A rivista anarchica n66 Giugno Luglio 1978 Nonostante lo svacco di L. L.

Sono passati solo pochi mesi e già abbiamo una conferma di quanto scrivevamo sul ruolo che avrebbero assunto gli attivisti del Partito Comunista (cfr. “A” 61: “Spie sì, ma per il P.C.I.). Sono nati i “vigilantes rossi”. Nel mese di maggio, infatti, la sinistra ufficiale e i sindacati hanno organizzato “picchetti antiterroristi” in circa duecento punti di Milano tra le 7.30 e le 9.30 del mattino per contrastare “l’offensiva terroristica” e per rivolgere “un appello all’unità, alla vigilanza e alla mobilitazione di massa”. Una risposta ai numerosi “azzoppamenti” di dirigenti politici e aziendali. Una risposta ancora simbolica, ma che lascia chiaramente intravvedere la volontà operativa sottointesa.

Gli operai difendono i loro sfruttatori, i loro antagonisti politici e tutto questo lo chiamano lotta di classe! Quanti significati diversi si possono dare a questa mitica locuzione. Noi, tutto questo preferiamo definirlo interclassista. Ma si sa, gli anarchici di queste cose non se ne intendono, tutti presi a parlare sempre di rivoluzione, quella bella rivoluzione che non viene mai. Via, siamo realistici: la lotta di classe, oggi, è difendere i padroni, fare gli straordinari, accettare i sacrifici. Non ci credete? Allora siete fuori dal “processo storico”. Stakanov, quello si era uno che portava avanti la lotta di classe in modo corretto… glielo aveva spiegato Stalin come fare.

Ma al di là dell’ironia (amara per altro) resta il fatto che i sindacati, decisi a salvare l’economia, stanno operando un’azione a vasto respiro con una capacità di coinvolgimento notevole. Per mesi ci siamo detti delle cose inesatte sulla crisi del sindacato, sull’opposizione operaia e compagnia cantando. L’esperienza dei sabati di straordinario all’Alfa Romeo ci ha dato la prova tangibile della capacità dei sindacati e del grado di accettazione partecipe degli operai. E se i più violenti contro i picchetti formati da anarchici e autonomi sono stati i soliti bonzi sindacali, gli operai comuni ci hanno mandato bellamente a quel paese, tutti interessati a far funzionare la loro bella azienda che produce automobili e deficit. Sembrava un altro pianeta. Negli occhi smarriti dei compagni si leggeva l’inquietante domanda: “Ma dove sono finiti i mitici operai dell’Alfa? L’assemblea autonoma? La famosa combattività che aveva innescato lotte di ampia portata?”. Il gran fuoco si è spento e non sappiamo nemmeno se ci sono delle braci sotto la cenere.

Brutta la realtà, vero? Però illudersi, come fa qualche compagno sarebbe ancora peggio. Non basta dire che all’Alfa i rivoluzionari hanno commesso degli errori (che è vero, ci sono stati) per spiegare questo riflusso, questa atmosfera da anni cinquanta. La crisi economica gioca certamente un ruolo significativo, ma non sufficiente. Altri due elementi esercitano la loro azione e combinandosi con quello precedente danno vita a un composto altamente soporifero.

Il primo è prettamente politico: PCI e sindacati da quando sono al governo hanno accentuato la loro pressione sulle masse lavoratrici per corresponsabilizzarle nella gestione del loro sfruttamento. L’altro elemento è di natura psicologica. Brutta parola, ma che in qualche caso è opportuno usare. Entrando quindi in questa sfera risulta in modo lampante che, passata l’euforia delle assemblee dove tutto si riscopriva, dove nasceva una volontà nuova e dirompente, gli operai sono tornati ai piccoli “grandi” problemi di sempre. Dopo l’ubriacatura, si sono risvegliati con un odioso mal di testa. Meglio pensare alle cose pratiche e al diavolo quei rombiballe che parlano sempre di rivoluzione e ti creano insicurezza, mentre come è rincuorante, convincente, rassicurante il buon sindacalista che ti ripropone il suo ritornello. Brutta la realtà, vero?

I giornali di oggi acuiscono il senso di disagio: “Baffi chiama Lama”. Il Governatore della Banca d’Italia rivolge un invito al ras dei sindacati per salvare la lira “stabile, ma non ancora guarita”; solo lui può aiutarlo, e cosa deve fare questo santuomo? Poca cosa. Deve convincere i suoi operai che non devono guadagnare così tanto. Ma Baffi e un “signore” e preferisce parlare di “contenimento del costo del lavoro”, di “effetti perversi della scala mobile”. La forma innanzitutto, un po’ di savoir faire non guasta. Per un po’ di giorni i leaders dell’opposizione operaia lanceranno parole di fuoco contro questo “ennesimo e pesante attacco padronale alla condizione operaia” poi subentreranno “le necessità del momento particolarmente difficile“, la “situazione non favorevole“, e tutto passerà anche se modificato, giusto per salvare la faccia dei rappresentanti ufficiali dei lavoratori.

Sì, però diciamocelo francamente, di vera opposizione operaia ce n’è proprio poca e cresce solo nella mente di coloro che si credono i suoi rappresentanti. Quel poco di dissenso che permane all’interno delle unità produttive è sostanzialmente riformista e la conflittualità che esprime è tutta all’interno del sistema, mentre l’opposizione “politica” è ripiegata su se stessa alla ricerca di una qualche base su cui legittimare la sua funzione. Brutta la realtà, vero?

Ma forse ci sono ancora delle possibilità. Un esempio, forse banale o forse significativo: un giovane, molto giovane compagno, un volto incorniciato da un cespuglio di barba e capelli perennemente arruffati, i modi bruschi, la voce forte, parla un sinistrese ermetico e allusivo eppure… eppure in lui c’è una carica di rivolta, di volontà distruttiva e costruttiva, una instancabilità senza pari. A volte è preso da scoramento perché “c’è lo svacco”, “perché i compagni non fanno un cazzo”, ma subito si riprende, nuove cose da fare, altri manifesti da attaccare, altre riunioni da fare, altri contatti da prendere, e così via, giorno dopo giorno.

E a ben guardare di compagni così ce ne sono ancora, forse pochi, ma ci sono. “Sono meno dell’uno per cento, ma credetemi esistono” canterebbe Leo Ferrè, e fino a quando ci saranno dobbiamo continuare a costruire le premesse della rivoluzione. Poco importa se ci derideranno dicendo che costruiamo sulla sabbia. Non è vero! Ogni seme gettato nel vento può diventare un fiore, forse il fiore più bello, quello della rivoluzione.

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