A rivista anarchica n237 Giugno 1997 Il 25 aprile scoppia una bomba al Comune di Milano. Puntuale, la solita rivendicazione “anarchica”. Un grave caso di analfabetismo di Carlo Oliva

Il 25 aprile scoppia una bomba al Comune di Milano. Puntuale, la solita rivendicazione “anarchica”

In questi primi giorni di maggio, di fronte alla sede milanese di “Radio Popolare” – dove mi capita, ogni tanto, di mettere piede – c’è un’auto della polizia. Non sono lì, i solerti agenti, per individuare e avviare alle camere di sicurezza quanti osino mettere piede in un simile covo di sovversivi: sono lì per proteggerli. Dagli anarchici. Da quando lo strano attentato del 25 aprile a Palazzo Marino è stato rivendicato da una non meglio nota “Azione Rivoluzionaria Anarchica“, che ha fatto giungere la prima dichiarazione in merito appunto a Radio Popolare e poi ne ha duramente biasimato i responsabili per aver avvertito la Questura, le forze dell’ordine hanno deciso di non correre rischi e di sottoporre la radio alla protezione cui ha diritto ogni organizzazione rispettabile. Per fortuna che sul tesserino stampa che gli agenti ogni tanto (non sempre) mi chiedono di esibire, c’è scritto che collaboro, appunto, a “Radio Popolare”. Se ne risultasse che scrivo anche su “A”, immagino che passerei i miei guai.

Strano, però. Che a “Radio Popolare”, nonostante i suoi noti trascorsi di “emittente della sinistra extraparlamentare”, non ci sia molto di sovversivo lo sapevo già da parecchio (ogni tanto io e il mio amico Accame potevamo illuderci che un filino di sovversivismo residuale lo si potesse trovare nelle trasmissioni che facevamo noi, ma probabilmente era solo un’illusione). Ma che qualcuno potesse avere l’idea di attribuire a degli anarchici un attentato dinamitardo, nell’anno di grazia 1997, continua a sembrarmi stupefacente. Anche i provocatori più testardi dovrebbero avere imparato qualcosa dalle vicende di piazza Fontana. E già allora, d’altronde, l’attribuzione era storicamente datata. L’anarchismo cospiratorio e “bombarolo” di alcuni discepoli, più o meno diretti, di Bakunin era una cosa seria, ma è roba di un centinaio abbondante d’anni fa. Già nel 1961, René Clement ne aveva sanzionato l’archiviazione definitiva con l’allegra parodia di Che gioia vivere, dopo la quale l’immagine dell’anarchico barbuto e intabarrato con la bomba in mano è restata legata in via definitiva alla figura di Ugo Tognazzi, ottimo attore e sincero democratico, figuriamoci, ma alieno per scelta professionale dalle caratterizzazioni tragiche e cosa c’è di più tragico del terrorismo, con la sua terrribile dialettica tra mezzi e fini?

L’anarchismo, oggi è vivo come movimento e come teoria perché, come tutti gli -ismi ottocenteschi superstiti, ha saputo evolversi e tenersi al passo con la storia: nel suo caso, mi azzarderei a dire che l’incontro, verso la metà del nostro secolo, con le correnti nonviolente radicali e, in seguito, con la cultura hippy, è stato decisivo. Chiunque abbia montato la tragica provocazione delle bombe “anarchiche” del ’69, era certamente persona di scarse letture e di cultura convenzionale. Era irrimediabilmento fermo a quando il termine “anarchico” era sinonimo di “eversore violento” e suscitava l’orrore universale della gente “per bene”. Oggi sappiamo che la parola è così poco legata all’idea di una palingenesi sociale sanguinaria, che un candidato sindaco di Milano può permettersi, in televisione, di definirsi “un liberale un po’ anarchico” e ancorché sia evidentemente impossibile essere al tempo stesso anarchici e liberali, nonché candidati a sindaco, nessuno ci ha trovato niente da ridire. E d’altronde sappiamo tutti che si trova una quantità di persone disdicevoli che non disdegnano di sostenere, ogni tanto, di essere “anarchici”, nel senso che si considerano allergici (loro personalmente, di solito) a costrizioni e irregimentamenti, anche se poi non sono così radicalmente contrari all’idea di costringere o irregimentare gli altri. Possiamo dispiacercene e sostenere (a buon diritto) che costoro rappresentano soprattuto una contraddizione gigante, ma la loro esistenza testimonia comunque di una situazione ideologico-semantica dalla quale non possiamo prescindere neanche noi lettori e collaboratori di “A”.

Ecco perché, nel 1997, quel tipo di rivendicazione delle bombe del 25 aprile, chiunque ci sia dietro, rappresenta un caso grave di analfabetismo. E come tale, s’intende, ci fa più paura di quanto il tono di queste righe possa far pensare. Vigilanza, compagni, vigilanza.

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Gli anarchici e la bomba

In relazione alla notizia di una rivendicazione “anarchica” dell’attentato di questa mattina a Palazzo Marino, il Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, le redazioni del mensile “A”/Rivista anarchica e della rivista trimestrale Volontà, il Centro Studi Libertari

1) esprimono, come sempre è avvenuto in occasione di analoghi episodi e di analoghe rivendicazioni, la più netta condanna dell’uso delle bombe, degli attentati e di altre forme di violenza terroristica;

2) non possono non cogliere la “curiosa” coincidenza con l’imminente tornata elettorale amministrativa, che evidentemente di intende così condizionare in senso reazionario;

3) ricordano che proprio il 25 aprile di 28 anni fa (1969) due gravi attentati – rispettivamente alla Fiera Campionaria ed alla Stazione Centrale – colpirono Milano, furono attribuiti ad alcuni anarchici, i quali risultarono poi del tutto estranei. E ricordano che anche subito dopo l’attentato contro Palazzo Marino del 20-30 luglio 1980, la prima generica rivendicazione rimandava ad un improbabile gruppo di estrema sinistra, mentre poi risultò opera di estremisti di destra vicini ai NAR. E come non ricordare piazza Fontana e la successiva criminalizzazione degli anarchici?

4) confermiamo che la propria scelta astensionista niente ha a che vedere con il qualunquismo ed il disimpegno (che l’attentato di questa mattina contribuisce di sicuro a diffondere), ma si accompagna ad un quotidiano impegni civile e sociale a fianco di chi lotta per una società più solidale, libera, attenta ai diritti delle minoranze, degli immigrati, dei portatori di handicap, degli emarginati, ecc.

Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”

“A”/Rivista anarchica

Volontà

Centro studi libertari

 

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