A rivista anarchica n72 Marzo 1979 Strage di Piazza Fontana. Sentenza all’italiana di P.F.

Pochi, a parte naturalmente i protagonisti di quel tragico evento, le vittime ed i loro cari, hanno vissuto le conseguenze della strage di Piazza Fontana a Milano con la stessa intensa partecipazione con la quale l’abbiamo vissuta noi. Alcuni dei compagni/e dell’attuale collettivo redazionale di “A” erano all’epoca tra gli animatori di quel circolo “Ponte della Ghisolfa” – l’unica sede anarchica allora Milano – improvvisamente balzato, sull’onda dell’improvviso interessato clamore intorno agli anarchici, agli “onori” della cronaca giornalistica. Alcuni di noi furono tra i fermati quella stessa sera del 12 dicembre 1969. Uno di noi, un compagno del nostro gruppo, Giuseppe Pinelli, è stato assassinato in questura tre giorni dopo. E all’indomani, quando ancora nessuno si sbilanciava e nella “migliore” delle ipotesi si accennava vagamente all’oscura morte del ferroviere anarchico Pinelli, fummo noi a convocare la stampa nel nostro circolo per denunciare – primi in Italia – che la strage era di Stato e che Pinelli era stato assassinato dalla polizia. Così come fummo noi a (quasi) imporre il carattere “politico”, marcatamente anarchico, dei funerali del nostro compagno, trasformandoli così da semplice mesta cerimonia d’addio a precisa dimostrazione di vitalità del nostro movimento.

Con il passare dei giorni, poi delle settimane e dei mesi, la partecipazione alle vicende conseguenti alla strage di Stato si è fatta sempre più vasta e diversificata. Le verità da noi gridate già il 16 dicembre ’69 (“Valpreda è innocente, la strage è di Stato, Pinelli è stato assassinato”) sono state riprese da altre forze, prime limitatamente all’ambito della sinistra “rivoluzionaria”, poi sono dilagate perfino nella sinistra parlamentare, sempre più stemperandosi e perdendo qualsiasi connotazione “sovversiva”. Le grandi manifestazioni “unitarie” della sinistra milanese di fine gennaio 1970 testimoniano del raggiungimento di un vasto “fronte della verità” sulla strage di Stato, estremamente composito. Iniziavano così le manovre e le speculazioni politiche sull’affaire strage di Stato. A mano a mano che si consolidava questo “fronte” e conseguentemente si radicava nell’opinione pubblica la convinzione dell’innocenza degli anarchici incarcerati, queste manovre e speculazioni si intensificavano, convincendoci dell’inutilità di cercare di condizionare un panorama politico generale sempre più vasto e sempre più saldamente controllato dai riformisti. Basti qui ricordare che nel dicembre ’72, quando si discuteva sui giornali della possibilità che Valpreda potesse essere liberato grazie ad una legge appositamente creata, anche il Corriere della sera si schierò “dalla parte degli anarchici”: segno evidente che la parola d’ordine “Valpreda è innocente” non aveva più un significato ed una carica anti-istituzionale.

Le responsabilità dei servizi segreti e soprattutto dell’apparato statale nella progettazione e nell’esecuzione di quella orribile strage emergevano sempre più. I fascisti, era chiaro, si erano “prestati” come esecutori materiali, ma il cervello della strage era ben più in alto. Era quello che avevamo denunciato fin dall’inizio, fra il silenzio, la derisione, la calunnia ed anche la persecuzione. Lo avevamo ripetuto tante volte anche su questa rivista, fondata agli inizi del ’71 (ma “in ballo” da tanto tempo) non a caso al circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. Scorrendo le prime tre annate della rivista si ha una chiara idea dell’impegno messo nella “contro-informazione”: su queste colonne, per esempio, è stato smascherato per la prima volta il ruolo provocatorio del movimento neo-fascista M.A.R., operante in Valtellina – quello di Fumagalli, per intenderci. Eppure si ha la netta sensazione, anche solo scorrendo gli indici dei vari numeri, che questo impegno si è col tempo un po’ alla volta affievolito.

Non è stata tanto la stanchezza di dover ripetere, spesso con la sensazione di non essere nemmeno presi in considerazione, le stesse cose, le stesse accuse, ecc., quanto la chiara coscienza che ormai la partita si giocava su ben altri terreni. Nonostante la “passione” personale ci abbia fatto seguire sempre con la massima attenzione tutte le fasi della vicenda, abbiamo ritenuto opportuno “distaccarci” progressivamente da quei fatti. Non abbiamo mai voluto fare solo dell’innocentismo, né abbiamo voluto prestarci alle manovre della sinistra riformista, gettandosi a pesce sulla questione.

Ora che il tribunale di Catanzaro ha emesso la sentenza, non abbiamo niente da aggiungere a quanto abbiamo già scritto in occasione dei numerosi momenti “clamorosi” di questa tormentata vicenda giudiziaria. Si è voluto fino all’ultimo confondere sul banco degli accusati fascisti ed anarchici, e ciò ci fa rivoltare lo stomaco. Ma soprattutto, come prevedevamo, si è “cercato” (si fa per dire) di far luce solo sugli esecutori materiali, non sugli ispiratori, organizzatori, finanziatori, ecc.. Non ce ne meravigliamo. Alla “giustizia” di Stato non abbiamo mai dato credito né ad essa ci siamo mai rivolti per “conoscere la verità”. Non siamo mai stati tanto stupidi da credere che lo Stato giungesse a smascherare se stesso. La sentenza di Catanzaro, se ce n’era bisogno, ne è per noi un’ulteriore conferma.

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