A rivista anarchica n100 Aprile 1982 Tortura. Torquemada in Italia di Paolo Finzi

Su questa faccenda delle torture avete scritto un sacco di puttanate. Ogni poliziotto che sa fare il suo mestiere se ne accorge subito. Prendi l’acqua e il sale. Sì, è vero, in qualche caso l’abbiamo usata. Ma mica come si è raccontato. Quella storia dei litri buttati giù a forza… di solito basta il primo bicchiere. E per farlo bere ti bastano due dita dietro la testa. Poi non devi fare più niente. L’interrogato ha bisogno di bere. Gli lasci il bottiglione e te ne vai a prendere un caffè. Quando torni, l’acqua e sale se l’è finita di bere lui, da solo. Gliene lasci ancora. Butta fuori tutto, da sopra e da sotto; ma non può smettere di bere. Basta che tu torni dopo un po’, con una bella bottiglia di acqua fresca e pulita, magari con le goccioline che scendono lungo il vetro.

Che le cose, però, non stiano esattamente così, come le descrive su La Repubblica (18 marzo) un anonimo investigatore di polizia (che – viene precisato – ha partecipato in prima persona alle fasi più delicate e calde dell’inchiesta Dozier), ci sono innumerevoli testimonianze a dimostrarlo. Innanzitutto, le denunce – spesso uscite per vie traverse – delle vittime di questi episodi di vera e propria tortura. Che non si tratti di sicuro di singoli episodi isolati, lo conferma, da Londra, anche David Braham, responsabile dell'”unità di ricerca” per l’Italia di Amnesty International, l’organizzazione internazionale che da anni si batte contro la tortura e la pena di morte. Abbiamo già raccolto una massa di indizi impressionante – ha dichiarato Braham – Riceviamo segnalazioni di casi di tortura da tre mesi, e con particolare intensità ne abbiamo avute nelle ultime settimane. Tenendo presenti la tradizionale lentezza di Amnesty International e la sua disponibilità a muoversi solo sulla base di una rigorosa e verificata documentazione, si ha un’autorevole conferma che la tortura in Italia c’è. Che non si tratti solo dell’iniziativa “scomposta” di qualche poliziotto particolarmente incarognito, ma di un preciso “stile” operativo sollecitato e comunque avallato “dall’alto”, lo dimostrano – oltre al numero stesso degli episodi denunciati – le precise dichiarazioni rilasciate da alcuni funzionari ed agenti di polizia iscritti al SIULP: dichiarazioni, queste, che hanno suscitato l’indignata reazione dei difensori ad oltranza della repressione, ma che – guarda caso – coincidono sostanzialmente con i racconti delle vittime della tortura. Come nel caso di Alberta Biliato, imputata nel caso Dozier. Un poliziotto, presente nel commissariato di P.S. a Mestre, ha raccontato infatti (sul numero citato de La Repubblica) che, affacciatosi in una stanza riservata, si era sentito gridare “E tu che cazzo vuoi?” ed era stato spinto via. Ma qualcosa ho visto. Al centro della stanza c’era una ragazza con la testa incappucciata da qualcosa di bianco, forse un asciugamano: da sotto spuntavano dei capelli biondi. Uno dei tre che stava dentro, tutta gente arrivata da fuori, era accanto alla ragazza e la faceva girare su se stessa. L’ha anche colpita al capo (…). Chi fosse quella ragazza lo si è potuto capire appena Alberta Biliato è riuscita a far pervenire alla stampa il resoconto del suo arresto. (…) Dalla questura di Treviso venni subito portata al commissariato di P.S. a Mestre in via Ca’ Rossa (…) I poliziotti di Treviso se ne andarono quasi subito ed entrarono quelli del posto che, dall’accento che avevano, presumo fossero romani o meridionali (…) Mi rimisero la benda ed anche un cappuccio di lana in testa che lasciava fuori solo la bocca. Mi fecero rimanere ancora a lungo in piedi e ad un tratto mi fecero girare vorticosamente con le loro mani altrimenti sarei andata a sbattere la testa contro qualche cosa (…) Un poliziotto che in seguito sentii chiamare maresciallo, mi diede una scarica di schiaffi prima su una guancia e poi sull’altra. Quindi mi bendarono e cominciarono ancora con l’acqua e sale. Ml fecero bere con un bicchiere a forza non so quanta acqua in varie riprese. Io ogni volta vomitavo. Visto che non riuscivo a trattenerla, mi fecero stendere su di una tavola e bere ancora, immobilizzandomi poi con un bastone sulla bocca aperta per darmi modo di respirare ma impedendomi così di vomitare (…) Alcuni mi tenevano le braccia, altri mi tolsero gli stivali e cominciarono a bastonarmi sotto le piante dei piedi. Smisero per un po’ e poi lo rifecero (…) Mi denudarono completamente e uno seduto dietro di me fece l’atto di infilarmi un bastone nell’ano e nella vagina, me lo appoggiò spingendo solo un po’. Mi picchiarono quindi sulle anche e sulle gambe con un bastone (…) Tutta la notte la passai bendata e in piedi, a volte con le braccia alzate, a volte inginocchiata. Quando fu mattina (così mi dissero), sempre il maresciallo mi alzò la maglietta e minacciò con l’accendino di bruciarmi i capezzoli e le mani. Quindi mi tirò fortemente sempre i capezzoli, e me li stritolò in tutte le maniere e a lungo, tanto che i giorni successivi mi si screpolarono tutti (…) Mi portarono quindi al piano superiore nell’archivio. Erano in parecchi, mi colpirono al capo minacciandomi di appendermi nuda ed ammanettata ad un gancio del soffitto fino a quando non avessi parlato (…) Io mi reggevo malamente sulle gambe, ero di nuovo bendata. Poi il maresciallo (lo riconobbi dalla voce) mi sbottonò i calzoni (indossavo una tuta) e mi introdusse per varie volte una mano nella vagina. Tornarono anche gli altri. Uno mi si sedette davanti ed anche lui mi infilò una mano nei pantaloni tirandomi fortemente i peli del pube. Mi disse che se non avessi parlato me li avrebbe strappati uno a uno (…).

Non saremo certo noi anarchici a stupirci del fatto che polizia e carabinieri utilizzino sistematicamente la tortura. Un simile stupore lo lasciamo a tutti coloro che (ingenui? imbecilli?) continuano a illudersi che vi possano essere poteri “buoni”. Né è da oggi che nell’Italia democratica e antifascista simili metodi vengono usati, anche se non in tale misura e con tale sistematicità. Conosciamo troppo bene la storia, per averla vissuta – come movimento anarchico – sulla nostra pellaccia, per poter cadere nell’errore di sottovalutare il cinismo del potere e dei suoi cani da guardia. Se è certamente vero che la lotta armata, qual è stata condotta in questi anni, ha sortito l’effetto di rendere più efficiente l’apparato repressivo statale (restringendo, al contempo, l’area di simpatia e di impegno di chi vi si oppone), non si deve dimenticare che il potere si è sempre servito dei mezzi giudicati più efficaci (e sbrigativi) per combattere i suoi oppositori. Senza tornare tanto indietro, ricordiamo che Pinelli fu assassinato nella questura di Milano (pare, dopo un pestaggio con colpi di karatè) quando ancora di lotta armata non si parlava nemmeno. E che, negli stessi locali, l’anno successivo l’anarchico Braschi veniva fatto sedere sulla finestra e invitato a “fare come Pinelli”, se proprio non voleva “confessare” quel che i poliziotti volevano. In questo contesto, la nostra denuncia della tortura sistematica ha ben poco a che spartire con quella (peraltro assai timida) portata avanti dai comunisti e da altre forze d’opposizione. Dopo aver promosso e fatto propria la strumentalizzazione ossessiva e martellante del lottarmatismo ai fini del progetto di “solidarietà nazionale, il P.C.I., ora che vuole accentuare il suo carattere di “lotta”, non perde occasione per mettere in difficoltà il governo. Anche la denuncia delle torture serve strumentalmente a questo scopo: una denuncia limitata alle “presunte deviazioni”, al comportamento di questo o quel funzionario, meglio ancora se piduista come uno dei torturatori di Mestre. La nostra, invece, è una denuncia dell’intero sistema repressivo, di cui la tortura sistematica è uno degli aspetti più sconvolgenti, ma resta pur sempre parte di una questione ben più vasta. Non si può accettare che mentre si denunciano gli aspetti più bestiali della repressione, si finisca con l’accettare come “cose normali” i pestaggi nelle carceri, i braccetti speciali, le detenzioni preventive che durano anni (quelli del 7 aprile compiono in questi giorni i 3 anni di “preventivo”), i falsi pentimenti, la cultura della delazione, ecc. ecc..

E, d’altra parte, quale credibilità può avere la “campagna” contro la tortura portata avanti dalle B.R. e da quanto rimane del fronte lottarmatista? Dopo aver predicato per anni l’uso illimitato della violenza, dopo aver eretto la ferocia delle gambizzazioni a sistema di lotta, dopo aver spinto in tutti i modi verso la logica della guerra, a che cosa possono oggi appellarsi? Al senso di umanità su cui hanno sempre sputato? A un’opinione pubblica che hanno sempre disprezzato? Non è forse questo un risultato (prevedibile) dell'”innalzamento del livello di scontro”?

***

Questa dichiarazione, con le firme di una trentina di compagni/e che l’hanno sottoscritta, è stata distribuita a Venezia e dintorni sotto forma di volantino.

Di fronte ad un clima di tensione, di intimidazione, di terrorismo, di provocazione, che non accenna a diminuire.

Alla tracotante prevaricazione del potere che sempre più calpesta ignobilmente anche i più elementari diritti del vivere civile.

Agli arresti che ricordano i tanto biasimati metodi della repressione latino-americana e quindi al sequestro di persone per giorni e giorni senza che nessuno, avvocati o familiari, sappia dove si trovino.

Ai pestaggi indiscriminati di gente fermata e per qualsiasi motivo portata in questura e torture con l’appoggio di squadre speciali.

Di fronte all’uso di una stampa complice e sottomessa, che velatamente appoggia e garantisce questo stato di cose e che trova più comodo condannare ampiamente le ingiustizie e le atrocità degli altri paesi e nascondere gli abusi di casa propria, nonostante la televisione di regime – come nel Medio Evo, quando venivano pubblicamente eseguite le sentenze e le torture più raffinate – ci faccia vedere i volti tumefatti dei presunti terroristi che denunciano a milioni di sordi di essere stati “torturati”.

Di fronte a questa situazione generale che rischia di diventare parte integrante del nostro vivere sociale, che annulla con un sol colpo di spugna libertà e diritti che si credevano ampiamente acquisiti, un gruppo di militanti anarchici ha ritenuto doveroso denunciare pubblicamente tutto ciò, quando di pubblico c’è solo la parola arrogante del potere, firmando direttamente con nome e cognome questa lettera aperta:

Non siamo brigatisti, fiancheggiatori o loro simpatizzanti; fin dal suo primo sorgere abbiamo criticato e combattuto la strategia della lotta armata in Italia, autoritaria e leninista nella sua concezione, fanatica e perdente nella sua pratica.

Lo Stato, il Potere, da questo scontro, non poteva che rafforzarsi.

Il tempo ci ha dato ragione.

L’inasprimento della “guerra privata” brigate rosse/frange affini e Stato italiano ha portato non già all’acuirsi della lotta sociale, che sempre meno si è riconosciuta in questo scontro, ma alla generalizzazione delle leggi di guerra su scala sociale.

La destra più forcaiola italiana con i suoi deliranti messaggi di morte non poteva sperare di meglio.

L’informazione, abilmente manipolata dagli organi di regime, ha avuto buon gioco nello stimolare nella pubblica opinione uno stato di insicurezza generale, al quale non poteva che corrispondere una richiesta di ordine e di sicurezza e, di conseguenza, una maggiore identificazione dell’individuo medio con il potere, unico garante delle paure inconsce che le sottili maglie della psicologia sociale ha saputo risvegliare attraverso il fantasma del terrorismo.

La guerra privata dei brigatisti ha creato il pretesto e la possibilità – vecchio sogno da sempre accarezzato – di criminalizzare le lotte sociali; il dissenso diventa sinonimo di terrorismo; molti compagni vengono condannati senza l’ombra di una prova e solo in base alle dichiarazioni dei quanto mai provvidenziali “pentiti”.

Emblematico il caso di MONICA GIORGI, attiva militante anarchica livornese, condannata a 12 anni di galera per accuse legate al terrorismo, in base alle sole dichiarazioni del pentito di turno, definito equivoco dagli stessi magistrati istruttori.

NON CHIEDIAMO AL POTERE DI RISPETTARE DELLE LEGGI CHE ESSO STESSO CALPESTA DOPO ESSERSENE ERETTO A DIFENSORE: DENUNCIAMO E BASTA.

Ci appelliamo a quanti amano la propria libertà al pari di quella degli altri, perché sappiano che non esiste potere che garantisca qualsivoglia diritto, ma solo la propria forza e la volontà di essere comunque UOMINI E DONNE LIBERI!!!

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