A rivista anarchica n74 Maggio 1979 Tempi Negri. L’avvocato Francesco Piscopo su processone che si sta montando in queste settimane contro Negri, Scalzone, Ferrari-Bravo e gli altri esponenti dell’Autonomia a cura della Redazione

La prima cosa che ci tengo a precisare è che non si tratta del “caso Negri”, ma delle vicende di tutti i compagni che sono stati arrestati e più in generale di tutti i compagni che lottano alla sinistra del P.C.I., ponendosi fuori e contro il quadro istituzionale – l’avvocato Francesco Piscopo, marxista-leninista, da anni protagonista con molti altri legali dei principali processi politici che hanno colpito la sinistra rivoluzionaria, risponde subito con questa precisazione alla domanda sul significato del processone che si sta montando in queste settimane contro Negri, Scalzone, Ferrari-Bravo e gli altri esponenti dell’Autonomia, del cui collegio di difesa Piscopo fa parte. È indispensabile che i compagni tutti capiscano che non è in gioco la testa di Negri e basta: oggi è in corso un attacco violento, che vuole addirittura porsi come decisivo, non solo contro le forze alla sinistra del P.C.I., ma anche contro tutte le forze sociali che non accettano la politica dei sacrifici e che comunque non accettano di farsene carico. Più in generale, l’attacco in corso contro il movimento vuole impedire che si saldino sempre più stretti rapporti tra le forze politiche rivoluzionarie ed i nuovi settori sociali emergenti.

Piscopo mette in risalto l’importanza fondamentale che l’operazione politico-giudiziaria in corso riveste per tutte le forze rivoluzionarie: non si tratta di gridare “Giù le mani dall’Autonomia” o “L’Autonomia non si tocca”, si tratta di cogliere il significato complessivo dei fatti che stanno succedendo. Se fosse considerata in sé, osserva l’avvocato, questa operazione non potrebbe che essere considerata tanto stupida quanto brutale: si tratta però di coglierne il significato più generale, e allora si vedrà che anche questa stupidità e questa brutalità sono funzionali ad un preciso disegno del potere. Tutto sommato questa operazione ha una sua ingegnosità ed il fatto che il tutto sia partito da imputazioni di tipo ideologico dimostra il “salto” di pericolosità di fronte al quale ci troviamo: basta che ti trovino in casa un volantino del ’71 incitante alla lotta di strada con l’uso di molotov e ti appioppano (come hanno fatto con Tony Negri) il reato di insurrezione armata contro lo Stato: pena prevista, l’ergastolo. Se il potere poi verifica che anche di fronte a procedimenti di questo tipo non si realizza un’ampia solidarietà e mobilitazione del movimento, allora si sente la vittoria in tasca, con tutte le conseguenze che ne derivano.

A condurre tutta la prima fase istruttoria è stato il giudice padovano Calogero, notoriamente vicino al P.C.I. e generalmente etichettato come “giudice democratico”. Che cosa ne pensa Piscopo? Una delle conseguenze del “caso Negri” – risponde – è quella che tutti sono ormai costretti a fare i conti con espressioni ormai svuotate di ogni significato come appunto quella di “democratico” applicate a certi giudici. I giudici “democratici”, legati perlopiù al P.C.I., sono infatti oggi l’elemento di punta dell’attacco di stampo reazionario contro tutto quello che si muove nel paese quale viene portato avanti dalla sinistra riformista in generale. Rendiamoci conto che il P.C.I., ottenuta per sé – tramite la lottizzazione – una fetta della magistratura, si serve di giudici appunto come Calogero, ma anche come Catalanotti e altri, per attaccare i suoi avversari principali. E lo fa tanto più efficacemente dal momento che questi giudici, che in qualche maniera conoscono meglio la sinistra rivoluzionaria dei giudici “tradizionali”, sanno muoversi assai più a loro agio. Di fronte a questo nemico sempre più agguerrito e deciso, Piscopo non nasconde la sua preoccupazione: se noi non vinceremo questo tipo di battaglia, andremo incontro tutti ad un lungo periodo di difficoltà. Sia ben chiaro che vincere la battaglia non può significare solo tirar fuori i compagni dalle galere, anche perché questi compagni non potremo tirarli fuori che quando avremo saputo costruire un grande schieramento su una serie di contenuti che possano aggregare un grande numero di forze.

Per ora, l’impressione che si è ricavata dall’insieme delle reazioni successive all’operazione repressiva è che la risposta del “movimento”, e soprattutto quella degli autonomi, sia stata decisamente inferiore a quella che molti si sarebbero aspettati. Piscopo concorda con questa valutazione e insiste soprattutto sulla necessità di impostare un lavoro di lunga durata per riorganizzare l’opposizione rivoluzionaria, per ripartire all’attacco senza alcun cedimento a illusioni lottarmatiste: naturalmente Piscopo sostiene in proposito la necessità dell’esistenza di un’avanguardia che sappia costruire un rapporto corretto con le masse, ecc. ecc..

Da ultimo, Piscopo critica l’impostazione innocentistica da molti data alle mobilitazioni in corso per i compagni arrestati. Dobbiamo renderci conto che i compagni non sono innocenti: i compagni sono tutti colpevoli, nel senso che sostenendo la necessità di una lotta continua e radicale per il cambiamento della società sono di fatto tutti sovversivi. Bisogna vincere queste incertezze di tipo innocentistico, anche se evidentemente è stato in parte il potere a costringerci su simili posizioni accusando addirittura Negri per la strage di via Fani ed il rapimento Moro. Sta a noi ribaltare questa impostazione, allargando il discorso per far comprendere a tutti che il “caso Negri” deve essere il caso di tutti i rivoluzionari, perché tutti – in quanto sovversivi – potremmo essere al suo posto.

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