A rivista anarchica n101 Maggio 1982 Scarcerata Monica Giorgi. Una nostra vittoria di Paolo Finzi

Se c’è una cosa da cui rifuggiamo, è il trionfalismo: quel pessimo costume, assai diffuso, per cui si “gonfiano” gli avvenimenti per poi attribuirsene il merito esclusivo. Di fronte alla sentenza di Firenze, dunque, non abbiamo alcuna remora a cantar vittoria, ad affermare a testa alta che la scarcerazione di Monica Giorgi è anche e soprattutto una nostra vittoria: la vittoria di chi – pochissimi davvero, all’inizio – ha voluto combattere questa battaglia, comprendendo che, al di là della pur fondamentale solidarietà con Monica, erano in gioco aspetti più generali.

C’era un’ignobile montatura da smascherare, mettendo a nudo i perversi meccanismi dell’infamia di Stato. C’era l’imbarbarimento della giustizia da denunciare, chiarendo alla gente – con gli esempi concreti che la vicenda di Monica offriva a iosa – come il pretesto della lotta contro il terrorismo venga utilizzato per colpire chi non si allinea al potere. C’era una perfida campagna-stampa da controbattere, abilmente dosata con calunnie e silenzi. C’era, dal luglio scorso, la pesantissima sentenza di primo grado da contrattaccare, denunciare, ribaltare. C’era da mettere in luce la sostanziale convergenza, dentro e fuori il carcere, tra il disegno di uno Stato sempre più forte (in nome della democrazia) ed il folle progetto lottarmatista (in nome del proletariato). C’era, insomma, tutta una battaglia da condurre, una battaglia difficile, irta di ostacoli che noi per primi abbiamo sempre avuto presenti e rammentato, perché a facili entusiasmi non seguissero nefaste disillusioni.

Quando, pubblicando su “A” nell’estate ’80 la prima lettera di Monica (“Carissimi, dolcissimi compagni”), iniziammo la campagna, per lungo tempo restarono in pochi ad agitare il caso di Monica. Nemmeno il processo di primo grado e l’allucinante sentenza che lo concluse valsero a stimolare più di tanto la controinformazione e la mobilitazione. Eppure quel diuturno lavoro di contatti, di sensibilizzazione che, dai pochissimi che eravamo, fu portato avanti in quei mesi, tra scetticismo e malcelata indifferenza, ha poi dato qualche frutto. Di fronte all’eccezionalità della battaglia, all’importanza della posta in gioco, quanto si riusciva a fare ci sembrava sempre poco, drammaticamente troppo poco: ma questo poco era pur sempre qualcosa, e su questo qualcosa, altro si è andato aggiungendo. È andato aumentando il numero di coloro che scrivevano a Monica, che davano una mano finanziariamente, sono sorti comitati pro-Giorgi, vari compagni e gruppi (quasi tutti anarchici, comunque libertari) hanno promosso iniziative di solidarietà, di controinformazione, di lotta. Fra i numerosi giuristi, giornalisti, politici con fama di “garantisti” che furono contattati, tra mille silenzi e falsi assensi qualcuno ha dato segni di interessamento. E nelle ultime settimane prima del processo, come auspicavamo sul numero di marzo (quello con la copertina “Monica libera!”), la mobilitazione si è andata intensificando. Tutto ciò, ne siamo fermamente convinti, ha pesato sulla sentenza – non certo direttamente. Come ha pesato sul fatto che, per esempio, “Lotta Continua” abbia seguito il processo con un inviato, dando conto quotidianamente, con dettagliati resoconti, dell’andamento del processo.

Questa nostra attività, in piena sintonia con il comportamento dignitoso e le lucide posizioni espresse da Monica, ha dimostrato che è possibile vincere, anche sul piano giudiziario, battaglie di questa portata. Di fronte alle incertezze, ai dubbi, alle disillusioni che in questa nostra epoca sono ben più frequenti delle “vittorie”, è questo un dato positivo che ha una sua grande importanza. Qualcuno, certo, non mancherà di osservare che sentenze come questa di Firenze vengono “riciclate” dal potere per ridarsi nuova credibilità, per convogliare su di sé nuova fiducia. Certo, anche questo è in parte vero. Ma sarebbe tragicamente infantile limitarsi a cogliere questo aspetto, senza comprendere che il crollo di questa montatura politico-giudiziaria segna innanzitutto uno smacco per le istituzioni, un pesante calo di credibilità. Ne esce per contro rafforzata quella di chi è riuscito a far affermare, anche sul terreno giudiziario, quella verità che abbiamo sempre continuato a sostenere, anche quando tutti – forti della sentenza di primo grado – ci davano contro.

E, al di là della stessa battaglia giudiziaria, c’è la coscienza di aver dato un contributo positivo, costruttivo alla nostra immagine come movimento. I pochi o tanti che si sono in qualche modo interessati al caso Giorgi hanno ricevuto un messaggio positivo, di lotta cosciente, tenace ma al contempo umana, che niente ha a che vedere con i metodi e le finalità di quel terrorismo cui il potere voleva assimilare Monica per poterla così stroncare. Anche in questo caso, colpendo Monica, con il suo passato di attiva, generosa, conosciuta militante anarchica, si è cercato di colpire più a fondo, più in là.

Non sono più questi i tempi della campagna Valpreda, né è pensabile un accostamento tra quella e questa per Monica. Se però qualcosa le può accomunare, al di là della sofferta scarcerazione del compagno/a, è proprio un dato di fatto segnalato prima: l’averla cioè iniziata in pochi, pochissimi, riuscendo poi – allora a macchia d’olio, oggi fra mille difficoltà – a farne in varia misura un caso di pubblico dominio, un boomerang contro il potere per metterne a nudo bassezze e ingiustizie.

Da questa nostra battaglia vinta traiamo un nuovo stimolo per le altre battaglie che ci aspettano, nuova speranza di poterle vincere, nel solco dell’impegno umano, costante, militante che è il segno del nostro agire sociale.

La sentenza

Al termine del processo di Livorno, Monica era stata condannata a 12 anni e 6 mesi, dei quali 2 anni condonati, per reati associativi nonché per il tentato rapimento dell’armatore Neri (con i tre tentati omicidi connessi, per i tre agenti feriti durante il tentato rapimento). Ora Monica è stata assolta, per insufficienza di prove, dall’intero affaire Neri, nonché – come già a Livorno – per il ferimento a Pisa del dott. Mammoli (il medico che lasciò morire in carcere l’anarchico Serantini) e per un furto d’auto a Massa. È stata invece condannata a 2 anni per banda armata, pare (ma lo si saprà con chiarezza solo quando verranno pubblicate le motivazioni della sentenza) in relazione alla sua attività nel collettivo “Niente più sbarre” (che pubblicava l’omonimo bollettino) e alla sua corrispondenza con numerosi carcerati. La difesa di Monica ha annunciato subito di voler interporre appello, affinché la Cassazione cancelli anche questi residui della montatura contro Monica. Sia le attività del collettivo “Niente più sbarre” sia l’intensa corrispondenza tenuta per anni da Monica con decine di carcerati, infatti, si sono svolte alla luce del sole: le stesse lettere di Monica acquisite agli atti del processo sono tutte “regolari”, con tanto di visto (quando questo era applicato dalle autorità carcerarie). Questa sentenza della Corte d’Appello di Firenze, dunque, che pure salutiamo con gioia perché segna il crollo di una montatura e la scarcerazione di una compagna, non ha saputo andare fino in fondo nell’opera di riparazione all’ingiustizia sancita a Livorno. La condanna a due anni per Monica, oltre che posticcia “giustificazione” per i due anni di vita rubatile, suona insulto alla libertà di parola, di scritto e in genere di espressione.

Anche a gran parte degli altri imputati le pene sono state sostanzialmente ridotte.

Com’era prevedibile, il p.m. Guttadauro interporrà appello perché l’ingiustizia trionfi. È il suo mestiere.

CRONACA DEL PROCESSO

Il processo inizia regolarmente lunedì 19 aprile, in un’aula della Corte d’Assise che una volta era una chiesa. Ci sono tutti: i poliziotti all’esterno con il mitra, che perquisiscono con il piccolissimo metal-detector (utilissimo per svelare la presenza di chiavi, monete e gettoni telefonici), quelli dentro sparsi tra il pubblico (chi in divisa, chi in borghese), e poi oltre la transenna – alcune imputate a piede libero, qualche giornalista, gli avvocati, la Corte (quasi tutti i giudici popolari sono donne), gli onnipresenti carabinieri e infine, nella gabbia, loro, gli imputati. Una forte emozione provoca l’arrivo in gabbia di Salvatore Cirincione: è sorretto dagli infermieri che lo adagiano in un angolo della gabbia. Il volto sconvolto ed il sacchetto del catetere testimoniano, ben più delle tre istanze finora presentate dalla difesa e sempre respinte, dell’urgente necessità di un suo ricovero ospedaliero: da mesi ha perso l’uso dei reni, in seguito alle percosse subite, ed è semiparalizzato al lato sinistro. E’ un imputato “minore”, condannato a pochi anni per soli reati associativi: la sua salute, comunque vada il processo per lui, è già stata compromessa. Tra gli imputati a piede libero manca in aula solo l’avvocato anarchico Gabriele Fuga, ma la sua posizione viene subito stralciata per un vizio di forma (la convocazione al processo gli è stata inviata ad un recapito inesatto) e Fuga esce così definitavamente da questo processo: sarà processato in futuro, separatamente.

La prima udienza – presenti un’ottantina tra i parenti e compagni, quasi tutti venuti da fuori – si apre con la relazione del giudice a latere Fusaro, cui spetta il compito di presentare una specie di riassunto del processo di primo grado e dei motivi d’appello presentati dalla difesa e dall’accusa. Già da questa sintetica carrellata, la figura di Enrico Paghera – intorno alle cui “rivelazioni” ruota tutto il processo – esce distrutta, la sua credibilità praticamente nulla: qualcuno del pubblico che entra in ritardo e non sa come funzionano i processi, crede che stia parlando un’avvocato della difesa. E invece sono solo i fatti, nudi e crudi, a deporre a favore di Monica.

La sera, nella sala socialista “L’incontro”, poco distante dall’aula del processo, la vicenda di Monica è al centro di un dibattito promosso dal Comitato di solidarietà con Monica Giorgi, di Livorno. Intervengono l’avvocato Nino Filastò, il giornalista Pio Baldelli (protagonista dieci anni fa di un clamoroso processo intentatogli da Calabresi per quanto “Lotta Continua” aveva scritto in merito ala sua responsabilità nell’assassinio di Pinelli) ed il deputato socialista Giacomo Mancini: introduce la discussione un redattore di “A”. Nonostante il dibattito sia stato organizzato all’ultimo momento ed i manifesti di convocazione subito strappati o coperti, almeno 250 persone affollano “L’incontro”. A metà dibattito Barbara Giorgi, una delle due attivissime sorelle di Monica, è colta da malore e ricoverata d’urgenza in ospedale: la lotta stressante contro le ingiustizie comporta anche questi costi.

Il p.m. per Monica: sedici anni e mezzo

Martedì mattina riprende il processo con la requisitoria del pubblico ministero Guttadauro. A sentir lui, Paghera è una rispettabilissima persona, spinta da nobili ideali a collaborare con la giustizia perchè il bene trionfi. Monica, invece, è colpevole di tutto, anche di ciò per cui fu assolta in primo grado: morale, invece di 12 anni e mezzo, bisogna dargliene 16 e mezzo. E anche agli altri imputati, già che ci siamo, si aumentino un pò a tutti le pene.

Mentre, all’indomani, iniziano gli interventi dei numerosi difensori degli imputati, Adriano Sofri (che quotidianamente segue il processo per “Lotta Continua“) raccoglie a Roma una testimonianza del deputato radicale Mimmo Pinto, in merito a dichiarazioni fattegli lo scorso anno da Daniela Pari, la fidanzata di Vincenzo Oliva: in poche parole, la Pari avrebbe rivelato a Pinto che all’Oliva era stato chiesto di confermare quanto dichiarato da Paghera, in cambio di notevoli riduzioni della pena. Una prova in più della macchinazione che sta dietro all’istruttoria e al processo: la Corte acquisisce agli atti. Oliva, comunque, già al processo di Livorno si era talmente contraddetto da venir buttato fuori dall’aula dal presidente, per scomparire così definitavamente dal processo (anche se, in verità, il p.m. Guttadauro ha cercato disperatamente di recuperarlo, criticando perfino la decisione del presidente che a Livorno lo aveva espulso in malo modo).

Giovedì 22 la presenza del pubblico in aula, già drasticamente calata dopo la prima udienza, si è ormai ridotta a poche unità: un fatto negativo sul quale non si può sorvolare. Gli avvocati, intanto, proseguono le loro arringhe.

Le dodici menzogne di Paghera

Venerdì 23, un fatto positivo. Finalmente la Corte concede la libertà provvisoria a Cirincione, che si fa ricoverare e può forse sperare di recuperare parzialmente la salute così gravemente compromessa. Ci sono voluti mesi, ma alla fine…

Sempre venerdì inizia la sua arringa l’avv. Filastò: a sera non ha ancora terminato. Riprende lunedì mattina e parla ancora per tre ore: tutte le cosiddette “prove” contro Monica vengono analizzate minuziosamente e smontate. Di Paghera vengono messe in luce le 12 principali menzogne. E’ un’arringa appassionata e lucida, al termine della quale Filastò ha un collasso e viene ricoverato in ospedale. Nell’udienza pomeridiana di lunedì 26, il p.m. Guttadauro replica ai difensori e conferma la sua fiducia nell’attendibilità di Paghera e di Oliva: si indigna al solo sospetto che polizia e magistratura possano aver “macchinato” contro Monica. Poliziotti, magistrati e loro collaboratori (pentiti o simili) hanno sempre ragione, chi lo mette in dubbio offende le istituzioni. Il p.m. si scaglia contro Monica, ma nella foga accusatoria sbaglia qualche data, si contraddice, è vistosamente impreciso. E il giudice a latere non manca di farglielo notare.

Fine di un incubo

Mercoledì 28, l’ultima udienza. Al mattino le ultime repliche degli avvocati: Filastò (ripresosi dopo il malore di lunedì), Menzione e Mori. “Giustizia e libertà per Monica” chiede in conclusione Menzione “quella stessa giustizia e quella stessa libertà per cui lei si è sempre tanto impegnata”. Alle 11 la Corte si ritira, l’aula viene chiusa e il pubblico (una trentina tra parenti, amici, compagni) si ritrova sul marciapiede lì davanti, nel bar, per un’attesa estenuante. “Se stanno dentro tanto, è un buon segno” “Ma va là, vuol dire che la vogliono stangare” “Certo, dopo l’attentato delle B.R. ieri a Napoli…” “Secondo te quanto le danno?”. Per otto ore, mentre la tensione e la stanchezza crescono, è un continuo alternarsi di voci, previsioni, discorsi fatti così tanto per non pensare al peggio. Poi alle 7 e mezzo di sera, l’aula viene riaperta e il pubblico riammesso, dopo i consueti controlli. Gli imputati sono già in gabbia, Monica fa avanti e indietro, gira in tutti i sensi, la tensione le sprizza dai pori. Si aspetta l’entrata della Corte da un attimo all’altro, ma passa quasi un’ora prima che arrivi. Le prime parole del presidente fanno intendere a qualcuno che forse…”Non accetterò in quest’aula manifestazioni di gioia o di rabbia per quanto dirò” premette. Poi incomincia a parlare e, come spesso durante questo processo, si sente poco e si capisce meno. Ma quando comincia a elencare tutte le imputazioni, rispetto a cui Monica è assolta, non c’è chi non capisca. Tra il pubblico c’è chi salta, chi piange, chi ride, chi applaude, è la fine di un incubo. Nella gabbia, Monica salta, urla, saluta: si arrampica su e giù come una scimmia, salta come un grillo impazzito. Un quarto d’ora dopo si è già al reparto chirurgia dell’ospedale Santa Maria Nuova: Barbara (ancora ricoverata dopo il collasso avuto il giorno iniziale del processo) salta anche lei dalla gioia. E anche in corsia, per qualche minuto, è un putiferio di abbracci, baci, pacche sulla spalla. Manca solo Monica: deve farsi ancora due giorni di carcere.

***

per Monica

Nell’approssimarsi del processo, varie iniziative sono state prese in solidarietà con Monica. La nostra rivista e “L’Internazionale” hanno seguito regolarmente, mese dopo mese, l’evolversi del caso Giorgi, ma anche altri giornali anarchici hanno dato spazio a notizie e scritti di Monica.

I compagni ticinesi, oltre ad inserire nel loro mensile “Azione Diretta” un volantone su Monica (ripreso dal dossier “Rivolglio la mia libertà“) , hanno effettuato venerdi pomeriggio 16 aprile un’occupazione simbolica del Consolato Generale d’Italia a Lugano. Mentre alcuni compagni distribuivano in strada volantini sul caso, altri sono entrati nel Consolato, hanno convocato i giornalisti e hanno consegnato un documento alle autorità consolari, denunciando l’ingiusta detenzione di Monica ed il silenzio che già si preannunciava intorno al processo d’appello. Fuori del Consolato è stato affisso uno striscione “Monica Giorgi libera”.

A Brescia, in vista del processo, è stata convocata una conferenza-stampa nella sede del Centro Sociale Libertario ed è stata effettuata una trasmissione dai microfoni di Radio Popolare. A Reggio Emilia sono stati effettuati volantinaggi, è stata allestita una mostra, sono stati promossi due dibattiti sul caso di Monica, uno nella nuova sede del gruppo, l’altro alla Casa dello Studente. Volantinaggi e trasmissione radio anche ad opera del Comitato pro-Monica veneto, con sede a Venezia-Marghera. Massiccia affissione di manifesti e di adesivi (questi ultimi, soprattutto sulle vetture della metropolitana), trasmissione a Radio Popolare, scritte sui muri e altre iniziative a Milano. Telegrammi di protesta a Pertini sono stati inviati da anziani militanti anarchici di lingua italiana, da decenni residenti in Nord America (alcuni di loro sono stati tra i protagonisti, sessant’anni fa, della campagna per Sacco e Vanzetti). A Oria, un paese in provincia di Brindisi, decine di firme sono state raccolte su di una copia del manifesto “Rivoglio la mia libertà” (affisso nel centro del paese), per poi essere inviate a Monica

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