A rivista anarchica n84 Giugno Luglio 1980 Quel diavolo di avvocato. Arrestato l’avvocato anarchico Gabriele Fuga di Paolo Finzi

Il 30 aprile gli hanno perquisito l’abitazione e lo studio legale, rovistando per ben undici ore tra tutti i suoi fascicoli, le sue carte, gli incartamenti relativi alle centinaia di procedimenti grossi e piccoli di cui si stava occupando. Poi, con un mandato di accompagnamento, lo hanno portato a Firenze, dove è stato a lungo interrogato dai magistrati fiorentini responsabili della repressione antiterroristica. Nella tarda serata del 1° maggio, al termine dell’interrogatorio, gli hanno notificato un mandato di cattura e l’hanno spedito in carcere. Così Gabriele Fuga, anarchico, attivissimo avvocato, si trova da un mese detenuto a San Vittore, accusato di favoreggiamento e di altri reati connessi con il “terrorismo”.

Pochi giorni prima, due mandati di cattura erano stati spiccati contro altri due legali di estrema sinistra: Edoardo Arnaldi a Genova e Sergio Spazzali a Milano. Il primo aveva preferito suicidarsi, piuttosto che finire in quelle carceri speciali che a lui – anziano, ammalato, stanco – avrebbero riservato un trattamento davvero insostenibile. Spazzali, invece, dopo la consueta perquisizione, era finito dentro. Invitato a nominarsi un avvocato, aveva subito scelto Fuga.

Nemmeno tre settimane dopo l’arresto di Fuga, è la volta di Rocco Ventre, altro attivissimo avvocato, arrestato a Roma perché, secondo la confessione di uno dei tanti brigatisti pentiti, gli avrebbe consigliato di stare all’occhio, perché il suo telefono gli risultava essere controllato. Le motivazioni addotte per togliere dalla circolazione Rocco Ventre sono talmente futili e presuntuose da scatenare la quasi-compatta protesta degli avvocati romani, che hanno dato vita ad un clamoroso sciopero di protesta non privo di motivazioni bassamente corporative, ma non per questo meno significativo. Negli anni ’70, tra l’altro, Ventre aveva difeso numerosi compagni anarchici (tra i quali, Giovanni Marini) e si era impegnato attivamente nella campagna politico-giudiziaria sulla “strage di Stato”.

In relazione a questi fatti, si è parlato giustamente di un attacco generalizzato al diritto alla difesa da parte della Magistratura e dello Stato. E in effetti, quel diritto alla difesa, trasformato addirittura in un dovere (al punto da imporre ai brigatisti che rigettavano il difensore di averne comunque uno, al limite d’ufficio), è sempre più calpestato. Non da oggi però. Si pensi, per esempio, alla disposizione emanata da tempo dal Ministero dell’Interno che obbliga tutti i magistrati a trasmettergli tutti gli incartamenti relativi a procedimenti giudiziari ancora in corso, compresi – s’intende – tutti gli atti relativi alla difesa degli imputati. Né si scordi che le perquisizioni agli studi legali non sono iniziate adesso, ma risalgono già a qualche anno fa, con quella allo studio del legale di sinistra milanese Cappelli. Tutte le volte che un fermato è invitato a nominarsi un difensore, poi, gli si fa sempre presente l’opportunità (per lui) di non richiedere la presenza di avvocati “sgraditi” alla magistratura, pena un inevitabile aggravamento della sua posizione legale: a questo punto, chi nomina ugualmente un avvocato compagno viene subito considerato un sovversivo impenitente, uno che probabilmente si considera un prigioniero politico, e come tale va trattato. Al fondo, vi è da parte del potere la necessità di stroncare l’attività di quegli avvocati che non stanno al previsto gioco delle parti, che non si accontentano delle veline questurinesche, che pretendono di scoprire e di sapere troppo.

Basta rileggere quanto scritto dai carabinieri del generalissimo Dalla Chiesa nel rapporto inviato al tribunale di Genova nel maggio dello scorso anno, per motivare la richiesta di estromissione dell’avvocato Arnaldi in quanto potrebbe inquinare le prove, non solo quelle acquisite ma soprattutto quelle ricercate. Citazione testuale.

Centinaia di imputati in attesa di giudizio o di appello rimasti improvvisamente senza avvocato difensore, intimidazione e ricatto contro i sempre meno numerosi avvocati di sinistra disposti a difendere gli arrestati dalle squadre speciali della polizia dei carabinieri. Decine di procedimenti costretti a saltare e a slittare alle calende greche: questi alcuni degli effetti pratici voluti ed ottenuti dal regime con l’arresto degli avvocati. Ma non è tutto.

Arnaldi, Fuga, Spazzali e pochissimi altri non si sono limitati a curare con il massimo impegno possibile le strategie della difesa legale dei loro assistiti in vista e durante il processo, fino alla sentenza definitiva. Oltre che difensori degli imputati, essi sono stati difensori dei carcerati: ciò significa che non hanno abbandonato i loro difesi una volta terminato il processo, ma hanno continuato a fare la spola tra le carceri e le supercarceri d’Italia per raccogliere informazioni e denunce sulla brutale repressione di cui i “definitivi” soprattutto sono spesso oggetto. A costo di grandi sacrifici personali, hanno svolto questo lavoro di immenso valore umano e politico perché spinti dalla volontà di contrastare il disegno di annientamento del potere contro i suoi antagonisti, facendo sì che i pestaggi, trasferimenti in isolamento, ricatti e violenze di ogni tipo non restassero relegata tra le putride mura delle carceri, ma uscissero fuori a conoscenza dell’opinione pubblica. Lunghi viaggi in treno o in auto, snervanti attese per i traghetti per Pianosa, l’Asinara o la Favignana, tanti viaggi inutili perché nel frattempo il detenuto era stato trasferito, un continuo lavoro per far sì che il sistema carcerario non possa inghiottire nel nulla i detenuti scomodi: questo lavoro dei pochi difensori dei carcerati non poteva non disturbare profondamente i piani di normalizzazione del generalissimo. Sono bastati pochi arresti per quasi azzerare anni e anni di lavoro. Ed ora sono già qualche centinaio i detenuti rimasti senza difensore, senza nessuno a cui potersi rivolgere, perlopiù senza soldi, senza appoggi, spesso senza colpa alcuna. Ora che i loro difensori sono reclusi come loro, il potere sa di poter giocare pesante senza dover temere fastidiosi ficcanaso e implacabili avversari.

Se è vero che tutti gli arresti dei legali rientrano in questo stesso disegno repressivo contro il quale siamo impegnati a lottare, quello di Fuga ci ha colpito particolarmente. Non solo per la comune matrice ideologica anarchica, ma anche per l’impegno nella difesa delle nostre vittime politiche che ci ha visto collaborare. Nonostante Fuga abiti e lavori a Milano, incontrarlo ed anche solo trovarlo al telefono era un’impresa – negli ultimi tempi, soprattutto. Se non era in tribunale impegnato con un processo, era fuori studio perché chiamato da un compagno che si ritrovava la polizia in casa per una perquisizione; oppure ti dicevano che per qualche giorno era fuori città, e allora potevi star certo che era in viaggio per tutt’Italia lungo il “circuito dei camosci” (come viene chiamato il giro fra le numerose carceri speciali). Anche l’intervista pubblicata sul numero di febbraio (Tra repressione e garantismo) siamo riusciti a fargliela all’ultimo momento, una domenica mattina alle 9, fra un impegno e l’altro, dopo numerosi rinvii legati alla sua attività di avvocato/compagno, cioè – riprendendo il titolo della rubrica da lui curata su “A” – di avvocato del diavolo.

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