A rivista anarchica n79 Dicembre 1979 Gennaio 1980 Parlando con Valpreda Intervista a cura di E. Z.

Pietro, dieci anni dopo. Un quotidiano milanese ti definì allora “il mostro che ci ha fatto piangere”. Questa etichetta ha sicuramente condizionato la tua vita sino ad oggi. In che modo?

Ho sempre cercato di non lasciarmi coinvolgere in questo “gioco”, anche se macabro, del sistema. Malgrado i momenti duri, di disperazione, di angoscia, che ho avuto in carcere, riguardo alle infamie che si scrissero su di me (la definizione di mostro forse non è la peggiore), ho avuto la forza di respingerle, erano falsità, per cui non potevano toccarmi. Se non avessi respinto tutto ciò, se mi fossi fatto coinvolgere, sarei sicuramente impazzito, molti sono finiti in ospedale psichiatrico per molto meno di quanto si disse su di me. Per quanto riguarda la strumentalizzazione a fini politici del “mostro” mi sembra che dopo dieci anni quella che era stata una presa di coscienza di un certo giornalismo, intesa come rifiuto delle veline, ricerca della notizia dimostrabile, critica delle verità dettate dal potere ecc., sia in gran parte… rientrata. Ed anch’io sono rientrato, nel senso che oggi, nel quartiere Garibaldi dove abito da anni, nessuno si ricorda del mostro, per gli abitanti non sono più nemmeno il Valpreda ma solo Pietro.

Per quanto riguarda i giornali vi sarebbe da fare una precisazione storica: casi come il mio e quello di Pinelli non sono una novità (dal lontano caso Frezza), ogni volta sono state usate le stesse modalità da parte della polizia e gli stessi aggettivi da parte della stampa. Perciò i giornalisti avevano il diritto ed il dovere di essere documentati, per non doversi rifugiare nello stupore ingenuo di chi non immaginava o supponeva che il potere potesse mentire fino a tal punto.

In tutto questo tempo sei stato, per forza, a stretto contatto con tutti i meccanismi che servono alla difesa, affermazione, perpetuazione del potere: polizia, carcere, magistratura, mass-media, istituzioni in genere. Alcune tue scelte, che implicavano l’accettazione delle cosidette regole del gioco democratico, hanno fatto scalpore. Non pensi di essere stato più volte in pesante contraddizione con le tue idee anarchiche? Sei ancora un “nemico dello stato”?

Credo che in questa domanda sia esplicito che la contraddizione più palese fu la mia candidatura nelle liste del “Manifesto”. Malgrado i miei errori, che furono diversi, non vedo grandi contraddizioni in quel mio modo di agire. Anarchici che furono presentati nelle candidature di protesta non sono una novità: quando concordai con il “Manifesto” la mia presentazione nelle liste elettorali, chiesi che vi fossero altri detenuti politici e anche oggi credo che dal punto di vista anarchico sarebbe stato meglio se fossi uscito per il voto dei compagni che non per una legge voluta dal potere.

Chiedermi se sono un nemico dello stato, non so come prendere questa domanda, se come offesa o come ingenuità, rispondere “sì” sarebbe poco, diciamo che se prima della mia carcerazione il mio odio era ideologico, politico, oggi è qualcosa di molto più profondo, radicato… e fermiamoci a questo punto.

Dieci anni di esperienze, forse non tutte spiacevoli. Cosa ne hai ricavato?

Dopo la mia scarcerazione vi sono stati momenti felici, esperienze piacevoli ed anche il verificarsi di situazioni stuzzicanti per la vanità ecc. ecc.. Superato il momento del primo impatto negativo, anche le esperienze spiacevoli hanno contribuito all’aumento delle mie conoscenze, all’arricchimento del mio io. Guardando indietro, però, ai giorni disperati dell’isolamento, ai tre lunghi anni di detenzione, non vorrei più rifare una simile esperienza, nemmeno se la quantità di ciò che ho avuto di buono fosse stata di mille volte superiore.

Quando, nella primavera del ’72, Valpreda accettò l’offerta fattagli di candidarsi nelle liste del Manifesto, il movimento anarchico nel suo insieme criticò quella sua scelta. Le tre componenti organizzate allora esistenti (FAI, GIA, e GAF) emisero un comunicato congiunto nel quale si riaffermavano le ragioni dell’antiparlamentarismo e dell’astensionismo anarchico. Certo, Valpreda era dentro da ormai due anni e mezzo, accusato ingiustamente di reati per i quali la condanna all’ergastolo è scontata, e nessuno poteva negargli il diritto di fare le sue scelte, anche le più incoerenti, pur di uscire dal carcere: ma avrebbe dovuto compierle con chiarezza, cosciente dell’incoerenza alla quale andava incontro, e trascinando inevitabilmente un po’ dell’immagine del movimento anarchico (alla sua tanto strettamente collegata agli occhi dell’opinione pubblica, in quegli anni di intensa campagna sulla strage di Stato). Invece Valpreda accettò di essere il candidato anarchico nelle liste del Manifesto, permettendo una sua strumentalizzazione a tutto vantaggio della sinistra marxista e a detrimento del movimento anarchico – che nel momento in cui si impegnava in una nuova campagna astensionista ritrovava il suo esponente allora più “in vista” dall’altra parte… dell’urna.

Sette anni dopo Valpreda conferma la validità della sua scelta. E noi, che già nel maggio ’72 (“A” 12) affrontammo a fondo la questione (prendendo in esame anche quelle candidature-protesta cui accenna Valpreda), non vogliamo ripetere qui le ragioni del nostro totale dissenso. Una sola osservazione ci preme fare.

Valpreda afferma che avrebbe preferito uscire grazie ai voti dei compagni piuttosto che con una legge dello Stato. Sembra così non rendersi conto che la legge Valpreda (fatta apposta per farlo uscire) fu sì “concessa” dallo Stato, ma fu anche l’effetto (nemmeno tanto indiretto) della pressione dell’opinione pubblica che finalmente, dopo tre anni di mobilitazione (inizialmente promossa solo da quei farneticanti del circolo Ponte della Ghisolfa di Milano e da pochi altri gruppi), si riconosceva nella tesi innocentista. Quella legge fu dunque anche il frutto di una nostra lotta.

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