A rivista anarchica n87 Novembre 1980 Dal carcere di Livorno Non basta la singola libertà di Monica Giorgi

Cari compagni:

ho apprezzato su “A” lo spazio e il taglio che avete dato alla inchiesta 30 aprile, quella in cui Gabriele ed io siamo stati inquisiti per le rivelazioni del Paghera Enrico.

La banalità e semplicità di un “grazie” maschera solo superficialmente la ricchezza di sentimenti che penso vi possa ugualmente raggiungere. Il senso generale del problema va ben oltre la faccenda personale. Si concretizza in un’occasione per riflettere e discutere su contenuti sociali e politici che riguardano tutti. Dovrebbe essere uno stimolo per riprendere e scuotere coscienze addormentate dai piani della restaurazione neofascista che oggi agisce in nome della “democrazia protetta”.

Dalla coscienza delle persone in carne e ossa, dai compagni/e in prima persona che continuano ad impegnarsi, a battersi contro tutti i poteri e i connessi sfruttamenti mi è data la forza e la possibilità di sopravvivere anche qua dentro, dove pochi metri quadri di spazio, dieci scalini e un po’ di aria respirata in una gabbia sono la controparte punitiva alle mie sei ore giornaliere di sport agonistico, quando ero libera….

Parlare di crisi di astinenza, di movimento e aria non mi sembra improprio. Si riesce, così, a sopravvivere, alternando infelicità e rabbia anche quando palpabile, da toccare con mano, è il confronto tra la condanna inflitta a due zingare a tre anni e mezzo per “furto di polli e di lenzuola” e quella analoga inflitta a Tanassi Mario per il furto di dodici miliardi commesso durante la sua onorevole funzione di Ministro della difesa. Alle zingare neppure le attenuanti generiche o i benefici della legge per le incensurate; a Tanassi – subito scarcerato – la premura dell’affidamento sociale, per essere reintegrato!!! Piccole, grandi storie di galera e di ingiustizia subita, in cui si concentrano prigioni, emarginazioni, ingiustizie diffuse in tutto il tessuto sociale.

Così si riesce a sopravvivere, quando ancora sentimenti di affetto e di solidarietà emergono dal deserto dell’indifferenza e del qualunquismo. Si riesce a sopravvivere, ma non a vivere. Perché i sentimenti personali non bastano a farti sentire viva; le coscienze distaccate le une dalle altre non creano coscienza sociale, cambiamento, vita qualitativamente diversa. Non basta la singola libertà per dire di vivere liberamente. La libertà è un bene troppo grande per essere barattata individualmente. La libertà, quella vera, è il riscatto collettivo dallo sfruttamento e dall’oppressione: per tutti. Cosa ce ne facciamo di una “libertà” che è solo egoistico angolo di sopravvivenza? Come si fa ad essere liberi, se altri, fosse anche uno solo, sono in catene? Da questo inevitabile, inesorcizzabile legame sottile prende consistenza la solidarietà: l’esigenza sublime di un mondo di liberi ed uguali.

Ma ecco che la necessità di dovermi difendere, di dover denunciare tutta questa sporca storia che mi si è voluta far indossare, mi porta, ancora una volta, a parlarvi, informarvi di Paghera, il mio “accusatore”. È sulla base di questo attendibile (sic!) accusatore che il Giudice Istruttore di Livorno mi notifica un mandato di cattura in data 22.8.80 per tentato sequestro, detenzione di esplosivi e armi varie, ferimento del medico del carcere di Pisa Mammoli, e rapina d’auto a Massa. Un po’ di codice rovesciato su di me per avvalorare il reato associativo della banda armata e la banda armata per suffragarne i delitti specifici. All’una e agli altri sono estranea, estraneità che spero di poter dimostrare con prove oggettive, occorre del tempo perché i reati contestatimi risalgono tutti all’anno 1977 e nella mia testa non posso certo aver fissato eventi consueti, quotidiani e quindi insignificanti di tre anni fa. È certo che nel ’77 insegnavo storia e filosofia al Liceo classico e scientifico di Livorno. Nel frattempo sei (e chissà quanti altri) mesi di carcere preventivo sono trascorsi.

Il personaggio Paghera l’ho ricostruito attraverso le notizie giornalistiche, ricavate con certosina attenzione; attraverso le vicende pubbliche di questo personaggio che io non ho mai conosciuto, a cui io non ho fatto né male né bene (è più probabile bene, che male). Siano i compagni, le compagne, le persone che se la sentono di seguire questa storia a rendersi conto, a esprimere un giudizio, a valutare la qualità di un’inchiesta giudiziaria partita e condotta dalle sue “rivelazioni”. Paghera non ha nemmeno il discutibile, comprensibile, fievole spessore morale di un terrorista pentito. La sua storia è tutta protesa a farsi definire terrorista per potersi così pentire, quando sarà il momento opportuno. Ma il raziocinio sui fatti concreti che “costellano” la sua figura ha più valore delle etichette ostentate per confondere e macerare i cervelli. La costante che distingue Paghera è la contraddittorietà, l’ambiguità. È in permesso straordinario dal carcere di Bologna; glielo ha pagato un agente della CIA , Ronald Stark, con lui divideva la cella e da lui apprendeva tecniche e inghippi da mestatore. Non rientra alla scadenza del permesso; da latitante, così, in una pizzeria di Lucca nell’aprile del ’78 insieme ad altri quattro, Luis Cuello, Ernesto Castro, Pasquale Vocaturo e Renata Bruschi, viene arrestato in maniera alquanto sospetta, visto che la polizia arriva improvvisamente come se fosse avvertita da qualcuno. Probabilmente dallo stesso qualcuno che butta lì, nel locale, armi e munizioni, né troppo in evidenza, né troppo nascoste da non essere viste: insomma ambiguamente.

Paghera è come la grandine: cerca sempre di incastrare qualcuno, di inguaiare a tutti i costi. Di fatto l’elemento cardine su cui si è basata l’accusa nel processo di Lucca nel novembre ’79 al gruppo della pizzeria è il documento redatto in carcere – ma guarda caso – dal Paghera; documento in cui si rivendica l’appartenenza ad Azione Rivoluzionaria, predisposto per la firma degli altri quattro, che non firmano. Paghera fece circolare questo documento tra graduati e guardie carcerarie. Al processo sono tutti assolti dall’accusa di partecipazione a banda armata: va bene per gli altri, ma per Paghera è perlomeno strano, dal momento che in altri casi basta una rivendicazione di appartenenza ad organizzazioni di lotta armata per avere una condanna certa. A Paghera evidentemente si usano cortesie. Meno “cortesi” sono le attenzioni verso un funzionario di polizia giudiziaria che subisce uno sconcertante, mortale incidente automobilistico quando avrebbe dovuto consegnare da parte della magistratura bolognese a quella di Lucca un fascicolo dossier riguardante il Ronald Stark.

Che il processo di Lucca sia un processo “sui generis” lo denuncia a chiare note anche il legale di Pasquale Vocaturo, avvocato Lo Giudice: “… ha destato perplessità l’assenza di Paghera che si è detto malato, ha stupito l’espulsione dei due stranieri, ha avanzato l’ipotesi che il suo cliente possa essere rimasto vittima di una macchinazione, ha avanzato dubbi sul legame tra Paghera e Ronald Stark (per i Giudici di Bologna agente della CIA), il quale consegnò a Paghera la cartina che doveva portare a un campo profughi in Libano, dove avrebbero trovato rifugio i due stranieri, perseguitati da Pinochet. Per Lo Giudice non era da scartare l’ipotesi che in Libano i due stranieri avrebbero ricevuto, forse da parte della CIA, ben altra accoglienza”. (Tirreno del 27/XI/1979). Ogni evento, ogni contraddizione ha la sua logica e una sua spiegazione, un prezzo politico che è stato previamente concordato. Un’ipotesi plausibile è quella che per la polizia, carabinieri, servizi segreti e governo sia indispensabile arrestare un gruppo di “terroristi” in pieno sequestro Moro (appunto aprile ’78) quando l’efficacia, l’efficienza e la credibilità degli organi esecutivi subiscono un grave smacco dall’agguato di Via Fani e dalla cattura del leader DC, smacco che doveva essere alleviato attenuato da un colpo di segno opposto e gratificante. Non è casuale che sull’arresto di Lucca, attraverso la stampa, i funzionari delle forze dell’ordine sollevino un polverone per elogiare se stessi. Riporta il Tirreno del 21.4.1978: “Volevano uccidere un commissario?”… “nello staff degli inquirenti c’è aria di mobilitazione, fermento continuo e gran andirivieni ed anche una visibile aria di soddisfazione. Dice il Dott. Antonacci capo della “politica”: è impressione nostra che la cattura dei cinque abbia potuto sventare un qualcosa di veramente grosso che si stava preparando…”. Niente di tutto questo è mai stato appurato. Ma la potenza occulta dei mass-media ha giocato il suo ruolo.

Paghera è di nuovo in carcere. Scrive alla casella postale di “Niente più sbarre“. Indirizzo pubblico, pubblicamente conosciuto nei carceri e nel movimento esterno. Io, come a qualsiasi altro detenuto che si faceva vivo, gli do ascolto; cerco di fargli pesare meno la galera; gli invio, quando mi è possibile, qualche migliaio di lire risparmiate o strappate ai miei bisogni di vita giornaliera; qualche libro; riservo un po’ d’attenzione ai suoi scritti più per non aggravargli l’isolamento che per oggettiva convinzione. Non conosco la sua storia, né gli chiedo niente in merito. Avverto un suo viscerale antileninismo che non mi convince molto e che, appunto perché viscerale, ha poco da spartire con la critica razionale – di stampo anarchico libertario – all’autoritarismo bolscevico. Non do troppo peso alla cosa. Gli racconto, nelle poche lettere che ci siamo scambiati, delle persecuzioni, delle repressioni che ho dovuto subire per la mia attività nel settore carcerario, attività che si va affievolendo per questioni di lavoro e di sopravvivenza.

Non ho da nascondere niente, tanto meno da temere qualcosa. Tutto ciò che ha riguardato e riguarda il mio impegno politico è fatto alla luce del sole, indirizzato e teso alla propaganda di idee e verità sociali. Ma questa mia buona fede, questa mia genuina sincerità diventa ingenuità di fronte al cinismo di una provocazione, di una macchinazione premeditata e organizzata che si sta compiendo e sto subendo ora al suo grado più alto: dal 30 aprile in poi la criminalizzazione ha raggiunto l’apice. Si è attuata proprio quando il mio impegno politico era terminato e quando le inchieste su “delazione” hanno fatto la loro comparsa sul palcoscenico della repressione giudiziaria.

E ancora su Paghera: in ogni carcere per cui lui passa gli si trovano (nella sua cella o nelle vicinanze) dosi di esplosivo (vedi “A”, n.6, Agosto/Settembre 1980). Chi ha diviso con lui la cella a Pianosa, Salvatore Cinieri – dal quale a detta di Paghera avrebbe ricevute le confidenze sul mio conto – viene ucciso poco tempo dopo alle Nuove di Torino, in seguito – guarda caso – a un ambiguo telegramma partito da Pianosa e ricevuto da Figueras che è l’esecutore materiale dell’assassinio (vedi Espresso del 13 gennaio 1980). Il “teste” Cinieri ricorda sotto certi aspetti il teste Rolandi nella vicenda Valpreda: Rolandi risaputo prossimo alla morte per una grave malattia; il Cinieri fatto uccidere su commissione. Per l’uno e l’altro un’analoga testimonianza a futura memoria. Le montature giudiziarie non si smentiscono. Non devono essere smentite nel loro essere montature e non si smentiscono nei meccanismi della loro attuazione.

Paghera rincara la dose. Dice che anche Monaco e Messena sono i suoi informatori sul mio conto (vedi ordinanza del giudice istruttore del 16.5.1980). Mi chiedo quale sarà il ruolo e la sorte di questi due detenuti: smentitori di Paghera, provocatori pseudopentiti della sua risma o cadaveri eccellenti per sempre ammutoliti? E sempre Paghera addirittura riferisce al Giudice Istruttore – sempre mettendo in bocca ai terzi questa voce – che io sarei o sarei stata una spia, un’infame come si dice in gergo. Agli occhi del Paghera la militanza politica alla luce del sole, il lavoro di corretta controinformazione, la chiarezza, la mancanza di ambiguità, di compromessi e sbavature, come agli occhi del potere non possono che apparire loschi e intollerabili. Involontariamente è un complimento che mi viene fatto, una conferma oggettiva dell’abisso che c’è fra me, lui e il potere che lo assolda. Il “gioco” è mostruoso ma ormai troppo evidente anche tra la popolazione detenuta. Qualcuno se ne accorge e Paghera è accoltellato. Il personaggio è ormai bruciato. Si può cominciare con le verbalizzazioni e proseguire con il blitz. Siamo al 30 aprile 1980.

Sentimenti di vendetta non fanno parte del mio bagaglio, neppure di quello verbale. Ma che pensare, che dire di una giustizia che opera con personaggi creati apposta come Paghera; personaggi istruiti, protetti, usati e consumati da un potere assoluto e indistinguibile? Paghera e lo stato: le due facce dello stesso potere che, assoluto, indiscutibile e paranoico, si dibatte a colpi di arresti, di condanne emesse in nome del popolo italiano, a colpi di manicomio, di gulag, a colpi di procedure speciali e di menzogne miserevoli.

Sentimenti di vendetta – dicevo – non mi appartengono. Ma è dalla profonda sofferenza, umiliazione, delusione, rabbia acerrima che qualcosa di positivo, di sanamente sovversivo sta sbocciando: la speranza che questa consapevolezza, questo smascheramento dei complotti di stato – fossero anche l’ultimo atto della mia coscienza anarchica – siano uno dei tanti passi nel cammino dell’umanità verso una società di liberi e di uguali. Non siano, perciò, vani.

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