A rivista anarchica n234 Marzo 1997 Rimozione e rivoluzione. La condanna e la detenzione di Bompressi, Pietrostefani e Sofri riguarda tutti noi. di Carlo Oliva

La condanna e la detenzione di Bompressi, Pietrostefani e Sofri riguarda tutti noi. Se infatti sono finiti come sono finiti è perchè…

Mi permettano i lettori di cominciare, una volta tanto, con una confessione personale. Provo un certo imbarazzo, una specie di riluttanza che solo la cortese richiesta della redazione mi ha spinto a superare, ad occuparmi della nota sentenza della Corte di Cassazione che ha segnato la condanna definitiva e la successiva incarcerazione dei miei ex compagni Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. E’ un argomento che, in un modo o nell’altro, mi mette in difficoltà. Sarà perché in quella brutta storia mi sono sempre sentito coinvolto personalmente, nel senso che ho fatto parte anch’io di Lotta Continua, e fino alla fine, e non ho mai avuto motivi di deprecare quella mia scelta, di cui continuo, anzi, a sentirmi piuttosto orgoglioso. Sarà perché, nonostante questo, non sono mai riuscito a riconoscermi in quella che i giornali definiscono, a volte, la “lobby” di Lotta Continua, i Boato, i Liguori e gli altri compagni di un tempo che dalle posizione di rilievo che oggi ricoprono nel mondo politico e giornalistico intervengono spesso a difendere la loro (e mia) esperienza passata: di quasi tutto costoro, in effetti, non mi piacciono né le posizioni che occupano né gli argomenti che di solito impiegano. E se questi, in fondo, sono problemi personali, c’è anche qualcosa di più. Non credo di essere stato l’unico ad avere avuto la strana impressione che nell’emozione sincera, sacrosanta, che la pronuncia della Cassazione, con tutte le sue assurdità, ha suscitato nel paese ci fosse qualcosa che non andava. Come se essa fosse in sé stessa la testimonianza del fatto che vent’anni di dibattito sulla giustizia, sulla criminalizzazione della lotta politica, sul garantismo, sulla logica coercitiva con cui lo stato si è ostinato (e si ostina) ad affrontare i movimenti antagonistici, siano stati più o meno inconsapevolmente rimossi.

Che senso ha, per esempio, sottolineare le contraddizioni e menar scandalo dei controsensi che si ritrovano in tanta abbondanza nelle accuse di Marino? É vero, Marino ne ha detto di tutte: ha fatto splendere il sole quando pioveva, ha collocato a Pisa delle persone che erano da tutt’altra parte, ha fatto partecipare dei latitanti a un pubblico comizio, ha sbagliato il colore dell’auto e la direzione in cui è fuggita e così via, ma tutto questo, in sostanza, non inficia i motivi per cui i giudici, a quanto pare, gli hanno creduto. Motivi che si identificano solo e soltanto nel suo status di pentito. Perché non dobbiamo lasciarci fuorviare da quanto è scritto nei codici sulla “coerenza” e i “riscontri” necessari perché sia data fiducia alle chiamate di correità. Sono belle parole, ma di fatto è da vent’anni che qualcuno ha deciso una volta per tutte che ai pentiti bisogna credere sempre, che buona parte della magistratura, non saprei dire in base a quali considerazioni, ha interiorizzato la convinzione di non avere altre possibilità, altri strumenti o altre capacità con cui risolvere i casi che le vengono proposti se non attraverso questi suoi malinconici “collaboratori”.

Dopo venti anni, non è cambiato niente. Anzi, oggi nessuno è sicuro di fronte a un pentito, nemmmeno se è stato quarant’anni al governo. Chi ha assistito alle trasmissioni televisive che sono state dedicate al caso, avrà notato l’accanimento con cui i vari Vigna e Caselli, con qualche distinguo non particolarmente significativo, difendevano il meccanismo delle leggi premiali. Quel meccanismo, ricorderete, che è stato innestato in nome della necessità di stroncare la lotta armata, è stato rafforzato e istituzionalizzato perché bisognava farla finita con la criminalità organizzata e ha finito per improntare delle sue contraddizioni buona parte della prassi giudiziaria. Niente di strano che si applichi, oggi, a delle persone che, pur imputate di un reato di sangue, con la lotta armata o con la criminalità organizzata non hanno evidentemente nulla a che fare.

A Marino si è credutosi come si è creduto ai Fioroni, ai Peci, ai Sandalo, ai Barbone, ai Savasta (se questi nomi dicono ancora qualcosa a qualcuno): personaggi su cui mi permetto di non esprimere giudizi, ma nelle cui dichiarazioni scarseggiavano i riscontri ma non certo le contraddizioni e le implausibilità e a cui si è creduto soprattutto perché raccontavano agli inquirenti (in senso lato) quello che costoro desideravano sentirsi raccontare.

Cose vecchie, forse. Ma non tanto vecchie da impedire che oggi nelle prigioni italiane, oltre ai miei tre ex compagni di Lotta Continua, ci siano, se non mi sbaglio, almeno altri 220 prigionieri politici di vecchia data (di cui 93 condannati all’ergastolo) che hanno scontato mediamente 17 anni di carcere (per non dire di quelli che sono ancora costretti all’esilio e di quelli che in esilio e di esilio sono morti). E tutti ricordiamo il terribile zelo con cui per vent’anni la classe politica, con pochissime eccezioni, ha fatto muro contro le timide, ma ricorrenti proposte di dare una qualche “soluzione politica” ai loro casi. Anche l’ultima, moderatissima, proposta (quella di una legge di indulto), che all’inizio della legislatura sembrava avere qualche possibilità di successo, oggi sembra aver fatto definitivamente naufragio. In compenso molti, compresi molti di quelli che si sono sempre virtuosamente opposti a ogni proposta di amnistia, chiedono la grazia per Sofri, Bompressi e Pietrostefani (che hanno dichiarato, con molta dignità, di non volerla): lo fanno, evidentemente, perché considerano il loro caso diverso da quello degli altri, in qualche modo più scandaloso. Ma lo fanno anche perché la grazia, con il suo carattere di eccezionalità e, appunto, di “gratuità” è un buon mezzo per chiudere una volta per tutte un episodio che potrebbe ridestare il classico can che dorme, richiamando l’attenzione su cose che si preferirebbero morte e sepolte. Non sarà un caso se è d’accordo anche qualcuno che la condanna l’ha voluta e, si vocifera, persino qualcuno che l’ha pronunciata. Non credo che si possa condividere questa logica: personalmente non sono di principi tanto rigidi da sostenere che sarebbe meglio tenere i miei ex compagni in galera piuttosto che ricorrere a uno strumento così peloso, ma è ovvio che la via da seguire dovrebbe essere altra. Ma non è questo il punto. Il punto è che non bisogna dimenticare che il problema non riguarda solo loro e non può essere risolto solo per loro.

E poi, naturalmente, c’è un altro motivo per cui tanti pur nobili discorsi che si fanno su questa brutta faccenda non riescono a convincere fino in fondo. I tre condannati evidentemente, non sono visti dall’opinione pubblica come persone pericolose. Sono ovviamente diversi da com’erano quando sono stati commessi i fatti di cui sono stato accusati. Questo rafforza, anche dopo la condanna, una certa presunzione di innocenza. Ma io non credo che vadano considerati innocenti. Mi spiego: sono sicurissimo che non hanno avuto nulla a che fare con l’assassinio del commissario Calabresi, non dubito che i fatti di cui il pentito li ha accusati non li abbiano commessi. Ma questo non significa che siano innocenti. Hanno comunque una colpa grave, che non gli è stata perdonata e che spiega l’accanimento di cui sono stati oggetto. Hanno cercato, a suo tempo, di cambiare la società in cui vivevano, non hanno accettato la logica che la reggeva (e la regge), le gerarchie che vi vigevano, le procedure e le modalità di intervento che esse avevano predisposto. Hanno cercato, come si diceva con qualche pomposità, di “fare la rivoluzione”. E, soprattutto, non ci sono riusciti, che è, in ultima analisi, il motivo per cui sono finiti come sono finiti.

Certo, in questo dissennato proposito non erano i soli (nel qual caso non avrebbero dato noia a nessuno): erano – anzi, eravamo – in parecchi. Ma non potevano condannarci tutti, naturalmente. E non ce n’era neanche bisogno. Le condanne politiche, quali che siano i fatti (o i pretesi fatti) in nome di cui vengono irrogate, hanno sempre una forte valenza simbolica, non riguardano soltanto chi viene occasionalmente spedito in galera o al patibolo, ma chiunque abbia un motivo qualsiasi per identificarsi in lui. Ma se sui condannati (sugli sconfitti) ricade la “colpa” del tentativo compiuto, anche chi li condanna ha le sue brave responsabilità. Chi vince vince: il mondo che si ritrova per le mani è quello che ha voluto lui. Be’, si guardino intorno, i vincitori di oggi. Prendano buona nota della ferocia e della fatuità che dominano la nostra (e la loro) vita e si vergognino.

***

Senza riscontri effettivi

(comunicato stampa emesso subito dopo la sentenza)

Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani sono stati definitivamente condannati a 22 anni di carcere, mentre il loro accusatore e reo confesso, Leonardo Marino, è libero.

Tutta l’attenzione si concentra su quelle condanne che peraltro appaiono palesemente e iniquamente immotivate perchè basate unicamente sulle incongrue dichiarazioni di un personaggio assai dubitevole.

La logica appare ovvia: si doveva dopo 25 anni, chiudere anche questa pagina di storia italiana ridando forza alle verità dei pentiti. Figure oggi messe sempre più in discussione.

Ma quello che ci preme sottolineare è il silenzio calato sull’opera di Luigi Calabresi, commissario di polizia.

Sembra che la morte di Calabresi abbia cancellato le sue responsabilità come protagonista della repressione a senso unico, contro gli anarchici, dopo le bombe del 12 dicembre 1969 che costarono 16 morti e 100 feriti. Quelle indagini a senso unico hanno permesso che i responsabili della strage restassero impuniti.

Così come è rimasta impunita la responsabilità della morte di Giuseppe Pinelli, volato dal quarto piano della questura milanese nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, cioè mentre Calabresi lo deteneva illegalmente.

Per la morte di Pinelli e delle 16 vittime di Piazza Fontana non ci sono responsabili, ma per la morte di Calabresi lo stato non poteva permettersi di tenere ancora aperta la partita. Da lì nasce la necessità di condannare, senza riscontri effettivi, tre ex militanti della sinistra rivoluzionaria.

“A rivista anarchica”

Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa

“Volontà”

Centro Studi libertari Giuseppe Pinelli

 


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