenersi durante le riunioni della domenica mattina. Ciò che il ragionamento ha di significativo è che oggi sarebbe possibile vivere la contestazione da individuo, e che l’accumulazione dei gesti di rifiuto finirà per rendere impotente il potere.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a una specie di teorizzazione di un comportamento. Un comportamento che è reale, a livello individuale o di gruppi-famiglia. Ma che è tale soltanto in condizioni circostanziali e limitate: all’interno di una società di relativa abbondanza, e permissiva, cioè in alcune regioni del mondo industrializzato e post-industrializzato. Non è tanto l’individuo o il gruppo-famiglia che lotta, s’impone e vince l’autorità, quanto la società che lascia fare e possiede i mezzi per lasciar fare. (In uno Stato come la Francia, dove la mobilitazione generale era considerata la base della difesa nazionale, la diserzione era un crimine punito duramente, anche in tempo di pace. Oggi, le nuove caratteristiche di un conflitto armato fanno sì che sia possibile negoziare uno status d’obiettore di coscienza. Ciò non significa che la lotta dei renitenti non sia utile, o difficile, significa che tattica e strategia libertarie non possono fare astrazione dal funzionamento pratico della società).

Più importante ancora è un certo slittamento verso una a-società; questa concezione e questo comportamento si trovano in molti gruppi-famiglie attuali. L’idea e la pratica sono che la società gerarchizzata ed oppressiva non va combattuta in quanto tale, ma deve essere ignorata, aggirata, evitata ogni qual volta questo sia possibile. Si finisce abbastanza facilmente ad una sorta di carpe diem, di “godiamo senza freni”, che in sé non è certo condannabile, ma che non fornisce alcuna risposta ai problemi di lotta contro una società che, nell’Europa occidentale come nell’America del Nord, non presta quasi attenzione a questa forma di emarginazione, sottoprodotto della affluent society.

Solo quando il rifiuto non è ripiegamento o evasione, ma volontà tesa verso una società diversa e lucida negazione della società presente, la lotta si fa chiara. Questa nozione si offusca sino a scomparire quando la pioggia dell’abbondanza ed il suo sfruttamento permettono di confondere la lotta contro una società che funziona, capace di assorbire gli oppositori e di trasformarsi senza nulla concedere alle diatribe rivoluzionarie, con una emarginazione sprezzante ma di poco peso, e inconcepibile in altre regioni del mondo.

L’estremo opposto è costituito dal gruppo-attivisti che s’immagina di poter influire sul “senso della Storia” praticando una specie di machiavellismo dirigente. Un esempio può essere quello della singolare mentalità diffusa, durante gli anni cinquanta, in seno alla Federation Comuniste Libertaire francese, e che corrispondeva ad una volontà – e ad una pratica – di manipolazione della corrente libertaria, che aveva alla base un piccolo nucleo di militanti, complici nelle loro manovre molto più di quanto non fossero uniti da una comune lucidità.

Si pone così il problema di sapere se l’affinità non conduca a dimenticare le ragioni dell’esistenza del gruppo, e inversamente se il lavoro condotto collettivamente non finisca per sboccare su un altro tipo di rinuncia.

La vita interna

Abbandoniamo ora le definizioni, classiche o recenti che siano, e vediamo quali sono i comportamenti correnti che si sviluppano all’interno dei gruppi stessi (i quali, in generale, si preoccupano ben poco dei requisiti teorici).

Il difetto più serio è costituito da un’inclinazione quasi irresistibile a trasformarsi in società chiusa, cioè a dimenticare rapidamente la ragione stessa della loro esistenza, vale a dire l’intervento nella mischia sociale, lo sforzo di conoscenza della società e dell’epoca per poter meglio agire, la propaganda. È pur vero che è piuttosto raro veder nascere un gruppo in funzione di scopi precisi. Accade frequentemente che si tratti della formazione di un nucleo che “vuol fare qualcosa” e che poco a poco va trasformandosi in una specie di famiglia dove pullulano i problemi dei rapporti personali, anche se mascherati da controversie, o da intese, ideologiche o tattiche. Curiosamente, si manifesta un fenomeno burocratico (se si intende il termine burocrazia come sostituzione del perseguimento di un servizio che ha fatto nascere l’organo con gli interessi di questo stesso organo funzionale). Il gruppo finisce per vivere ripiegato su se stesso, per sé stesso, pur rispettando determinati riti: partecipazione alle campagne generali, vendita e diffusione di pubblicazioni, presenza, magari come osservatore, ai congressi.

È il gruppo in sé che diviene l’essenziale, e le beghe interne diventano presto il fulcro delle riunioni, come la malattia si trasforma in centro d’interesse – interesse di vita – per certi malati. Altro fatto da rilevare è che risorgono le tare denunciate nella società: leaderismo nelle sue varie forme, gerontocrazia, separazione tra parlatori e taciturni.

In un recente numero della Lanterne Noire (7), un collaboratore, che sembra abbia una lunga esperienza di vita nei gruppi e li osservi con occhio pratico, segnala: “… Il gruppo d’affinità non costituisce un’alternativa di fronte ai pericoli dell’organizzazione. Il dominio, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra”. Più oltre, però: “… È pur vero che nel piccolo gruppo d’affinità certe attività di propaganda e di elaborazione ideologica risultano facilitate, senza contare il fatto positivo in se stesso dell’attività in comune di persone che si riuniscono per un progetto rivoluzionario e allo stesso tempo per ragioni di temperamento o d’affetto”. È uscita una constatazione, e solo degli esempi precisi potrebbero illustrarla, o un desiderio, oppure la presa in considerazione di una tradizione che si sa difficile a cambiarsi?

Le osservazioni dirette che seguono sono in realtà poco entusiasmanti: “… La struttura propria del gruppo d’affinità, come a ogni gruppo primario – sia familiare che ideologico – sviluppa vincoli interpersonali a forte carica affettiva, nei quali l’amore e l’odio giocano la loro solita parte di rimpianto, e in cui il contenuto fantomatico (incosciente, rimosso) si struttura sul dominio patriarcale”… “La lotta per il potere in seno al gruppo è velata e generalmente incosciente. La leadership appare imperniata sui compiti, e tutte le rivalità tendono a prendere una forma ideologica. Ma la violenza con cui scoppiano i conflitti e la frequenza con cui si sciolgono i gruppi rivelano la matrice emozionale sulla quale essi si sono costituiti”.

Questo per il funzionamento interno. Se si prende in esame il comportamento del gruppo rispetto al mondo esterno, emergono altri fenomeni. Il primo si manifesta in una difficoltà quasi insuperabile nell’allargare il nucleo iniziale, sia che malgrado la volontà dichiarata di reclutamento o di praticare periodi di prova, la vita della cellula provochi il rigetto, per tema di un apporto che turbi “l’intimità”, sia che esista una scelta deliberata di non crescere di numero.

L’altro fenomeno potrebbe essere determinato come doloroso risveglio. Si produce quando gli avvenimenti pongono il gruppo di fronte alla necessità d’entrare in contatto con l’insieme della società, molto semplicemente di tener conto delle forze politiche o sociali, affini o avverse. È questa una scoperta che spezza l’unità, la solidarietà, il conformismo interno e che apre la strada a dei cambiamenti di rotta – a volte collettivi, se domina l’affinità -, o a degli accomodamenti che corrispondono solo da lontano alla regola delle idee. La luce del gruppo e quella dell’esterno non hanno la stessa intensità. E ciò che viene bollato come tradimento, molto spesso non è altro che il rientrare nel Secolo del militante, un militante nudo e cieco quanto l’uomo qualunque, e vittima di scelte fatte in funzione degli apparati di propaganda esterni, abili nel far risuonare i grandi temi umanitari e a piazzare le eterne trappole per i fessi.

Ed inoltre, proprio quando gli avvenimenti scoprono forti correnti libertarie, nate dalle contraddizioni di una società soffocante, i gruppi sono di rado “nel vento”. Essi vivono troppo ripiegati su se stessi, e non come raggruppamenti sensibili agli avvenimenti sociali. Così nel 68, e senza dubbio nel 77. In Francia e in Italia.

Suggerimenti

Abbandoniamo il tono critico e lamentoso.

In mancanza di una definizione chiara di ciò che sono in definitiva i gruppi d’affinità, è possibile dire che esistono ed agiscono secondo i militanti che li compongono, verità che si ha la tendenza a dimenticare nelle polemiche condotte a base di argomenti dottrinali. È anche possibile sostenere che il loro valore in termini d’anarchismo si misura secondo criteri morali e d’efficacia, pur ponendo l’accento sulle “affinità”. In fin dei conti, dai gruppi anarchici di Barcellona degli anni trenta uscirono sia dei lottatori che furono all’altezza della loro leggenda, che dei ministri o dei colonnelli. Partendo da questi precedenti, la solidarietà affettiva generalizzatrice diviene sospetta. L’affinità può averla vinta sulle convinzioni.

Ciò che è auspicabile, è che si intraprenda uno sforzo per dissipare una confusione che non serve a nessuno. È perfettamente accettabile, e a volte entusiasmante, vedere che si creano delle comunità che cercano, a suon d’esperienze, una forma di vita collettiva più libera e più emancipata possibile. Si tratta in questo caso di avventure libertarie di valore indiscutibile. Esse si pongono immediatamente come forme di contro-società in cui sono essenziali i fattori di simpatia, d’amicizia e di solidarietà. Tuttavia i loro membri non escludono altre forme d’organizzazione che si prefiggono altri scopi, nonostante la vita comunitaria comporti naturalmente problemi di scelte prioritarie e di “servitù”.

Ciò che si può sperare è che nello spirito stesso dei partecipanti non si mescolino o confondano i vari generi, e che ciascuno ben comprenda il significato come i limiti del suo modo di vita e dei suoi sforzi.

Allo stesso modo, se la riflessione volge la preferenza verso il gruppo attivista, è utile che tutti sappiano quali sono i fini immediati, ed eventualmente quelli a lunga scadenza, dell’organizzazione. Facendo attenzione in tutti i casi a non confondere un’azione volontaria sulla società e nella società con la teorizzazione di un riflesso o di un sottoprodotto di questa società.

È un suggerimento che vale per tutti i comitati, le associazioni, i collettivi, i gruppi. Ciò permetterà di confrontare i fini con i risultati.

Note

1) Enciclopedia Anarchica – alla voce affinità

2) Citato dallo spagnolo¡Escucha marxista!“.

3)Documento programmatico dei Gruppi Anarchici Federati” cap. XXII, Gruppi e federazioni.

4)-5) ibidem cap. XIX; La rivoluzione libertaria.

6) “Sociét et contre-société” – Libraire Adversaire – Communauté de Travail CIRA.

7) Nicolas:L’organisation anarchiste spécifique“. n.6/7 – novembre 1976.

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