A rivista anarchica n84 Giugno Luglio 1980 Wanted. Si parla di taglie, di questo istituto giuridico-poliziesco che incentiva la delazione per combattere la criminalità di Ugo Dessy

Si parla di taglie, di questo istituto giuridico-poliziesco che incentiva la delazione per combattere la criminalità. E quando anche non se ne fa l’apologia, generalmente sulla stampa si riportano pedissequamente le tesi dei propugnatori a oltranza di un rimedio che per guarire il male è pari a quello di chi per estirpare la graminia dà fuoco al campo di grano. Una questione di cui, purtroppo, si è avuto occasione di parlare spesso nel passato anche recente della travagliata storia della Sardegna – in particolare negli anni definiti caldi del banditismo barbaricino, quando i bandi di taglia dei pericolosi pastori wanted venivano affissi ai quattro Cantoni nei villaggi dell’interno, tale e quale nel West del secolo scorso secondo l’oleografia cinematografica.

Oggi come ieri, ribadisco l’opinione negativa su questo arcaico barbarico istituto, per una serie di considerazioni non soltanto morali e civili ma anche di ordine pratico. Ci sono giuristi e politici (di cultura borghese) i quali ai principi democratici dell’Illuminismo preferiscono quelli reazionari e forcaioli della Restaurazione: negano il Beccaria per esaltare il De Maistre. Costoro sostengono che l’uso della taglia sarebbe particolarmente utile in una società, come la nostra, dove il cittadino ha poca o nessuna fiducia nello Stato. In questa società – definita culturalmente arretrata – la taglia, “intesa più come premio per una decisiva collaborazione con la legge che come prezzo di tradimento, rappresenta un efficace correttivo alla scarsa disposizione dei cittadini ad intervenire in questioni la cui competenza viene attribuita esclusivamente alla polizia”. Un metodo educativo alquanto discutibile, quello di formare la coscienza civica del cittadino con incentivi in denaro. Ed è ovvio che il cittadino da educare con i biglietti di banca alla collaborazione con la giustizia debba essere povero e bisognoso.

Che la collaborazione prezzolata del cittadino in operazioni di repressione sia di per sé una azione immorale, lo lascia capire anche l’ufficiale dei carabinieri intervistato sul quotidiano di Cagliari (5.4.1980), quando afferma: “Oggi ci troviamo di fronte a gente che non ha alcun tipo di morale. Se la son messa sotto i tacchi delle scarpe, la morale. Quindi credo sia ozioso stare a sottolineare sulla presunta immoralità delle taglie”. Ciò che conta, secondo la tesi rozzamente machiavellica dell’ufficiale citato – è il risultato: assicurare alla giustizia il ricercato.

È la cinica tesi del fine che giustifica il mezzo, che santifica il massacro della guerra combattuta per un fine nobile, o in casi più attuali e vicini, la morte di creature innocenti coinvolte nello scontro tra gruppi armati in lotta tra loro – chi per la conservazione del potere e chi per accedere allo stesso potere.

Intanto è alquanto discutibile anche la valutazione positiva che viene fatta sulla efficacia della taglia. Certamente, può essere vero che alcuni latitanti non sarebbero stati catturati senza delazione. Ma è anche vero che la delazione – proprio perché considerata dalla morale popolare non una “collaborazione” ma una “infamia” – ha sempre costruito, anello su anello, sanguinose catene di rappresaglie. Per quel che riguarda la Sardegna – e ritengo ogni altra parte del mondo – l’istituto della taglia non ha per nulla contribuito a diminuire i fenomeni di criminalità: può avere determinato l’arresto di un fuorilegge ma nel contempo ha contribuito a crearne di nuovi – e “peggiori” nel senso della irriducibilità, in quanto sostenuti dalla ragione morale di essere nel diritto reagendo ad una grave offesa. Al di là degli interessi verticistici ed egemonici dello Stato, nella pratica la taglia è uno strumento che rompe dall’esterno l’equilibrio di una comunità con proprie leggi, non scritte ma affermate dal loro uso, che impongono di risolvere ogni controversia nell’ambito della stessa comunità.

Collaborare con una legge esterna, sovrastrutturale, configura una minaccia per l’equilibrio comunitario: colui che collabora con una legge esterna è un traditore (per usare un’appellativo caro al sistema che lo tira sovente in ballo, facendo storia patria, per indicare colui che passa al nemico). Il traditore è di necessità un elemento disgregante, da eliminare con infamia. Una eliminazione che riveste una particolare importanza morale e sociale. Si potrebbe ricavarne un libro dell’orrore, a mettere insieme i fatti sanguinosi efferati che hanno visto la “chiusura dei conti” con un delatore.

Per quel che riguarda noi sardi, sappiamo che l’incitamento alla delazione con premi in denaro e con altri incentivi (per esempio il perdono giudiziario) era già adottato dai Romani nel tentativo di eliminare i capi-pastori che guidavano la guerriglia attaccando i centri commerciali dei colonizzatori. I Romani, per fiaccare la resistenza degli indigeni, integravano le taglie con gli incendi e i saccheggi, utilizzando torme di cani addestrati nella caccia all’uomo. Alcuni anni fa, in una rivista cagliaritana, Nino Puleio sosteneva che “nella luttuosa storia del banditismo, l’istituzione delle taglie ha quasi sempre coinciso con la cattura di qualche bandito…. Ciò dimostra che una somma cospicua di denaro riesce qualche volta a smantellare il grande muro dell’omertà dietro il quale si riparano i più pericolosi latitanti…”.

L’omertà – vista dal mondo massificato di Puleio – può anche essere una vigliaccheria: ammesso che nelle comunità del Nord-Italia le istituzioni giuridiche dello Stato siano sentite come giuste e valide. Ma è tutt’altra cosa nelle nostre comunità, dove la legge è imposta dall’esterno ed è estranea agli interessi concreti della popolazione. Una legge che oltre tutto non è neppure in grado (e non per difetto di armi o di armati ma proprio perché esterna) di proteggere coloro che per avventura l’accettassero.

Il termine di omertà è innanzi tutto improprio, in riferimento alla Barbagia. È un termine che si addice a cosche mafiose, a vertici corporativi, a consorterie politiche, a società per azioni, a élites al potere. Non calza affatto a quel comportamento di solidarietà che le popolazioni dell’interno dell’Isola assumono nei confronti del pastore latitante. Una solidarietà che ha motivazioni profonde e radici storiche nella comune opposizione e resistenza agli invasori e dominatori stranieri e conserva radici robuste ancora oggi nel giudizio negativo che il sardo ha del sistema, come giustizia, polizia, apparato fiscale, burocrazia. Storicamente, il latitante può considerarsi una componente di rilievo nel movimento di resistenza e di liberazione del popolo sardo, barbaricino in particolare; e vale qui più che mai l’assioma: il nemico del nostro nemico è un amico. Per il pastore, per il contadino o per l’artigiano, in ogni aspetto e momento della vita comunitaria, più che la legge rappresentata dal carabiniere è presente e vincolante la legge della comunità, su connottu, le norme e gli istituti tramandati dai padri e riconosciuti dai figli.

Le taglie possono anche rompere le elementari leggi che regolano ancora per molti versi la dinamica dei rapporti di comunità. La venalità o uno stato di grave bisogno possono avere anche indotto qualcuno alla delazione – contro ogni morale e contro lo stesso istinto di sopravvivenza. Ma anche – come è stato notato – spesso possono essere stati forti motivi di rancore verso quel latitante o lo stesso comportamento di quel latitante collocatosi al di fuori della legge comunitaria ad avere spinto qualcuno o la stessa comunità alla delazione – in tali casi, una istituzione esterna viene strumentalizzata per compiere una vendetta personale o di clan o di comunità.

Uscendo dal particolare della nostra Isola, per una valutazione giuridica più generale dell’istituto della taglia, ripropongo ai suoi sostenitori, come elemento di riflessione, quanto ha scritto Cesare Beccaria, nel lontano 1764, sulla questione: “(…) Chi ha la forza per difendersi non cerca di comprarla. Di più, un tale editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell’animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono. Con una mano il legislatore stringe i legami di famiglia, di parentela e di amicizia, e con l’altra premia chi gli rompe i chi gli spezza; sempre contraddittorio a se medesimo, ora invita alla fiducia gli animi sospettosi degli uomini, ora sparge la diffidenza in tutti’i cuori. Invece di prevenire un delitto, ne fa nascere cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla da ogni parte…”.

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