A rivista anarchica n239 Ottobre 1997 Palinodia con citazione. Ancora sull’attentato al municipio di Milano di Carlo Oliva

Sono passati soltanto quattro mesi ma, a quanto pare, dell’attentato preelettorale del 25 aprile al municipio di Milano, quello rivendicato da una “Azione rivoluzionaria anarchica”, non si ricorda nessuno. Non se ne ricordano i cittadini milanesi, che, con il sindaco che nel frattempo hanno eletto, si ritrovano ben altre gatte da pelare. Non se ne ricordano, evidentemente, polizia e magistratura, che dopo aver prontamente incarcerato, senza prove e – per quanto si riesce a saperne – senza una vera motivazione, una militante anarchica e aver chiuso, visto che c’erano, il centro sociale in cui lei era attiva, non sembra stiano ulteriormente lavorando al caso. Non se ne ricordano i vari sostenitori milanesi del garantismo a oltranza, cui evidentemente sembra del tutto ovvio e naturale che Patrizia Cadeddu resti in galera fino chissà a quando senza processo. Il garantismo, evidentemente, oggi funziona soltanto per Berlusconi e i suoi collaboratori immediati: nella sinistra istituzionale, nonostante tutto, il “partito dei giudici” è ancora, troppo forte perché qualcuno abbia il coraggio di muovere la minima critica alla magistratura, a rischio di essere additato come nemico di “mani pulite” e sostenitore residuo di tutte le turpitudini della prima repubblica.

Ma tutto questo, in fondo, è abbastanza normale. Le uniche iniziative anarchiche degne di un certo interesse dedicate alla questione negli ultimi mesi sono consistite in alcune manifestazioni e una serie di polemiche, a mio avviso piuttosto futili, dirette, l’una e le altre, anche e soprattutto contro Radio Popolare, i cui dirigenti avranno fatto malissimo, figuriamoci, a consegnare agli inquirenti il nastro dell’impianto video di sorveglianza in base al quale costoro sostengono di aver individuato la “postina” che avrebbe rivendicato l’attentato, ma non avrebbero potuto – in fondo – farne a meno e in ogni caso, per quanto la cosa possa sembrare strana a qualcuno, non sono per questo responsabili dell’arresto e della detenzione della compagna (se è lecito a chi, come me, a Radio Popolare collabora da vent’anni definire per tale Patrizia Cadeddu).

Ciò premesso, non vorrei turbare questa confortevole situazione di oblio generale, ma mi sento spinto a riaprire la questione da un’esigenza squisitamente individuale, cosa che poi non dovrebbe dispiacere ai tanti estimatori di Max Stirner che hanno avuto modo di criticare la mia posizione in merito. Il fatto è che non sono contento di quanto ho scritto, a botta abbastanza calda, sul numero 237 di “A”. Se il termine non avesse assunto delle valenze processuali che qui non ci riguardano, direi che ne sono pentito. E siccome errare è umano e perseverare diabolico (è un modo di dire, eh: non vorrei che un domani qualcuno mi accusasse di utilizzare delle argomentazioni religiose su una rivista che, in quanto impegnata al rifiuto del divino, non può ovviamente ospitare riferimenti al demonio) mi permetto di fare qualche sommessa precisazione.

Vedete, io avevo scritto, più o meno, che sul cupo fin di questo secolo morente la rivendicazione anarchica di un attentato “dinamitardo” è roba, in sostanza, da far ridere i polli. E ciò perché, a mio avviso, la pratica terroristica, che pure (in forme generalmente diverse da quelle della strage casuale) ha caratterizzato l’anarchismo in una stagione della sua storia, non vi è connaturata di necessità, tanto è vero che ne è stata storicamente abbandonata e oggi è patrimonio di tutt’altre correnti, diciamo così, di pensiero.

L’identificazione terrorismo/anarchia, che pure ha una sua diffusione nella cultura corrente, è una identificazione di matrice poliziesca, reazionaria (possiamo spingerci a dire “borghese”?) e, in quanto tale, è stata spesso utilizzata allo scopo di nuocere al movimento anarchico e, in genere, ai tentativi di riscossa popolare e proletaria. Per sostanziare questa mia non originalissima tesi facevo l’esempio, che supponevo noto ai lettori di “A”, delle bombe di piazza Fontana, traendone l’implicita conclusione che, anche in questo caso, si potesse supporre di trovarsi di fronte a una qualche forma di (ingenua) “provocazione”. Ingenua appunto perché, dopo che la macchinazione di piazza Fontana è stata smontata a furor di popolo (e questo non è un modo di dire: è pura e semplice verità) questo tipo di meccanismo è ben noto a tutti e solo qualche nemico del popolo particolarmente analfabeta poteva avere il coraggio di ricorrervi.

Be’, è evidente perché debba pentirmi di questa semplicistica analisi, anche se, a dire il vero, non mi risultano elementi in base ai quali considerarla sbagliata. Ho commesso l’errore di dare per acclarato sul piano storico quella che, in definitiva, era solo una mia opinione, o meglio, una mia speranza: l’idea che il movimento libertario abbia acquisito nella sua globalità le metodologie nonviolente alle quali, personalmente, sono fedele da una vita. Ma non bisogna mai dare per scontata un’ipotesi, neppure la più attraente (anzi, soprattutto la più attraente). E non bisogna mai assolutizzare un’opzione: se personalmente ritengo nell’attuale situazione storico-socio-politica che le “azioni dimostrative” siano moralmente deprecabili e politicamente dannose, non posso escludere che in altra situazione siano lodevoli o necessarie o addirittura che qualcuno, più intelligente di me, abbia capito che sono utilissime e giovevolissime adesso. Per cui s’impone un dibattito approfondito nel merito, sul come, quanto e perché le singole azioni, compresa quella del 25 aprile a Palazzo Marino possano giovare e a chi.

Il problema, in fondo, è soltanto questo. Non è certamente quello di negare (o affermare) l’ethos dell’anarchismo o la sua essenza rivoluzionaria, come se entrambi questi valori fossero inscindibilmente legati alla pratica violenta. Il dovere di tutti noi è quello, infinitamente più semplice, di capire il significato di certe azioni, prendendo in considerazione, se ce ne sono, anche gli argomenti a favore. Le altre questioni, a pensarci bene, sono collaterali e rischiano di essere devianti. Così, non importa un granché decidere se io che scrivo sono o non sono un “grande acculturato anarchico”, come mi definisce, credo ironicamente, uno di coloro che non hanno gradito il mio articolo precedente. Non ho difficoltà ad ammettere che non lo sono. E non ha importanza nemmeno decidere se il comportamento di questo o di quello sia stato o non sia stato “delatorio”. Perché se è vero che la delazione, come atteggiamento, va per quanto possibile evitata (lo dice anche il generale austriaco in Senso, che poi se ne giova…) è anche vero che non è correttissimo coinvolgere degli altri nelle proprie scelte e pretendere che questi altri, per non macchiarsi di quella colpa, ci stiano. Certe scelte, soprattutto quelle che hanno delle forti implicazioni sul piano etico, bisogna sapere gestirsele in proprio, perbacco. Anche perché “chi si mette in cammino e sbaglia strada non va dove vuole andare, ma dove lo porta la strada percorsa”. Sì, è una citazione. Di Malatesta, per di più. Ma non voglio pretendere di conoscerne l’opera a menadito: l’ho trovata per caso in questi giorni, sulle colonne, figuratevi un po’, del Manifesto. Spero solo che la fonte non impedisca a qualcuno di apprezzarne il contenuto.

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