A rivista anarchica n83 Maggio 1980 Una retata antianarchica di Paolo Finzi

Nel corso di un’operazione poliziesca realizzata dagli uomini del DIGOS bolognese tra il 23 ed il 26 marzo scorsi, (mentre il numero di aprile di “A” era già in stampa), 19 persone – quasi tutti militanti anarchici – sono state fermate a Catania, Forlì, Imola e Bologna. Sette sono state nel frattempo rilasciate. Restano attualmente in carcere 12 compagni/e anarchici; Alfredo Maria Bonanno, Carmelina Di Marco, Salvo Marletta, Saro Messina, Paolo Ruberto e Jean Weir (arrestati a Catania); Patrizia Casamenti, Massimo Gaspari e Franco Lombardi (Forlì); Riccardo Fabbricat (Imola); Erik Mc Burgon e Sandro Vandini (Bologna). Non si è ancora riusciti a sapere con esattezza di quali reati siano sospettati: sembra comunque che tutti vengano accusati di associazione sovversiva e di partecipazione a banda armata. Marletta, la Weir e forse Bonanno sono accusati di essere gli autori di sei rapine contro altrettanti studi notarili bolognesi. Vandini, nella cui abitazione sono stati trovati cinque bossoli, è stato processato per direttissima il 9 aprile e condannato a 7 mesi. Gaspari, nella cui abitazione è stato trovato dell’esplosivo, è stato condannato il 22 aprile a 4 anni e 10 mesi.

Gran parte dei compagni arrestati sono tra i promotori ed i collaboratori della rivista Anarchismo, fondata a Catania nel ’75 e due anni dopo trasferitasi in Emilia-Romagna (prima a Bologna, poi a Forlì). Bonanno, Vandini e Lombardi ne sono stati i tre successivi recapiti postali; Lombardi ne è attualmente anche il responsabile legale. Sempre a Catania, invece, sono curate le Edizioni della rivista Anarchismo, che hanno pubblicato in questi anni decine di libri ed opuscoli, sia nel filone dei “classici” del pensiero libertario sia d’attualità e di lotta. La rivista Anarchismo si è occupata con particolare attenzione delle lotte nelle carceri, della repressione poliziesco-militare (soprattutto al Sud), della lotta armata in Italia e all’estero, ecc.. La sua opera di controinformazione e di agitazione non poteva non disturbare i piani di pacificazione nazionale e di tregua sociale del regime: arrestandone redattori e collaboratori si vuole mettere a tacere una voce scomoda, irriducibilmente d’opposizione. Contro questa operazione anti-anarchica il nostro movimento si è schierato compatto già all’indomani degli arresti, nel corso di un’affollata quanto improvvisata riunione nazionale tenutasi a Bologna il 28 marzo.

Solo qualche anno fa una simile retata anti-anarchica sarebbe stata inconcepibile, e in ogni caso avrebbe suscitato reazioni, perplessità e proteste ben al di fuori degli ambienti anarchici. Quando era ancora fresco il ricordo della campagna di controinformazione sulla “strage di Stato”, quando le istituzioni pagavano ancora lo scotto della dissennata provocazione anti-anarchica del dicembre ’69, una simile operazione poliziesca si sarebbe subito ritorta contro i persecutori. Ma da allora ad oggi, ben più di tre o quattro anni sembrano esser trascorsi. Tutta la situazione generale è cambiata. In peggio.

In questi ultimi anni lo Stato è riuscito a riacquistare gran parte della credibilità che aveva perso nei primi anni ’70, ed è proprio tra gli sfruttati che – grazie all’efficace mediazione della sinistra storica e del sindacato – le istituzioni sembrano trovare il consenso più attivo. I mass-media, compatti, all’unisono, in difesa di questo Stato: al di là delle ventate scandalistiche che loro stessi provocano e gestiscono per interessi di parte, sono tutti schierati con l’establishment su tutte le questioni essenziali. Misure illiberali e antidemocratiche, quali il fermo di polizia, i rastrellamenti di caseggiato, la carcerazione preventiva fino a 12 anni, sono state varate in un batter d’occhio quasi all’unanimità. E pensare che da oltre un trentennio la D.C. e le altre forze moderate cercavano invano di farle passare!

Nelle scuole e nelle universit quasi tutte le “conquiste” del ’68, dall’agibilità politica all’apertura all’esterno, sono già state relegate nel campo dei bei ricordi. Nelle fabbriche la spinta all’egualitarismo, di cui si erano dovuti far carico almeno in parte le stesse confederazioni sindacali, è stata fatta rientrare per dare concretezza al rilancio della professionalit e della produttività. Perfino i fascisti hanno ripreso ad uscire allo scoperto, con il loro armamentario tradizionale, mentre certe loro parole d’ordine tradizionali (come la richiesta della pena di morte) trovano sempre più ampi consensi presso un’opinione pubblica sconcertata e manipolata.

Quel che è più grave, e che più ci preoccupa, è che questa generale involuzione è avvenuta e continua non solo nel più diffuso disinteresse, quanto addirittura tra il crescente consenso della gente verso le istituzioni. Numerosi fatti interni ed anche internazionali contribuiscono a formare questo quadro: dalla crisi energetica al rinnovato clima da guerra fredda, dal rifiuto della “politica” intesa come attiva militanza alla caduta di tanti miti “rivoluzionari”. Fatto si è che oggigiorno la conflittualità sociale, pur mai sopita, viene più facilmente che in passato ingabbiata in pratiche legalitarie ed istituzionali che ne smorzano in partenza le potenziali valenze sovversive, anti-istituzionali.

La chiara coscienza che la violenza istituzionale dello Stato è incommensurabilmente superiore a quella espressa dalle organizzazioni clandestine non può esimerci dall’analizzare con lucidità gli effetti che la lotta armata provoca. È questa una riflessione che da tempo stiamo portando avanti: la carica destabilizzante che le prime azioni di lotta armata avevano in sé, per il loro valore simbolico (innanzitutto di rifiuto dello status quo e delle mediazioni legalitarie), si è andata esaurendo parallelamente al presunto elevarsi del “livello di scontro”. Al di là dell’analisi di ogni singola azione, al di là delle stesse motivazioni iniziali di molti lottarmatisti, un dato ci pare di dover cogliere a ormai molti anni dall’inizio della lotta armata: la crescente funzionalità al potere del fenomeno terroristico nel suo insieme. Non si tratta di fare di ogni erba un fascio, né di sopravvalutare il ruolo negativo della lotta armata, attribuendole responsabilit che vanno ricercate altrove.

Che, per esempio, lo Stato – già da molto prima dell’inizio della lotta armata – evolvesse verso quel modello di “totalitarismo morbido” che ci piace condensare nell’immagine del 1984 descritto con tanta lucidità da George Orwell, lo abbiamo sostenuto fin dai primi numeri di “A”. In polemica con chi fantasticava allora i probabili golpe reazionari, rispondevamo che il vero quotidiano golpe era quello che si realizzava con l’entrata della sinistra nell’area di governo, con il cosiddetto decentramento del potere, con l’ascesa al potere della nuova classe tecnoburocratica. In parole povere, con l’estendersi del controllo statale sulla società.

La lotta armata, sviluppatasi inizialmente anche come reazione a questa situazione “bloccata” e al suo progredire controrivoluzionario, a mano a amano che si è fatta sempre più simile ad una vera guerra tra eserciti “regolari”, ha finito con il favorire la realizzazione dei disegni del potere.

E ciò non tanto per il giro di vite repressivo che ha provocato, quanto perché ha favorito la crescita del consenso intorno alle istituzioni. Grazie al controllo e all’uso razionale dei mass-media, infatti, ma anche grazie alla spettacolare violenza di cui le organizzazioni clandestine fanno sfoggio non solo verbale, il potere può più facilmente presentarsi come l’unico possibile garante della convivenza sociale. Tramite la solita equazione “rivoluzionario=terrorista”, che il quotidiano susseguirsi di gambizzazioni, ferimenti, assassinii non fa che rendere più credibile alla gente, lo Stato (che pure esercita quotidianamente una violenza mille volte superiore) può permettersi di criminalizzare tutta l’area del dissenso e di estendere il suo controllo sulla società, senza incontrare troppe reazioni.

Le gravi contraddizioni del sistema economico, l’aumento vertiginoso del costo della vita, le ingiustizie sociali di ogni tipo, la disoccupazione giovanile, tutto viene fatto passare in seconda linea per dar spazio al fenomeno terroristico, al suo quotidiano sapiente uso da parte dei mass-media. La vera conflittualità sociale, lo scontro di classe reale, ben più difficilmente utilizzabili dai mass-media, faticano ad esprimersi in questo contesto, che è sempre più estraneo ed antagonista all’impegno in prima persona, all’autogestione delle lotte. Sono momenti difficili, i nostri, che esigono, oltre al solito ottimismo della volontà, almeno la lucidità della ragione.

Farneticare di uno scontro generale di classe che sarebbe giunto alla sua fase risolutiva, illudersi che il mitico proletariato sia all’attacco, dedurne che l’unica soluzione sia quella di tapparsi in nella clandestinità armata, significa lasciare campo aperto al potere, e soprattutto alle sue componenti “progressiste”, nella realizzazione del suo progetto.

Più volte, negli ultimi tempi, abbiamo avuto modo di approfondire queste nostre considerazioni, aprendo anche le pagine di “A” ad interventi critici con questa nostra analisi. Con i compagni di Anarchismo, in particolare, abbiamo verificato profonde differenze sulle forme e sui metodi della lotta anarchica, giungendo anche alla polemica pubblica: niente di straordinario in un movimento come il nostro, che da sempre ha nel pluralismo uno dei suoi tratti essenziali. Non abbiamo niente da nascondere: il mito dell’omogeneità assoluta e la pratica della menzogna non sono mai stati appannaggio del nostro movimento.

Con altrettanta chiarezza vogliamo ricordare ai signori della repressione e della criminalizzazione che di fronte al tentativo di mettere a tacere una rivista anarchica, arrestandone redattori e collaboratori, tutto il movimento anarchico è unito e solidale. La liberazione dei compagni di Anarchismo è un impegno di lotta che coinvolge tutto il nostro movimento, perché il loro arresto ci colpisce tutti.

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