A rivista anarchica n99 Marzo 1982 Libertà per Monica Giorgi. Perché questa campagna di Paolo Finzi

Dunque, il 19 aprile si aprirà a Firenze il processo d’appello contro Monica Giorgi e una dozzina di coimputati, a vario titolo ritenuti responsabili di associazione sovversiva, banda armata, ecc., nonché di alcuni episodi rivendicati o attribuiti ad “Azione Rivoluzionaria“. Al termine del processo di primo grado, svoltosi a Livorno tra l’11 maggio ed il 13 luglio 1981, fu proprio Monica a subire la condanna più dura: 12 anni (di cui 2 condonati) e 6 mesi di carcere, 3 anni di libertà vigilata, interdizione perpetua dai pubblici uffici, ecc..

Nonostante la pesantezza delle accuse formulate contro di lei in istruttoria, nonostante il clima politico-giudiziario generale non certo favorevole a sentenze basate “sull’accertamento dei fatti”, la condanna di Monica contraddisse le previsioni di tanti, compresi i giornalisti della stampa quotidiana locale (“Il Tirreno” e “La Nazione“) che, partiti in quarta contro Monica, si erano ritrovati al termine del processo su posizioni sostanzialmente innocentiste. Non staremo qui a ripercorrere le vicende processuali, di cui già abbiamo più volte trattato sulla rivista, sia in sede di cronaca del processo, sia nel commento alle motivazioni della sentenza, sia infine pubblicando scritti di Monica in proposito. Tantopiù che, nelle pagine che seguono, riportiamo la prima (e più significativa) parte dei motivi d’appello presentati dall’avvocato pisano Ezio Menzione, uno dei difensori di Monica a Livorno: scritti con rigore logico, ma anche con passione, questi motivi d’appello mostrano ancora una volta su quali basi inconsistenti sia stata costruita una condanna così pesante.

Ciò che qui ci preme ribadire è l’importanza che attribuiamo al caso di Monica e la necessità che, nella campagna in sua difesa, ci si impegni a fondo. Noi abbiamo ben presenti le estreme difficoltà con le quali una simile campagna oggi inevitabilmente si scontra: vi è un’inflazione di mini-campagne, mezze-mobilitazioni, ecc. in difesa di questo e di quello, perlopiù a base dei soliti slogan, rivendicanti “innocenze” che a volte vengono addirittura smentite dagli stessi imputati. Vi sono problemi di stanchezza di un’opinione pubblica frastornata, vi è il continuo tentativo del “partito armato” (in tutte le sue variopinte sfaccettature) di strumentalizzare quanto si muove sul terreno della lotta alla repressione, vi sono in definitiva quegli aspetti che vengono analizzati (e a cui rimandiamo) nel documento elaborato dal Circolo “Ponte della Ghisolfa” e dal collettivo Annares – che pubblichiamo su questo numero. Di tutto ciò siamo coscienti, e non da oggi.

È con questa consapevolezza che riteniamo il caso di Monica un caso al tempo stesso “diverso” e terribilmente normale. La sua normalità sta nell’essere uno dei tanti casi di ingiustizia sommaria, compiuta nell’ambito della lotta che le istituzioni stanno portando avanti contro le organizzazioni lottarmatiste: il solito caso, con i soliti “pentiti”, con i soliti innocenti buttati nel mucchio, con le solite prove che prove non sono, con i soliti testimoni che appena depongono a favore degli imputati vengano ritenuti inattendibili, con la solita ricostruzione della colpevolezza sulla base delle opinioni e degli scritti (che poi, nel caso di Monica, sono in gran parte scritti di altre persone da lei pubblicati), ecc. ecc.. In questo senso, il suo caso presenta, con particolare nitidezza, i tratti distintivi di quell’involuzione illiberale, di quell’imbarbarimento della “giustizia” che noi siamo impegnati a denunciare e contrastare, perché vi riconosciamo un aspetto non certo secondario del processo di “totalitarizzazione” della società. Un passo avanti, dunque, verso il 1984.

La diversità di questa vicenda, rispetto a molte analoghe, sta, tra l’altro, nel comportamento di Monica. Viviamo infatti in un’epoca di esasperazione e di violentismo non solo verbale, di eclissi della ragione e del senso umano; un’epoca in cui al lugubre fanatismo dei lottarmatisti fanno da contrappunto le squallide confessioni di chi è pronto a vendere anche la madre pur di sortir di galera; un’epoca in cui la possibilità stessa di ragionare e di far valere la forza della ragione è negata dal tiro incrociato del totalitarismo lottarmatista e dell’ondata reazionaria istituzionale. In questo contesto assume particolare significato il comportamento processuale e, in genere, l’atteggiamento di chi – come Monica e non molti altri – da una parte rivendica la sua militanza “sovversiva” svolta alla luce del sole, il suo impegno per i carcerati, il suo rifiuto delle istituzioni; e dall’altra ribadisce con forza la sua estraneità-avversione al progetto lottarmatista e ai suoi metodi. In presenza di questa chiara presa di posizione, che Monica ha lucidamente confermato nel suo scritto (“Quando i signori della guerra…“) pubblicato sullo scorso numero, è possibile condurre una battaglia che, comprendendole, vada al di là della solidarietà umana e della denuncia delle ingiustizie processuali. Una battaglia che metta a nudo i meccanismi perversi della “giustizia” e del potere, senza nulla concedere alla strategia dei “comunisti combattenti”. Battaglie come questa – scrivevamo qualche mese fa – debbono esser combattute con decisione, se non si vuole che il Potere, approfittando dell’assenza di qualsiasi opposizione, la faccia sempre più da padrone, in maniera sempre più cinica e sfacciata. A simili battaglie di giustizia possiamo e dobbiamo cercar di coinvolgere quanta più gente possibile, in un nuovo corale atto d’accusa contro quella “giustizia” di Stato che non a caso in Spoon River era simboleggiata da una baldracca.

Nelle settimane che ci separano dal processo d’appello è necessario impegnarsi in questa direzione.

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