A rivista anarchica n96 Novembre 1981 Monica Giorgi condannata. Motivazione: anarchica di Camillo Levi

A metà ottobre, tre mesi dopo la conclusione del processo, sono state depositate e rese pubbliche le motivazioni della sentenza contro la nostra compagna Monica Giorgi, condannata a 12 anni (di cui 2 condonati) e 6 mesi dalla Corte d’Assise di Livorno. Degno coronamento di un’istruttoria e di un processo allucinanti, queste motivazioni meritano di esser conosciute, esaminate, direi quasi pubblicizzate: pochi documenti meglio di questo testimoniano delle infamie di cui è capace una “giustizia” di Stato decisa a condannare a qualsiasi costo una persona “scomoda”. Non abbiamo ancora avuto modo di leggere l’intera sentenza, né in particolare le 40 pagine dedicate esclusivamente a Monica: quanto ne riferiscono i giornali, comunque, è più che sufficiente per parlarne e per prender pubblica posizione contro questa ulteriore pietra, nel castello di falsità e montature costruito con cinica sistematicità per tener dentro Monica.

I punti di forza contro Monica sono più o meno sempre quelli. Innanzitutto, Enrico Paghera, il “pentito”, il grande accusatore di Monica e di altri compagni. Ma Paghera è davvero attendibile? Nemmeno i giudici se la sentono di rispondere affermativamente: debbono riconoscere che in lui, nella sua deposizione, ci sono palesi contraddizioni, anche macroscopiche si legge testualmente, ma si affrettano poi a sostenere che, ciononostante, bisogna credergli, almeno parzialmente. Dove “parzialmente” sta a significare “per quanto riguarda Monica Giorgi”: le sue accuse contro altri coimputati (si pensi all’avvocato anarchico Gabriele Fuga), parimenti smantellate nel corso del dibattimento processuale, non sono state credute dalla Corte: per Monica, però, è un altro discorso. Ma poi questo Paghera è davvero un pentito? Pentito non si può esattamente definire – precisa la Corte – perché egli non ha manifestato nessuno dei comportamenti tipici di chi si pente di quanto abbia commesso… ha parlato di una completa revisione del suo orientamento ideologico, scaturita dalle accuse di tradimento, a suo dire ingiustamente rivoltegli dai compagni, nonché dell’accoltellamento di cui fu vittima come punizione di quell’atto infame…. Ma allora perché Paghera si è messo ad accusare a destra e a manca, se non è nemmeno un pentito? Ha offerto rivelazioni in cambio della sua incolumità fisica, afferma la Corte, ben sapendo che Paghera non aveva molto da raccontare, ma solo da inventare o da ripetere quanto gli era stato ordinato di “raccontare”: come appunto dimostrò la sua deposizione in aula, sdegnosamente interrotta dallo stesso Paghera quando si accorse di esser rimasto irrimediabilmente invischiato nelle contraddittorie menzogne che aveva raccontato.

Ma non c’è solo Paghera ad accusare concretamente la Giorgi, si affretta a precisare la Corte: la sentenza infatti è stata emessa soprattutto sulla base di elementi di prova oggettivi e comunque diversi dalle accuse mosse da Paghera. Quali? Tra gli altri, i giudici segnalano il fatto che Monica ad un certo punto rallentò il suo impegno politico e di conseguenza i suoi contatti con i compagni: Monica stessa, nel corso del processo, ha chiarito esaurientemente (e francamente non c’era molto da chiarire) il perché ed il come di questo suo distacco dall’attività militante. Evidentemente la Corte, non potendosi attaccare ad altro, deve continuare ad imbastire assurde speculazioni su ciò. Ma c’è di peggio: il fatto che due testimoni, che in istruttoria avevano dichiarato di riconoscere in Monica la donna vista in compagnia di alcuni del sequestro Neri, abbiano poi dichiarato in aula di non poter confermare quella dichiarazione, ed anzi che Monica non era quella donna, viene giudicato dalla Corte inspiegabile e addirittura lo si considera un’aggravante della posizione di Monica.

La prova-regina della responsabilità di Monica nel sequestro Neri è, per la Corte, il bigliettino trovato in tasca a Salvatore Cinieri (ucciso in carcere due anni fa, quindi… non c’è il rischio che possa smentire i fatti), in cui si parlava minuziosamente del modo di impiego di una bomboletta di gas soporifero. A parte il fatto che Monica ha chiarito che di quelle bombolette si parlò per lungo tempo in ambito femminista quali strumenti anti-aggressione, il fatto più “sporco” è che di questo bigliettino non si è parlato che al processo: nella fase istruttoria, ed in particolare negli elenchi dettagliati dei reperti dell’accusa, non ve n’è mai stata nemmeno una traccia. Come la mettiamo, signori della Corte?

Ma tant’è. Bastano un bigliettino saltato fuori “misteriosamente” e che comunque non prova niente, le accuse di un quasi-pentito al quale nemmeno la Corte se la sente di garantire credibilità e qualche deduzione senza costrutto per dimostrare che una persona ha partecipato ad un rapimento, durante il quale ci furono anche tre tentati omicidi, dei quali pure deve dunque essere colpevole. Risultato: 10 anni e 6 mesi di carcere.

C’è poco da aggiungere. Come ha dichiarato la Federazione anarchica livornese, aderente alla F.A.I., in un suo comunicato/stampa all’indomani del deposito delle motivazioni della sentenza, queste non fanno che confermare il carattere politico del processo. Oltre ad evidenziare le incongruenze e le assurdità sopra citate, i compagni di Livorno sottolineano che non esistendo prove degne di tale nome, per dimostrare la sua partecipazione al tentato sequestro Neri, sono state usate a tale scopo le affermazioni politiche contenute nei bollettini di “Niente più sbarre”. E questo alla faccia della libertà di esprimere e diffondere le proprie idee (qualunque esse siano) garantita dalla Costituzione. Ed è infatti questo l’elemento in più che ci conferma che, come pochi altri, questo contro Monica è stato un processo alle idee, alla militanza, alla figura davvero scomoda di questa nostra compagna.

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