A rivista anarchica n95 Ottobre 1981 Repressione. Campagne SI Campagne NO di Paolo Finzi

Sacco e Vanzetti: bastano questi due nomi per testimoniare quale importanza possa esercitare una campagna in difesa di compagni ingiustamente sospettati, incriminati, condannati. Nel loro nome, contro la “giustizia” di Stato che li volle morti a tutti i costi, si sviluppò infatti in tutto il mondo una vasta mobilitazione, di cui gli anarchici furono gli iniziatori e gli animatori, non gli unici protagonisti: si mosse gran parte della sinistra americana ed europea, firmarono appelli illustri personalità della scienza e dell’arte, scesero in piazza milioni di persone nel corso di anni e anni. Non si trattò solo di una gigantesca mobilitazione in difesa di due innocenti, ma anche di un atto d’accusa collettivo contro la “giustizia” di Stato: il dramma di quei due anarchici era tragicamente legato ai perversi meccanismi del Potere, alla sua macchina giudiziaria prostituita, alla volontà del governo americano di dare una lezione agli anarchici, ai sovversivi, agli immigrati. La campagna per Sacco e Vanzetti divenne inevitabilmente una battaglia contro il Potere.

La sua tragica conclusione – l’assassinio dei due anarchici – non ne segnò in un certo senso la sconfitta: se si era rivelato impossibile salvar la vita di Sacco e Vanzetti, essi potevano a buon diritto gridare ai loro carnefici ed al mondo intero “la nostra agonia è il nostro trionfo”. Quanto ciò fosse vero, al di là di qualsiasi sospetto di retorica, sta a testimoniarlo il fatto che oltre mezzo secolo dopo la loro vicenda suona ancora atto d’accusa contro la “giustizia” di Stato ed è profondamente radicata nella coscienza popolare.

In tempi a noi più vicini, la campagna per la scarcerazione di Valpreda e degli altri anarchici accusati per la strage di piazza Fontana si presenta altrettanto ricca di insegnamenti. Lanciata dagli anarchici all’indomani dell’attentato e dell’assassinio di Pinelli, la parola d’ordine “Valpreda è innocente, la strage è di stato, Pinelli è stato assassinato” venne solo successivamente ripresa prima da Lotta Continua e da altri gruppi extra-parlamentari, quindi da strati sempre più vasti della sinistra e dell’opinione pubblica. Anche in questa campagna la “giustizia” di Stato è stata analizzata e smascherata con tutte le sue infamie, i suoi Guida, i suoi Cudillo, i suoi altolocati protettori, i suoi agenti segreti fascisti, le sue prove inconsistenti, i suoi riconoscimenti truccati: la campagna per Valpreda è stata al contempo battaglia contro lo Stato, una grande occasione per far aprire gli occhi a tanta gente sul suo funzionamento. Sull’onda della campagna contro la strage di Stato (già questa definizione, accettata ormai da tutti, dà il tono di quella battaglia), si riuscì a capovolgere presso ampi strati di opinione pubblica (soprattutto, ma non solo, di sinistra) lo stereotipo dell’anarchico bombarolo, sognatore ed assassino, accreditando un’immagine ben più vera, ben più positiva del nostro movimento, dei nostri militanti (la figura di Pinelli) e delle nostre idee. Ed inoltre – non lo si dimentichi – è solo grazie a questa mobilitazione che Valpreda è stato scarcerato, che la “verità” di Stato si è palesata per quello che era, che si è respinta come un boomerang la serrata campagna di calunnie contro gli anarchici e la sinistra extra-istituzionale in genere. Gli sviluppi successivi dell’affaire Strage di Stato (valga per tutti la sentenza di Catanzaro) hanno dimostrato che appena viene meno la mobilitazione della gente, il Potere torna alla normale amministrazione delle sue porcherie, alle solite coperture, ai soliti reticenti silenzi.

Questi di Sacco e Vanzetti e di Valpreda sono solo due esempi – seppur forse i principali nella storia dell’anarchismo di lingua italiana – di campagne politico/giudiziarie in difesa di compagni accusati, contro qualsiasi evidenza processuale, di reati che non hanno commesso, di cui si proclamano innocenti. Pur con la loro specificità, stanno entrambi a testimoniare quanto lo spirito di solidarietà umana, applicato a vittime di così evidenti ingiustizie, possa trasformarsi in rivolta contro queste stesse ingiustizie, contro chi le compie e chi le permette, in definitiva in presa di coscienza e in volontà di lotta. Le vicende umane dei compagni detenuti, le persecuzioni contro di loro, le loro lettere dal carcere, il loro comportamento processuale vengono così a travalicare la dimensione “singola” per assumere un valore collettivo, simbolico, in cui finiscono per riconoscersi tutti coloro che non sono disposti a lasciar passare qualsiasi infamia senza nemmeno tentare di reagire.

Oggi come oggi, campagne come queste sono francamente impensabili. Non certo perché il Potere sia migliorato. Non certo perché non vengano più commesse ingiustizie di ogni tipo in nome della giustizia, né perché non vi siano più in carcere persone palesemente innocenti, vittime di montature politico/giudiziarie. Anzi le spregiudicate misure a sostegno dei “pentiti” hanno aperto nuovi capitoli nella storia dell’infamia giudiziaria, mettendo ancor più a nudo – per chi lo voglia vedere – il vero volto della giustizia di Stato: quel volto tanto efficacemente descritto nel celebre brano di Spoon River che campeggia anche sulla tomba di Giuseppe Pinelli.

Se simili campagne sono oggi impensabili, le ragioni sono ben altre e vanno ricercate innanzitutto nel mutato clima generale, nella ventata di “cultura” statale che ha investito negli ultimi anni la nostra società. È questo un fenomeno di cui ci siamo occupati spesso su queste colonne, anche per mettere in luce le gravissime responsabilità che in questo processo reazionario spettano al lottarmatismo: non ci riferiamo solo alle B.R., ma anche a quelle organizzazioni e tendenze lottarmatiste che, pur pretendendo contrastarne l’egemonia (in qualche caso da un punto di vista antiautoritario), vi sono strategicamente succubi, perché succubi della mitologia lottarmatista.

Vi è un altro elemento che deve esser sottolineato ed è precisamente il discredito che oggi caratterizza, nel suo insieme, il movimento “rivoluzionario” rispetto a quell’opinione pubblica che pur si vorrebbe coinvolgere nelle campagne di denuncia, di controinformazione e di lotta. Troppe volte, in questi anni – e mi riferisco soprattutto alla cosidetta area dell’Autonomia – si sono lanciate campagne “innocentistiche” alle quali non credevano nemmeno i loro promotori, dal momento che si riferivano a persone e gruppi notoriamente responsabili dei fatti loro addebitati, quando non addirittura colti sul fatto e decisi nel rivendicarlo. Altre volte si è farneticato che “siamo tutti colpevoli”, magari parlando delle “scelte di una generazione”, cercando così di coinvolgere – almeno emotivamente – tanti militanti di sinistra nelle scelte e nelle azioni dei lottarmatisti. Sulla falsariga degli allucinanti proclami letti dai brigatisti in tribunale, si è parlato di “repressione alla sudamericana”, sempre indiscriminata, mentre la realtà era ed è ben diversa: forte della lezione del ’69 – quando la montatura anti-anarchica mostrò presto la corda – il Potere sta agendo, negli ultimi anni, con maggiore precisione, con attenta discriminazione, alternando retate intimidatorie e operazioni specifiche con obiettivo preciso. Si trattava di cogliere questa significativa differenza rispetto al passato, continuando a combattere tutte le battaglie “combattibili” ma evitando di coprirsi di ridicolo. Ci si è invece rifiutati strumentalmente di distinguere tra la doverosa solidarietà umana con le vittime della repressione ed il sostegno politico alle loro azioni – sostegno che può e deve esserci solo quando ci sia sostanziale coerenza tra chi promuove la campagna e chi rivendica il suo gesto.

Il movimento “rivoluzionario” si è comportato così in modo doppiamente suicida: da una parte si è limitato a fungere da cassa di risonanza delle tematiche e financo degli slogan delle organizzazioni lottarmatiste e dei gruppi loro sostenitori, dall’altra si è giocato quel patrimonio indispensabile per qualsiasi minoranza che è appunto la credibilità. E lo scotto lo stiamo pagando oggi, quando il Potere sta accentuando la sua repressione apparentemente “morbida” e lo può fare con ben maggiore tranquillità che in passato.

La situazione è tutt’altro che allegra. Certo è che il folle progetto lottarmatista va combattuto e battuto anche sui terreni – quali il carcerario e le campagne antirepressive – sui quali è riuscito a imporre in questi anni, anche grazie a tanti utili idioti, la sua egemonia. La situazione carceraria, per fare un esempio, è gravissima, esplosiva: la violenza provocata dall’istituzione totale, commistionata a quella sociale compressa tra quattro mura, ha trasformato le carceri in un’infamia ancor più allucinante che in passato – un’infamia che simboleggia l’attuale assurdo assetto sociale. Non si può accettare che le B.R. ed i loro accoliti si facciano “rappresentanti” di questo malcontento, di questa volontà di lotta e di trasformazione sociale. E se nel breve periodo non si può ragionevolmente pensare di sconfiggerle, bisogna comunque muoversi in questa direzione, perché Stato e lottarmatismo – non ci stancheremo mai di ripeterlo – si muovono su binari paralleli, funzionali l’uno all’altro e soprattutto entrambi funzionali alla cultura del dominio, della delega, del potere.

Sul doppio fronte della lotta contro il Potere istituzionale (lo Stato) e contro gli aspiranti “nuovi” padroni delle Brigate Rosse (che già oggi tendono a imporre, ovunque possono, il loro “potere rosso”), è necessario riprendere con decisione l’attività di controinformazione e di lotta, partendo proprio da quei casi di smaccata ingiustizia, di palese violazione della verità e delle stesse norme giudiziarie che il Potere si è dato. Partendo da queste vicende, da questi casi giudiziari, è necessario allargare il discorso alla repressione in generale, analizzando e smascherando il funzionamento delle istituzioni, in primis della giustizia.

Significativa è la vicenda giudiziaria della compagna Monica Giorgi, condannata lo scorso luglio ad oltre 10 anni di carcere, al termine di un processo allucinante (ne abbiamo riferito sugli scorsi numeri della rivista) e attualmente detenuta nella sezione speciale femminile del carcere di Messina. Si è trattato di un processo-farsa, nel corso del quale non solo non sono emerse prove a carico di Monica, ma sono addirittura crollati quei pochi indizi che l’accusa aveva costruito grazie alla collaborazione di due “pentiti”. Alla difesa è stato impedito, in alcune fondamentali fasi processuali, di svolgere il suo compito e, fra l’altro, di denunciare in aula alcune “oscurità” (quanto mai chiare!) dell’istruttoria. Insomma, sia per gli aspetti processuali sia per il comportamento di Monica (che ha ribadito la sua estraneità al lottarmatismo, rivendicando invece la sua passata militanza anarchica), questa vicenda permette di passare dalla doverosa solidarietà umana alla più generale denuncia della “giustizia”, senza alcun cedimento alla logica lottarmatista. Battaglie come questa debbono essere combattute con decisione, se non si vuole che il Potere, approfittando dell’assenza di qualsiasi opposizione, la faccia sempre più da padrone, in maniera sempre più cinica e sfacciata. A simili battaglie di giustizia possiamo e dobbiamo cercar di coinvolgere quanta più gente possibile, in un nuovo corale atto d’accusa contro quella “giustizia” di Stato che in Spoon River non a caso era simboleggiata da una baldracca.

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