A rivista anarchica N 242 Febbraio 1998 Pino Pinelli. Ventotto anni fa, praticamente ieri di Marco Cilloni

15 dicembre. Sera. Sono le otto e mezza e fa parecchio freddo. Fa sempre uno strano effetto il centro di Milano la sera. Le luminarie di natale gettano una luce un po’ sinistra sull’asfalto. Arriviamo in Piazza Fontana con bandiere, mega striscione, aste, cassette per la musica e nastro adesivo, che ce n’è sempre bisogno. Ci stringiamo nei giacconi, per quel poco che serve, pensando che due anni fa era andata molto peggio, dato che pioveva e c’era lo sciopero dei mezzi. Davanti alla sede della Banca dell’Agricoltura ci sono già dei compagni, che mezzo congelati anche loro, hanno deciso di arrivare in anticipo. Sono facce conosciute che però in alcuni casi erano assenti da lungo tempo. Assenti da tutto. Dalle manifestazioni, dalle iniziative, a volte persino da loro stesse. Ma facce che cominciano a ritrovarsi. A riprendere il filo di un discorso che ogni anno rinnova il suo senso.

Che ci sia gente già alle otto e mezza è un fatto positivo. Vuol dire che la manifestazione è sentita. Che c’è un’urgenza di comunicare il proprio dissenso, di marcare una differenza nei confronti di una maggioranza sempre più silenziosa, grigia, quasi ostile. Per questo dobbiamo ringraziare il sindaco Albertini, che nel suo discorso ufficiale del 12 dicembre, aveva accomunato in un unico destino vittima e carnefice. Pinelli fianco a fianco con Calabresi. E anche il consiglio comunale ha fatto la sua parte, con quella decisione, rimessa all’ordine del giorno, di spazzare via da Piazza Fontana, la lapide che ricorda l’omicidio del nostro compagno. Lapide, morti, stragi, eppure questa non è una commemorazione. E’ una manifestazione di vita. La gente arriva sempre più numerosa. A capannelli scendono dalle auto, dal tram, dalla metropolitana. E il tempo trascorre. E la piazza si riempie. Le poche persone di prima diventano qualche centinaio. Dopo le dieci si arriva a contarne oltre un migliaio. Ed è una cifra reale, non gonfiata. Noi, fortunatamente non abbiamo bisogno di giocare coi numeri. La dimostrazione di ciò che scrivo sta nella compattezza del corteo che si muove verso piazza del Duomo.

Quando iniziano gli interventi, i presenti sono costretti a ricordare. A riandare con la mente a quei giorni. E allora oltre al nome di Pinelli sorge spontanea l’esigenza di affiancarne un altro. Il nome di Camilla Cederna. Che se ne è andata da poco, nella quasi totale indifferenza di una città sempre più chiusa in se stessa. Ricordo ancora una delle sue ultime apparizioni in pubblico, all’indomani della vittoria della Lega alle elezioni amministrative. Venne zittita da una platea cialtrona e becera al grido di “Bevi di meno”, un insulto immotivato, oltre che offensivo. E allora il nome della Cederna diventa un altro dei tasselli di un discorso che vuole frenare la perdita della memoria. Quanti intellettuali ha perso questa città senza accorgersene? Di primo acchito mi vengono in mente Franco Fortini, Grazia Cherchi, Franco Coggiola, Luciano Bianciardi solo per fare qualche nome. E tutto passa sopra la gente come l’acqua fresca. Per questo la manifestazione per Pinelli continua ad avere un senso. Finché qualcuno tenterà di riscrivere la storia, finché un Giuliano Ferrara qualsiasi dirà “Tutti colpevoli, nessun colpevole” noi scenderemo in piazza, come Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, finché uomini e donne come la Cederna se ne andranno nell’indifferenza di tutti, noi scenderemo in piazza. Insieme, si spera, ogni volta, a altre mille persone.

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