A rivista anarchica n99 Marzo 1982 Cara Monica, scusa… di Omero Marraccini

Aveva scarsa simpatia per le istituzioni sportive e, già che c’era, per le altre (…). Piccola, neanche un metro e sessanta, scattosa, nervi a fior di pelle (…) giocava come un “maschietto” (…). Quale molla l’abbia spinta a lasciare i pantaloncini da tennis per vestirsi di quelli della rivoluzionaria nel mondo del tennis nessuno lo ha mai capito, chissà se lo ha capito lei. Agli amici, e ne aveva tanti, è dispiaciuto. Su La Nazione del 16 luglio 1981, tre giorni dopo la condanna di Monica, così il giornalista Ubaldo Scanagatta ne parla, ricostruendo a suo modo la vita e le idee di Monica: “Mai più con la racchetta” è il degno titolo (ma Gente, all’indomani dell’arresto, aveva titolato “La molotov della racchetta”…). Untuoso paternalismo e vacuo scandalismo di provincia, conditi con malizia.

Lo stesso 16 luglio, però, un altro giornalista de La Nazione, Omero Marraccini scrive una lettera personale a Monica, nel carcere livornese dei Domenicani. È stato lui a seguire tutto il processo e a firmare i quotidiani resoconti sul suo giornale. La sua lettera, scritta appunto all’indomani della sentenza mentre dal carcere filtravano le drammatiche notizie di Monica che aveva smesso di alimentarsi e che stava sempre peggio, la sua lettera – dicevamo – testimonia dell’onestà del suo autore e al contempo della forza della verità, qual è emersa dal comportamento lineare ed umano che Monica ha tenuto durante il dibattimento.

Cara Monica,

scusa se scrivo a macchina, ma ho una grafia inintelligibile. Ti prego di credermi se ti dico che ti sono vicino. Ti prego anche di non abbatterti, tu con la tua bella intelligenza, e di superare anche questo momento con forza.

Noi non ci conoscevamo, (quando sono venuto a Livorno tu eri soltanto un nome): poi ho preso a seguire la tua vicenda e giorno dopo giorno, senza che tu lo sapessi, ci siamo conosciuti. C’era anche molta diffidenza, in me, verso tutto ciò che poteva essere in odore di terrorismo, dato che le mie esperienze a Torino negli ultimi anni erano state piuttosto sconvolgenti al puntoda farmi decidere a “cambiare aria” e venire nella cosiddetta “isola felice”. Arrivando qui avevo ancora negli orecchi il fragore della bomba che quelli di AR misero una sera sotto la tipografia della Stampa dove lavoravo, ferendo diversi miei amici, rischiando di fare una strage. Eppoi tante altre cose, come il vedere ucciso un uomo eccezionale, come Carlo Casalegno, con il quale ero stato assieme sino a mezz’ora prima.

Questo per dirti e spiegarti perché, in un primo tempo non sono stato tenero, nelle mie cronache, verso di te: facevo tutta di un’erba un fascio. Poi ho cominciato a conoscerti attraverso quello che scrivevi dal carcere e mi sono detto che una donna che esprime simili sentimenti non poteva essere una terrorista.

Poi ti ho studiato, per quanto è stato possibile, attraverso le carte del processo. Finalmente ti ho vista e sentita di persona. Quelle che erano idee soggettive, durante la tua vicenda in assise si sono tramutate in convincimenti, suffragati da riscontri obiettivi. E questo è cronaca degli ultimi giorni.

Ecco perché la tua condanna mi è apparsa dolorosamente incredibile e ingiusta.

Io oggi credo che tu sia innocente, quindi spero, o meglio voglio che la verità venga fuori.

Per questa verità io metto a disposizione quel poco che ho dal punto di vista professionale.

Ti prego però di essere serena, di superare il periodo che ti aspetta con lo stesso stile di vita con cui hai affrontato quello appena trascorso.

Cari saluti.

16.7.1981

Omero Marraccini

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