A rivista anarchica n85 Agosto Settembre 1980 Carissimi, dolcissimi compagni di Monica Giorgi

Dalla compagna Valeria Vecchi, del “Collettivo carceri” di Parma – arrestata il 16 agosto insieme con Ivano Zerletti e Nella Montanari e accusata per l’invio di materiale esplodente a detenuti del carcere nuorese di Badu e Carros – ci è giunta ai primi di agosto copia di questa lettera della compagna Monica Giorgi, arrestata in aprile a Cinisello Balsamo (nei pressi di Milano) dove viveva ed insegnava tennis, nell’ambito della stessa retata che ha portato all’arresto di Gabriele Fuga e di numerose altre persone (poi in gran parte rilasciate). A Livorno, sua città natale ed anche sua attuale residenza (nelle locali carceri di Domenicani), Monica è ben conosciuta per la sua intensa attività di propaganda e di agitazione anarchica – alla quale lei stessa accenna in questa lettera. Il fatto poi che Monica sia stata per anni un elemento di punta della nazionale azzurra di tennis, vincendo anche numerosi campionati italiani ed incontri internazionali, non poteva non stimolare la imbecille creatività dei giornalisti nostrani, che hanno parlato di “molotov della racchetta” ecc.. Intanto Monica è dentro e ci resta, sulla base delle accuse vaghe, interessate ed inattendibili del solito Paghera. Come Gabriele Fuga sta pagando per il suo impegno di lotta libertaria.

Carissimi, dolcissimi compagni,

alla stregua del personaggio Josef K. ne “Il processo di Franz Kafka” non so di che cosa mi si accusi. Proclamarmi innocente è già un “cedimento”, un’accettazione a lasciarmi inquisire.

Sulle carte – quelle per cui ti mettono le manette ai polsi – sta scritto: “Partecipazione a banda armata e associazione sovversiva”. Un reato associativo, non un delitto specifico.

Lasciamo perdere le analisi descrittive dei mitra spianati, della irruzione senza ritegno di fronte ai miei nipotini che, quella mattina, si erano alzati di buon ora per studiare prima di andare a scuola…. Lasciamo perdere l’umiliazione, gli spaventi che i tutori dell’ordine, i carabinieri “nei secoli fedeli” (fedeli cioè a Napoleone, ai Savoia, a Garibaldi, al fascismo, alla democratica repubblica nata dalla resistenza) hanno fatto provare a mia madre, alle prime luci dell’alba quel 30 Aprile 1980: mia madre da sola ha “ricevuto la loro visita”, la loro perquisizione che le ha sconquassato la casa. Volevano perfino buttare giù un muro: peccato non c’erano segni né di arma, né di banda!!! Così l’abbinamento politica-terrorismo/anarchia-delinquenza è andato a vuoto; ed è andato a vuoto, scartabellando fra libri di storia, filosofia, anche l’altra equivalenza: pensiero uguale a disordine, come al tempo del nazismo quando si bruciavano i libri. Facciamo un po’ di storia: è senz’altro più istruttivo anche se non meno violento.

Nei secoli che vanno dal 1300 al 1600 trecentomila contadine, donne di umile origine furono bruciate in seguito all’accusa di “stregoneria”. Un invidiabile primato, forse non ancora minacciato dalle odierne percentuali di prigionieri politici. L’imputazione che veniva rivolta agli avvocati che si accollavano con troppo zelo il dovere di difenderle era quella di “indizio minore di stregoneria”. Una correttezza medievale di differenziazione fra imputata e difensore, che oggi, “in nome dell’interesse comune”, non è permessa.

Oggi battersi per i diritti della difesa significa “favorire”, quindi essere complice, quindi colpevole. Allora, l’inquisizione – come tale – era già per le poverette inevitabile condanna. Oggi la procedura speciale è diventata diritto speciale non codificato. Allora il teste chiave delle procedure per stregoneria era la tortura delle inquisite che, alla fine, si autocolpevolizzavano. Oggi il teste chiave delle procedure, più o meno sommarie, sono i decreti antiterrorismo, i trattamenti di favore, le leggi Fioroni che fanno degli assassini reo-confessi dei “pentiti” e quindi dei depenalizzati. Trame e motivi, ieri come oggi sono sempre gli stessi. Provocazioni, stragi di stato, genocidi in nome della civiltà sono i sistemi del potere.

Coinvolgendo delle persone oneste (e non mi perito a sottolineare l’aggettivo), i compagni anarchici (e mi sento orgogliosissima di esserlo), si vuole annientare un’idea di uguaglianza e di libertà, una tendenza storica dell’umanità sfruttata.

Sulla questione giudiziaria del mio caso specifico sono riuscita, attraverso la graduale comprensione del linguaggio politico-poliziesco che la sostiene, a fissare alcuni punti.

1) L’impalcatura indiziaria frana da ogni parte. Si cerca di arginare un lato rubando cemento all’altro, senza che sostanziale e concreto materiale possa intervenire per tenere unita la trama generale.

2) Paghera, “il teste-chiave” di tutta l’operazione 30 Aprile è senz’altro lo scagnozzo di agenti segreti e con le sue farneticanti dichiarazioni ha aperto una succursale in proprio. Come lo stesso giudice istruttore Corrieri notifica, nei miei confronti “le dichiarazioni del Paghera riguardano fatti da lui conosciuti non direttamente; ma appresi da terzi (Cinieri-Monaco-Messana)….

3) Sul conto di Paghera, quale figura giuridica a cui sono riservate attendibilità e credibilità c’è da annotare:

a) Ottenimento di un permesso dal carcere di Bologna dietro pagamento di 5 o 10 milioni versati dal CIA Roland Stark. Nemmeno a dirlo: mancato successivo rientro alla scadenza.

b) Arresto in una pizzeria di Lucca con ritrovamento di armi.

c) Autoproclamazione pubblica di appartenenza ad Azione Rivoluzionaria.

d) Assoluzione in tribunale dall’accusa di banda armata nel Novembre ’79.

e) Troppo loscamente noto il personaggio Stark – agente tutto-fare fra servizi segreti americani, italiani e libici – per soffermarcisi ancora una volta.

Gli interrogativi, i lati oscuri di questa vicenda che a definirla mistificazione non si rischia certo di cadere nella retorica, si sprecano. Ad esempio: le “dichiarazioni” del Paghera quando, a chi, di fronte a chi, per quali contropartite furono rilasciate?? È certo che il Paghera già nel carcere bolognese sotto il tirocinio di R. Stark ha iniziato il suo addestramento alla provocazione e all’infamia prezzolata.

Perché i mandati di cattura sono stati eseguiti oggi e non al momento delle acquisizioni di “sufficienti indizi” (ammesso e non concesso che esistano) che il Paghera veniva diffondendo??? Nello spettacolo del potere, il blitz è più eclatante di disparati arresti frazionati nel tempo. Non c’è da meravigliarsi se, come certamente sarà, nessun confronto in presenza di un giudice è mai stato fatto tra Paghera e i cosiddetti terzi, a conferma o meno delle sue dichiarazioni.

Dunque, “partecipazione a banda armata e associazione sovversiva”. Mi fa un po’ ribrezzo essere abbinata a termini che si addicono più allo stato di corruzione e di violenza di questo stato “democratico” che a me, immersa in una vita fatta di studio, lavoro, impegno, indipendenza e libertà di scelte come donna e come persona coerente alle proprie idee anarchiche e libertarie. L’esempio è sempre qualcosa di pericoloso, di sovversivo in una società in cui la filosofia del “così è sempre stato” fa perpetuare sfruttamento e oppressione. Ecco, immergendomi nella loro logica, nella loro mentalità che considera incomprensibile follia il dissenso politico e per di più anarchico, mi è possibile giustificare l’arresto. Certo sarebbe stato più leale scrivere sul mandato di cattura:… perché imputata di far parte di una banda che mette in pratica l’uguaglianza e la libertà, dando contributo operativo affinché queste azioni si propaghino nella società…. In questo caso non starei a scrivere della mia innocenza. Mi sarei ritenuta, dichiarate irrimediabilmente e inoppugnabilmente colpevole.

Ma così…!! Mi è difficile cari compagni, fare una piecè ironica, una commedia alla rovescia di una situazione che mi toglie – fosse anche per un giorno – il diritto alla vita. Quello su cui i codici della legge dicono di essersi conformati, ma che invece hanno calpestato in quanto strumenti coercitivi di una dittatura di classe, di qualsiasi classe che abbia conquistato il potere per esercitarlo contro altre classi, contro altri uomini. Le responsabilità storiche di un diritto che esercita la forza per estrapolare il consenso sono vicende che si legano al fascismo, al totalitarismo politico, al terrorismo di stato. E intanto – come si fa a scherzarci sopra – perdo il lavoro, i miei impegni sportivi che sono lavoro, i miei studi e le mie vacanze che sono lavoro intellettuale e miglioramento morale. Sapete, la galera a chi la fa costa cinquemila lire al giorno, anche se poi risulta innocente.

Non consideratele lamentele personali; nella mia situazione si trovano migliaia e migliaia di proletari innocenti, non ancora colpevoli, colpevoli privati sempre dei presupposti per non diventarlo o per non esserlo più. La galera, al di là dei suoi ricatti giornalieri, della sua pedagogia a base di punizioni e compensi, resta e sarà l’infamia, la vergogna più grande di una società che ha il coraggio spudorato di definirsi civile. E mi ricordo delle discussioni pubbliche e collettive – organizzate dal Niente più sbarre a Livorno – proprio sul tessuto sociale proletario che il carcere riveste; sulle prime analisi della riforma carceraria, sulle connotazioni di classe che doveva caratterizzare l’intervento sul carcerario, sulla trasformazione del carcere in prigione – campolager – in funzione di deterrente psicologico per il proletario politicizzato, contenimento di antagonismo di classe.

Non sono passati più di tre anni, eppure si vuole proprio criminalizzare tutto questo lavoro, questo patrimonio di coscienza, di storia, di acquisizione, di spazio politico che gli sfruttati si sono conquistati. E mi ritornano alla memoria gli sforzi per fare arrivare anche a Livorno il Living Theatre.

Il “Niente più sbarre“, collettivo anarchico, riuscì ad ottenere – sotto il patrocinio comunale dell’assessorato alla cultura – il palazzo dello sport dove gratuitamente assistettero allo spettacolo del gruppo americano oltre duemila persone!! E mi sovviene delle continue, snervanti, burocratiche richieste per usufruire della sala della provincia per i pubblici dibattiti su “Repressione sessuale e oppressione sociale nell’opera di W. Reich“, su “Germanizzazione: un nuovo modello di violenza di stato“. Allora erano presenti avvocati scomodi come Sergio Spazzali, intellettuali anarchici come Bonanno, la sottoscritta, tutti finiti – guarda caso – in carcere; consolante conferma delle loro analisi e previsioni politiche. E le campagne antifasciste come quella per la liberazione di Giovanni Marini. In quell’occasione fu la compagnia portuali a concedere la sala. Intervennero l’avvocato Papilo di Livorno, il Luca Villoresi allora giornalista di Umanità Nova e oggi de La Repubblica, il pretore Viglitta, quello dei “fanghi rossi” di Scarlino. E l’impegno non-violento, antimilitarista contro quella bugia immane che è la festa della Vittoria il 4 Novembre di ogni anno. “Non festa ma lutto” – si scriveva sui nostri manifesti – “oltre due milioni di morti è costata questa ‘festa’” – Festa di padroni ovviamente. E i sacrifici economici, gli ostacoli burocratici per stampare e affiggere i manifesti che commentavano i suicidi di stato di Ulrike Meinhof, di Baader, di Esslin, di Raspe, di tutti quei prigionieri politici assassinati nei carceri-modello della socialdemocratica Germania. E il tentativo di collegare al territorio i problemi carcerari. Quartieri-dormitorio, baracche, ricoveri, prigioni, manicomi sono le strutture riservate al sottoproletariato, ovunque e sempre detenuto: fuori nei ghetti, dentro nelle prigioni.

Certo non è stato facile fare politica e politica culturale a sinistra del PCI, in una città-provincia come Livorno, dove questo partito forse più che altrove rivela tutta la sua monolitica mentalità di “partito di governo”, di partito in cui le istanze della base non sono neppure humus dialettico per i vertici, ma grattacapi da risolvere in famiglia, possibilmente rintuzzandole, rinchiudendole nell'”unità a tutti i costi”. E soprattutto mi è costata cara questa politica; è costata cara a tanti altri compagni.

Le “operazioni 7 Aprile” non sono prerogativa esclusiva della Procura di Padova e della locale sezione PCI. Gli ordini sono centralizzati, partono dal cuore del potere, dal sistema dei partiti, dalle segreterie nazionali, dagli uffici del ministero degli interni, dalle caserme del “Generalissimo”, dalle succursali, dai banchi sparsi ovunque dei Pecchioli di turno. L’alchimia politica che fa di ogni oppositore, di ogni libero pensatore, di ogni giornalista, avvocato, operaio non in riga un terrorista si travasa nelle storte cliniche che vogliono far reagire ingredienti tanto diversi come politica rivoluzionaria e terrorismo.

Campagne giornalistiche di criminalizzazione preventiva non sono mancate neppure a Livorno. Hanno raggiunto l’apice dell’arroganza e delle “inesattezze ad hoc” in un articolo sul Tirreno, apparso in occasione di un convegno su “Terrorismo e violenza comune“, a firma Mario Tredici, uno scribacchino piccista che si sublima in qualche galoppata per ricevere giusto, ricompensante riposo sopra qualche comoda poltrona del suo partito. Non risposi, cercando di farla cadere nel vuoto, alla provocazione giornalistica che faceva di “Niente più sbarre” il polo attrattivo del terrorismo livornese. Non avevo tempo e testa – lavoro e abbandono della militanza politica attiva, per farlo.

Oggi rispondo in questo modo, con la mia, la nostra carcerazione ingiuste politicamente e giuridicamente. Non è un modo autolesionista. È una verità storica fatta di operazioni giudiziarie che sgretoleranno, di arresti-blitz eclatanti quanto numerosi ed irrazionali che cesseranno, di prigioni stracolme che, prima o poi si apriranno, perché, nella mia imperdonabile impertinente fiducia e certezza, nessun uomo, poliziotto, politico, giudice, al di là del proprio ruolo, potrà sostenere questa orrenda macchinazione.

Vi sono vicina, Vi sento vicini, Vi abbraccio forte nelle comuni idee di uguaglianza e libertà.

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