A rivista anarchica n69 Novembre 1978 Vittorio Vidali. Quando il boia commemora le sue vittime di Pio Turroni

Tra i leader storici del P.C.I. occupa un posto di tutto rispetto, anche se alle giovani generazioni il suo nome non è tra i più familiari. Terracini e Amendola sono certo più famosi ma lui, Vittorio Vidali, “il leggendario Carlos”, il comandante del 5° Reggimento durante la guerra civile spagnola, può vantare una fedeltà al partito che non ha eguali. Per il partito, per l’Internazionale Comunista, Vidali ha fatto tutto quello che gli avevano insegnato alla scuola di partito a Mosca: uccidere gli avversari politici, tradire i compagni, spiare, denigrare, distruggere, insozzare l’onorabilità e la memoria dei dissidenti. Il suo nome è indissolubilmente legato alle pagine più criminali e rivoltanti del comunismo internazionale, dalle purghe staliniane nell’URSS stalinista all’assassinio di Trotzky, dall’eliminazione dei rivoluzionari spagnoli alla squallida campagna contro il “tito-fascismo”.

Di questo bieco figuro la televisione del compromesso storico ha trasmesso, il 3 ottobre scorso, una rievocazione delle vicende spagnole durante gli anni della rivoluzione sociale e della guerra civile. Né è uscita una testimonianza talmente falsa, strumentale e gesuitica da stomacare chiunque abbia a cuore la verità.

Ma andiamo con ordine. E vediamo che cos’ha detto Vidali al suo compiacente intervistatore, un ex-comunista afflitto da un terribile “complesso del disertore”.

Invitato a chiarire il numero ed il ruolo degli agenti politici staliniani inviati in Spagna da Stalin, Vidali (che degli agenti stalinisti era uno dei capi) ha glissato citando gli aviatori sovietici caduti al fronte.

Indispettito per l’insistenza con cui gli si chiedeva notizie sugli scontri tra anarchici e comunisti, Vidali se l’è presa con certa storiografia italiana che pretenderebbe essere obiettiva ed invece cinguetta con gli anarchici. È questa un’altra colossale menzogna, a meno che Vidali non ritenga che il solo accennare ai metodi usati dai comunisti in Spagna sia prova di arrendevolezza all’anarchismo.

Tutte le azioni repressive contro i rivoluzionari Vidali le attribuisce al governo repubblicano, quasi a voler mantenere “neutrale” il ruolo del partito comunista. Così rifiuta di definire uno scontro tra anarchici e comunisti le giornate di maggio a Barcellona, definendole invece come uno scontro tra “tutte le forze antifasciste” da una parte e gli anarchici e di trotzkysti del POUM (tutti fascisti?) dall’altra.

E la morte di Berneri, assassinato da sgherri stalinisti dopo esser stato prelevato in casa? Niente di speciale, osserva acutamente Vidali: in quei giorni ne morirono tanti. Peccato, però, osserva sempre il boia Vidali, perché Berneri era certo un uomo onesto, ma con delle strane idee in testa: voleva prima la rivoluzione e poi la guerra, e lo scriveva anche sul suo giornale, eccitando gli animi ed esacerbando i contrasti. Morale sottintesa: se l’è voluta lui, se non parlava male, e in pubblico per di più, di noi comunisti, a quest’ora sarebbe ancora vivo.

Timidamente l’intervistatore gli ricorda che vi è stato chi lo ha accusato di essere tra i responsabili e gli organizzatori dell’assassinio di Andres Nin, il leader del POUM. Vidali fà un po’ il cretino, dicendo di aver appreso solo nel ’55 di aver assassinato Nin, leggendo il libro di Hugh Thomas, che citava un libro di Gorkin che citava a sua volta un libro di Jesus Hernandez, a quell’epoca capo della delegazione comunista al governo e poi uscito dal partito confessando i crimini suoi e dei suoi compagni stalinisti (Vidali in testa). Vidali fa osservare che Hernandez non può assolutamente essere ritenuto credibile, poiché ancora comunista aveva scritto un libro (intitolato Rojo y negro) pieno di calunnie verso gli anarchici, accusati di turpi azioni (quali l’assassinio di Durruti) di cui lui, il buon Vidali, non li ha mai creduti responsabili. E qui l’agente staliniano Vidali quasi tesse l’elogio degli anarchici. Il ragionamento è stalinisticamente ineccepibile. Non si era mai sentito il boia commemorare gli impiccati, è stato il commento di Giulio Seniga, socialista, che negli anni del dopoguerra fu tra i massimi responsabili organizzativi del P.C.I..

Ma gli anarchici, insomma, com’erano? È stato chiesto al senatore Vidali, che se non altro per averne tanti ammazzati e fatti ammazzare, può considerarsi un esperto del settore. Non erano dei vigliacchi, però avevano le loro idee – ha risposto – e volevano sempre discutere tutto, minavano la sicurezza del fronte, ogni tanto se ne andavano tutti in città e lasciavano sguarnite le postazioni. Dei discoli più che dei vigliacchi, ma in tempo di guerra gente così crea grandi problemi. E allora….

Ad alcune delle menzogne di Vidali, risponde qui di seguito Pio Turroni. Nato a Cesena nel 1906, avvicinatosi giovanissimo al nostro movimento, Pio ha sempre partecipato alla vita del movimento anarchico, guadagnandosi da vivere facendo il muratore. Esule dall’Italia per un quarto di secolo, ha vissuto in molti Paesi dell’Europa e dell’America, sempre lottando in prima fila, spesso soffrendo il carcere e rischiando la vita. Ha vissuto personalmente e fino in fondo tutta la tragica esperienza spagnola, schiacciata dalla supremazia fascista e dalla politica staliniana. Infaticabile militante, è stato “l’anima” nell’ultimo trentennio della rivista Volontà, delle Edizioni Antistato (passate poi a Milano nel ’76) e di innumerevoli iniziative di propaganda, di solidarietà, di attività anarchica. È certo una delle figure più prestigiose del nostro movimento, per cui è con piacere che pubblichiamo sulla rivista (che in lui ha sempre avuto un sostenitore critico e fraterno) la sua testimonianza appassionata.

***

Nell’intervista fatta dal giornalista Marco Cesarini Sforza – morto in seguito – al senatore comunista triestino Vittorio Vidali, già combattente nella guerra civile spagnola del 1936-1939, trasmessa sul secondo canale televisivo nella serata di martedì 3 ottobre, alle ore 22, si è potuto ascoltare falsità di ogni genere, evidente bluffismo, dimenticanze interessate, per cui, io, che raramente ho scritto per essere letto pubblicamente, mi sono deciso ad intervenire questa volta per cercare di segnalare il più brevemente possibile, anche se non sarà facile, proprio quelle più grosse e che, anche oggi a 40 anni di distanza da quella immane tragedia di sangue in cui lasciarono la vita oltre un milione di spagnoli, possono essere facilmente controllabili, solo che si esaminino bene, attraverso quanto se ne scrisse, i fatti di quei giorni e le testimonianze dei testimoni superstiti. Ve ne sono ancora, dopo tanti anni.

Per incominciare Vittorio Vidali che era intervistato su “i rapporti fra comunisti e anarchici in Spagna”, su quanto, quindi, successe fra di loro, non ha nemmeno accennato al fatto che il primo volontariato antifranchista in Spagna fu degli antifascisti italiani, anarchico in maggior parte. Seguito poi, come importanza, da quello dei “giellisti” (Giustizia e Libertà), da pochi repubblicani. Pochissimi i socialisti e i comunisti nel primo scaglione di volontari, che andarono volontari contro le decisioni dei loro partiti.

Non sarà inutile ricordare che in quel periodo, fra comunisti e socialisti, dopo anni di feroce ostilità di pura marca staliniana dei primi (dal 1926 alla fine del 1933) all’inizio del 1934, quando la Terza Internazionale iniziò la sua politica di “fronti unici”, era stato costituito un “comitato di unità d’azione” che, ripetiamo, in un primo momento dichiarò che non si doveva intervenire nella faccenda spagnola, pronunciandosi contro il volontariato, avversandolo.

Intanto decine di compagni, di anarchici con in testa Camillo Berneri, erano già a Barcellona il 23-24 luglio – la ribellione franchista era scoppiata solo qualche giorno prima, il 18-19 luglio. Anche Carlo Rosselli e Mario Angeloni erano sul posto. Il primo “scaglione” di volontari che formarono poi la “Sezione Italiana” della “Colonna Ascaso” della F.An. Iberica, partì per il fronte dopo un breve periodo di istruzione militare – per prendere conoscenza dei fucili (non vi era altro) – nella Caserma ex-Pedralbes di Barcellona la mattina del 19 agosto, dopo un solo mese dall’insurrezione militare e fascista. Salì sul fronte d’Aragona, in quella parte dello stesso tenuta dall'”Ascaso” e venne mandata a interrompere, presidiare l’interruzione, la carrettera o strada da Huesca a Saragozza, su un’altura, loma, secca e arida per cui dai miliziani venne subito chiamata Monte Pelato. I franchisti che senza dubbio avevano saputo di questo presidio interamente di antifascisti italiani, certamente per fare cosa grata a Mussolini e ai suoi attaccarono in forza con due cannoni, mitragliatrici, autoblinde, i 130 nostri che componevano quel primo scaglione. Attaccarono a diverse riprese, incominciando la mattina presto; sempre respinti finirono per ritirarsi verso Huesca nel pomeriggio, con forti perdite. Anche le nostre furono gravi. Fra essi i compagni Fosco Falaschi, Vincenzo Perrone, Michele Centrone, il giellista Zuddas; il repubblicano Mario Angeloni – comandante militare dello scaglione. Ferito, fra i tanti, anche Carlo Rosselli.

Fu certamente per la profonda eco che incominciò ad avere nel mondo questo intervento antifascista italiano, con la battaglia di Monte Pelato – che ebbe vasta risonanza in tutta la stampa europea – con lo slogan di Carlo Rosselli, e di noi volontari… “Oggi in Spagna, domani in Italia”… che i partiti comunista, socialista, il loro “comitato d’unità d’azione” riesaminarono la situazione e decisero che infine i loro partiti sarebbero intervenuti. Si era arrivati intanto alla fine di settembre ed erano passati oltre due mesi quando loro, per calcolo politico, capirono che non potevano lasciare il merito di aver affrontato il fascismo internazionale in una guerra provocata, ai soli anarchici, giellisti e repubblicani.

I partiti comunista, socialista e repubblicano firmavano a Parigi il 27 ottobre 1936 – cioè dopo tre mesi dal sollevamento franchista, l’atto costitutivo di quello che in quella sede fu chiamata “Legione” ma che in Spagna, sul posto fu inizialmente un modesto battaglione che venne chiamato “battaglione Garibaldi” e che per essere battaglione, averne la forza, era composto, integrato da due quinti di miliziani spagnoli. Entrò in azione la prima volta il 12 novembre alla Manarosa.

Dove Vidali sbalordì e passò la misura fu quando precisò con cifre l’armamento russo che sarebbe stato inviato ai repubblicani spagnoli nei quasi tre anni di guerra. Disse che i russi inviarono 500 mila fucili – 30-40 mila mitragliatrici – 1.000 carri armati – 1.000 aeroplani con circa due mila aviatori russi. Oltre a 300 navi mercantili che portarono tutto questo materiale e dei viveri, vettovagliamento vario. Si restò allibiti ascoltando precisazioni del genere. Con tanto materiale da guerra, viveri per la popolazione – affamata dopo pochi mesi di guerra -; anche con l’invio diluito nella durata della guerra, Franco e il falangismo, coi volontari fascisti e nazisti sarebbero stati facilmente sconfitti. Aggiunse anche che il famoso – i comunisti sono artisti nel mitizzare – Quinto Reggimento, del comandante Carlos, quindi di lui, comandato anche da lui naturalmente, era arrivato a un effettivo di 110 mila componenti. Non si capisce proprio come sia stata possibile una esagerazione del genere, impossibile da tutti punti di vista.

Che sono balle lo dimostrano tanti fatti che, se non fosse troppo lungo, si potrebbe illustrare di seguito – ci riserviamo di farlo se necessario. Ci accontentiamo di segnalare solo che una prova chiara è quella che dopo che fallirono gli attentati franchisti per conquistare Madrid nel novembre 1936 – ai primi del mese e dopo, all’inizio del 1937, furono in maggio di quell’anno mandate, in funzione antianarchica sul fronte di Aragona la brigata Garibaldi ed altre brigate internazionali e spagnole, per farvi una offensiva che dimostrasse che gli anarchici, le loro formazioni che dal luglio 1936 erano inchiodate dai franchisti nelle loro posizioni iniziali erano dei poltroni – Vidali ripetè la storiella che di notte i miliziani anarchici sguarnivano il fronte per andare a dormire con le loro donne, cosa assolutamente falsa, ridicola (Randolfo Pacciardi nel suo libro sul Battaglione Garibaldi si accontenta di scrivere che gli anarchici abbandonavano il fronte per l’ora del mezzogiorno e andare a mangiare). Di fronte a due affermazioni del genere anche il meno sprovveduto, se non altro, si potrebbe e dovrebbe domandare cosa ci facevano in faccia a quei “vuoti” le truppe franchiste, che pur favorite da tutto il mondo reazionario, finirono per vincere quella guerra dopo circa tre anni.

Queste formazioni internazionali e spagnole (comandante di una di queste era il famigerato generale Lister che si esercitò in episodi odiosi contro le collettività campesine dell’Aragona) si mossero da Madrid accompagnate da tutto il loro armamento, la solita ventina (altro che, i mille di Vidali!) di carri armati, le solite due squadriglie di apparecchi russi (idem!), le loro batterie di artiglieria, a metà maggio 1937. Stazionarono, in attesa di questa progettata offensiva, nei dintorni di Caspe in provincia di Teruel e in quella parte della provincia di Saragozza in mano ai repubblicani.

Ebbi l’occasione di andare sul posto inviatovi dal capitano Libero Battistelli avvocato, bolognese – che era stato comandante di una batteria di artiglieria nell’Ascaso. Era di “Giustizia e Libertà” e aveva buonissimi rapporti con gli anarchici. Nella Brigata Garibaldi comandava uno dei tre Battaglioni. Mi fece conoscere a Caspe i compagni Giorgio Braccialarghe vice-comandante della “Garibaldi”, il compagno Ortega (anconitano malgrado il nome spagnolo), Nardo Borghi – il figlio di Armando; e altri di cui non ricordo bene i nomi. Ricordo bene però che era il 30 maggio 1937, dato che era il mio compleanno.

L’attacco, l’offensiva della Garibaldi e altre brigate internazionali e spagnole mirava allo sfondamento e sfaldamento del fronte Aragonese nel settore di Huesca e a provare, ripeto, che gli anarchici erano dei disorganizzati, inetti, incapaci d’ardire. Incominciò il 12 giugno e fu disastrosa per il formidabile sbarramento e fuoco franchista a causa di che la brigata Garibaldi e le altre impegnate non fecero un solo passo in avanti; e dovettero retrocedere con gravi perdite dopo reiterati inutili attacchi. In quell’offensiva morì anche l’avv. Battistelli, i compagni Rivoluzio Giglioli, Armando Vecchietti, Mario Marotti ed altri che non riesco a ricordare. Infatti alla “Garibaldi” vi erano anche parecchi compagni italiani. Da non dimenticare inoltre che tre quinti dei suoi componenti erano miliziani spagnoli, ed egualmente, parecchi di loro compagni della FAI-CNT.

La speculazione politica contro i miliziani e le formazioni anarchiche, architettate dalle gerarchie staliniste oramai imperanti su tutta la Spagna repubblicana terminava così in un disastroso bagno di sangue. Né allora, né poi sino alla fine della guerra all’inizio del 1939, furono intaccate, sfondate le guarnite e fortemente armate posizioni franchiste di tutto il fronte d’Aragona. A parte l’altro tragico episodio della presa di Teruel da parte dei repubblicani, nel 1938 – solo per poco tempo, riconquistato poi dai franchisti – in cui furono impiegate le solite armi che seguivano i miliziani delle formazioni comuniste o piuttosto comandate da loro, le solite batterie d’artiglieria, i soliti 15-20 carri armati di fornitura russa, le solite due squadriglie di aeroplani e che fu un previsto orribile massacro di miliziani, voluto per il prestigio degli oramai imperanti dappertutto generali e strateghi stalinisti. Siamo sempre ben lontani dai mille carri armati, mille aeroplani, cui parla Vidali nell’intervista. Sono sempre i soliti 20 carri armati, le solite due squadriglie di aerei russi, che le varie formazioni comandate o fortemente influenzate dai comunisti si portano dietro attraverso i vari fronti. E di cui rimpiazzano volta a volta quelli distrutti o danneggiati. È soprattutto a questo modo che i comunisti si sono fatti la loro propaganda presso il popolo spagnolo.

Del resto nessuno di noi ha dimenticato che nel 1936 e negli anni che seguirono fino allo scoppio della guerra mondiale eravamo in pieno parossismo e follia stalinista e che Stalin non avrebbe mai tollerato che in Europa e nel mondo si fosse creato un nuovo mito rivoluzionario. Quindi non ci ha sorpreso sentire Vidali addirittura scandalizzato che allo slogan dei comunisti “vincere la guerra” gli anarchici rispondessero con quello di “guerra e rivoluzione”. In ogni modo, nel caso, la Russia mandò in Spagna non i mille carri armati, i mille aeroplani, 500 mila fucili, le 30-40 mila (!) mitragliatrici; ma armi largamente e nettamente insufficienti per fare quella guerra e cercare di vincerla- e lo sapeva bene! – come quelli di noi che erano sul posto compresero presto alla luce degli avvenimenti – ma abbastanza per potere speculare, propagandare, dire che era solo la Russia ad aiutare la Spagna repubblicana.

Quanto sopra, pur tanto generica e modesta voce, di fronte alla risonanza di una intervista televisiva vuole essere un incitamento ai compagni un incoraggiamento a cercare di conoscere gli avvenimenti spagnoli di quel doloroso periodo per non dimenticarne la lezione.

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