A rivista anarchica n239 Ottobre 1997 Dal carcere di San Vittore di Patrizia Cadeddu

Tramite il “presidio permanente degli occupanti del Laboratorio Anarchico” di via De Amicis a Milano, abbiamo ricevuto un lungo documento di Patrizia Cadeddu (Carcere di San Vittore, piazza Filangeri 2, 20123 Milano). Ne riproduciamo un ampio stralcio.

 Ed ecco pronti due avvoltoi che devono finire di pagare il mutuo della casa, due cretini che lavoravano con me in ufficio. Avete presente quelli che, quando bisogna tirar fuori i soldi per fare un regalino a qualcuno, a chi si sposa, a chi ha partorito o per qualche cazzo di compleanno, girano la faccia dall’altra parte solo per un millino? Ecco, questi avvoltoi avranno preso i famosi dieci milioni messi in palio per chi avrebbe “riconosciuto” la “postina” di Radio Popolare? Gente che non mi vede da più di un anno. E visto che i magistrati non devono accertare la “verità”, ma solo giungere alla condanna di un essere umano che sanno essere anarchico, i mezzi per ottenere questo risultato sono obbligati: occorre truccare il procedimento e formulare una condanna senza andare troppo per il sottile e senza preoccuparsi della coerenza. Inoltre la storia insegna che in questi casi è opportuno che l’anarchico processato nel corso del processo venga anche infamato. Sarà bene poi costringerlo con le “torture” a confessare le “colpe” che non ha commesso e spingerlo a rinnegare le proprie posizioni ed i compagni/e anarchici, non tutti, ma solo quelli considerati da loro i più “cattivi”. Ma con gli anarchici questo gioco non funziona.

Ho accettato l’interrogatorio perché questo pool di Milano, oltre ad aver incriminato me senza prove, ha avuto il coraggio di accusare mia sorella Lia e il mio compagno: un ricatto infame, schifoso. Mi ha così irritata che ho voluto guardare in faccia quelli che mi accusano, in un interrogatorio durato certamente non sei ore, ma molto, molto meno, nel quale ho dovuto chiarire e specificare la differenza che esiste tra me e mia sorella e la diversità e l’estraneità delle mie scelte politiche rispetto al mio rapporto con un uomo che non ha mai condiviso né le mie amicizie né le mie idee. Sono stata costretta da sempre a lasciare i miei “fidanzati” perché, ogni volta che accadeva qualcosa, oltre a me coinvolgevano anche loro, sebbene non fossero anarchici. Per molto tempo non ho voluto nessuno al mio fianco per paura che in qualche modo venisse coinvolto nelle mie scelte di vita, neanche poi così terribili. La stessa cosa valeva per mia sorella, che tutti sanno bene avere delle idee e un carattere completamente opposti ai miei.

Non ho paura di nessuno e trovarmi di fronte al pool che pretende, in maniera presuntuosa e arrogante, di conoscere la storia del movimento anarchico, mi ha fatto capire che i giudici, pur non avendo prove contro di me, hanno strumentalizzato l’archivio del Laboratorio Anarchico creando un ingranaggio perverso e contorto per dimostrare la mia colpevolezza. Al resto hanno pensato i media.

Voi dovreste poter vedere il materiale sequestrato, un lavoro di raccolta di anni e anni di lotte, materiale anarchico ormai introvabile che, sgombero dopo sgombero, mi sono trascinata dietro in questi anni; materiale che ho distribuito a tanti giovani compagni che volevano conoscere il lavoro precedentemente fatto su atti di repressione accaduti 10-20 anni fa. Questo materiale era già stato visionato dagli inquirenti nelle centinaia di perquisizioni che mi hanno fatto. Ma ormai i vecchi sbirri non ci sono più e questi nuovi credono di aver trovato chissà che cosa; in realtà nella mia casa c’era materiale proveniente da tutte le parti del mondo, manifesti e volantini da me custoditi e che loro hanno trasformato e travisato. Ho dovuto chiarire che non ho mai avuto nomi di battaglia e che già nell’81 dissero che Patrizia era il mio nome di battaglia, mentre invece è quello di battesimo. Sono stata regolarmente sfrattata da via Candiani 10, ma loro hanno perquisito ugualmente quell’appartamento, abitato da nuovi inquilini a me sconosciuti; a Macomer hanno perquisito le case dei miei parenti, che non vedo da anni, cioè da quando mio padre fu investito dal figlio del maresciallo dei carabinieri, per non parlare poi delle centinaia di perquisizioni in tutta Italia a compagni/e meravigliosi che propagandano da sempre l’idea anarchica con grande coerenza e serietà.

I giornali mi hanno privata della mia vita personale, distruggendo l’intimità dei miei rapporti. I magistrati si chiedevano perché non fossi scappata, sapendo che la polizia era fissa fuori dal Laboratorio Anarchico. Voi controllavate me e io controllavo voi! E facevo bene a controllarvi, perché avete fatto di tutto per creare delle condizioni tali da spaventare chiunque: microfoni nelle macchine, pedinamenti così scoperti che solo un deficiente non se ne sarebbe accorto. Perché scappare? Da chi? Io non avevo nulla da nascondere. E voi, cari magistrati, siete incazzati con me perché non ho avuto paura nonostante ne abbiate fatte di tutti i colori. Voi, con il vostro atteggiamento, avreste fatto abiurare la fede in Dio anche a una suora! Invece io ho continuato a organizzare concerti, ho continuato a produrre volantini, ho continuato ad organizzare le attività del Laboratorio, ho continuato a fare tutto quello che ho sempre fatto. Voi mi state accusando e voi dovrete trovare le prove; cosa volete sapere da me? Se mi avete fatto pedinare giorno e notte a cosa mirate? Sono colpevole di essere un’anarchica! Perché, senza armi e senza bombe, vi faccio paura ugualmente! Le mie quattro ossa bastano ed avanzano per portare avanti le lotte di cui vado fiera; so bene quanto il mio atteggiamento possa far credere che io sia una persona particolarmente violenta, ma chi mi conosce sa quanto il mio spirito di sopportazione sia grande. Se ho saputo portare avanti le mie occupazioni senza ricorrere alla violenza, anche nei confronti di chi qualche mazzata l’avrebbe meritata, è proprio perché ho sempre ritenuto valido il dialogo, anche violento, ma pur sempre un dialogo. Così da sempre, anche nelle assemblee affollate, quando mi alzavo per parlare, magari sopra una sedia perché sono un tappino, vedevo negli occhi dei compagni la paura per le mie parole, per la mia sicurezza nell’esporre le mie convinzioni di anarchica, decisa, pungente, mai ambigua con nessuno, neanche con i giudici! Per questo sono stata arrestata e per questo verrò condannata, perché uso la mia voce come una mitragliatrice, capace di farmi sentire anche da sola, in mezzo ai cani svenduti che in tanti anni hanno cercato di farmi stare zitta. A Milano ormai ero l’unica a portare aventi il discorso dell’autogestione reale, senza concedere nulla, dimostrando a tutti che non è necessario creare un’associazione né mediare con qualcuno, perché l’autogestione fosse possibile solo con le nostre forze, stabilendo con il quartiere dei rapporti umani e sinceri e rispettando, come ho sempre fatto, gli spazi esterni. Ma non c’è bisogno che queste cose le dica io, tutti le possono confermare.

L’interrogatorio, o meglio quelle sei ore di passeggiate e di attesa, durante le quali ti fanno sentire “a tuo agio” e, quando ti lasciano sola, ti osservano, scrutano ogni movimento e ogni respiro che fai, serve loro per capire se hai paura. Ma io ero tranquilla e non ho versato una lacrima: sono stata arrestata per il solo fatto di non aver rinnegato le mie idee. Il carcere è la conferma di quello che ho sempre sostenuto, il luogo più disumano e atroce che l’uomo abbia mai concepito, strutturato in modo tale da annientare la mente e il corpo. Mi ritengo fortunata, perché il carcere che vivo io non è come quello che hanno vissuto i compagni negli anni ’70; oggi è apparentemente più leggero, ma al posto delle torture fisiche c’è un’altra forma più sottile di annientamento, che qui per ora non affronterò.

Vi ho dovuto spiegare, ed è giusto che sia così, i motivi che mi hanno spinto ad accettare la farsa dell’interrogatorio. Avrei voluto essere sola al mondo in quel momento. Non ho fatto nessun tipo di scelta particolarmente strana , non vivevo in clandestinità; anzi tutt’altro, più conosciuta e più esposta di me non so chi cazzo possa esserci! La mia vita era dentro il Laboratorio Anarchico, non ho mai amato la vita mondana dei locali, né altre stronzate del genere, e questo pool dice che mi sono chiusa in casa. E’ più di un anno che il mio fisico vive grazie al mio spirito, ci sono tante cose da fare e da organizzare, la situazione di molte persone che conosco è gravissima: molti sono senza lavoro, chi finisce in galera rimane isolato, tagliato fuori dal mondo, i compagni fuori non sono in grado di dar vita a una reale contrapposizione. Le cose vengono fatte sempre dagli stessi gruppi e dalle stesse persone, che di volta in volta vengono criminalizzate o arrestate solo perché danno solidarietà a quelli che finiscono dentro! (…)

Patrizia Cadeddu

carcere di San Vittore (Milano)

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