A rivista anarchica n239 Ottobre 1997 Su la pubblicità di Radio Popolare di Tobia Imperato (Torino)

Cari compagni di A,

ho letto, “attonito e sgomento”, la pubblicità di Radio Popolare (“perché ti sa ascoltare” e, perché no, sa anche riferire) apparsa sul numero 237 della rivista in calce all’articolo di Carlo Oliva “Un grave caso di analfabetismo“.

Di fronte a un così evidente caso di delazione, compiuto dai gestori della suddetta radio nel consegnare alla questura milanese (“Gli anarchici non dimenticano” si diceva una volta) la cassetta con le immagini della “postina”, già deprecavo in cuor mio che nessuno gridasse all’infamia. Forse l’elogio del pentitismo, a cui ci hanno abituato mass-media e istituzioni, che ha inficiato gran parte della sinistra, ha in qualche misura influenzato anche gli anarchici? Mi domandavo incredulo e rimuginante, ma che si arrivasse addirittura ad applaudire (dando spazio in un giornale anarchico alla pubblicità della radio) tanta scelleratezza, questo no, non riesco proprio a digerirlo.

Da quando divenni anarchico ho sempre creduto (forse ingenuamente) nell’esistenza di un muro impermeabile tra i miei compagni e lo stato, i suoi servi stipendiati e i suoi servi scodinzolanti (leggi Radio Popolare). Ora voi, in questo muro, avete aperto una breccia.

Non sta a me, ma è tutta la storia a dimostrarlo, affermare che l’anarchismo non sarà mai un ethos in cui ci si può infilare la cultura hippy, i candidati sindaco al comune di Milano e, perché no, magari qualche magistrato progressista; l’anarchismo è tutt’ora (come si diceva nel buon tempo nemmeno poi tanto antico) “un’etica, una scienza e un progetto rivoluzionario”. E in queste categorie non v’è spazio per la delazione, né palese, né occulta, né larvata.

Se il livello attuale della cultura politica dell’anarchismo è rappresentato dall’articolo sunnominato (e pubblicità annesse) allora ben venga l’analfabetismo: meglio mille volte imparare a leggere sillabando stentatamente (e pagando di persona) che essere edotti da simili maestri.

A questo punto sarei tentato di smontare, confutandola pezzo per pezzo, la logica del “buon senso” a cui lo scritto si ispira, ma vista l’aria che attualmente tira nel nostro movimento, penso che, se esprimessi apertamente e liberamente il mio pensiero, difficilmente potrei trovare ospitalità tra le pagine del vostro giornale.

Vi prego pertanto, in vece mia, di pubblicare queste righe di Malatesta (a cui spero che nessun anarchico possa negare il diritto di parola) scritte nel lontano 1901, ma oggi più che mai attuali:

“(…) in guerra ci sono le mosse indovinate e quelle sbagliate, ci sono i combattenti accorti e quelli che, lasciandosi trasportare dall’entusiasmo, si offrono facile bersaglio al nemico, e magari compromettono la posizione dei compagni; ciò vuol dire che ciascuno deve consigliare e difendere e praticare quella tattica che crede più atta a raggiungere la vittoria nel più breve tempo col meno di sacrifizi possibile; ma non può alterare il fatto fondamentale, evidente, che chi combatte, bene o male, contro il nostro nemico e cogli stessi intenti nostri, sia nostro amico ed abbia diritto, non certo alla nostra incondizionata approvazione, ma alla nostra cordiale simpatia. (…) Si tratta ora di una questione più alta: si tratta dello spirito rivoluzionario, si tratta di quel sentimento quasi istintivo di odio contro l’oppressione, senza del quale non conta nulla la lettera morta dei programmi, per quanto libertari siano gli affermati propositi; si tratta di quello spirito di combattività, senza di cui anche gli anarchici si addomesticano e vanno a finire, per una via o per l’altra, nel pantano del legalitarismo…”

Invito i compagni tutti alla riflessione.

Saluti anarchici

Tobia Imperato (Torino)

P.S. Il brano citato è tratto da V. Richards “Errico Malatesta. Vita e idee”, ed. Collana Porro, Ct 1968, pag. 70-71

 ***

La redazione di “A”

Il 25 aprile a Milano, alle 4 del mattino, un attentato danneggia Palazzo Marino, sede del Comune. Qualche ora più tardi davanti alla sede di Radio Popolare viene ritrovata una borsa, decisamente sospetta. I responsabili della radio chiamano la polizia, che manda gli artificieri e alla fine trova, dentro alla borsa, un testo di rivendicazione dell’attentato a firma “Azione Rivoluzionaria Anarchica” ed una cassetta contenente canti anarchici. La polizia si fa consegnare la cassetta-video dell’impianto a circuito chiuso che, 24 ore su 24, “controlla” il portone dell’edificio.

Sulla base del filmato, viene successivamente arrestata Patrizia Cadeddu, anarchica, attiva nelle lotte libertarie da una ventina d’anni, in particolare – negli ultimi anni – nel Laboratorio anarchico di via De Amicis (che dopo l’arresto della Cadeddu viene sgomberato, per poi essere rioccupato e risgomberato…). Patrizia Cadeddu – detenuta nel carcere milanese di San Vittore – si proclama totalmente estranea alla vicenda e denuncia la manovra delle autorità inquirenti di “sbattere il mostro in prima pagina” (cfr. il suo intervento nella pagina seguente).

I responsabili di Radio Popolare, di fronte al rischio che si trattasse di un pacco-bomba (tantopiù nel clima incandescente provocato dall’attentato di qualche ora prima a Palazzo Marino), hanno chiamato la polizia: non ci risulta che altri – oltre alle forze dell’ordine – dispongano di uomini e mezzi per accertare a priori se si tratti di un ordigno esplosivo. E alla polizia hanno consegnato la cassetta-video: non vediamo come avrebbero potuto fare altrimenti.

Per parte nostra, la pubblicazione della pubblicità di Radio Popolare ha voluto essere un segnale di simpatia – nel momento in cui a quell’emittente giungevano insulti e vaghe minacce con firma anarchica – verso uno strumento di comunicazione e di dibattito largamente utilizzato un po’ da tutta la sinistra, storica ed alternativa, non solo milanese. Uno strumento particolarmente interessante per tutti quei gruppi “minori” – compresi gli anarchici – che poco o nessuno spazio corretto trovano in gran parte degli altri mass-media. Né ci sembra irrilevante sottolineare il fatto che da alcuni anni direttore di Radio Popolare è Piero Scaramucci, che fin dai tempi della campagna sulla strage di stato abbiamo spesso ritrovato al nostro fianco in iniziative, manifestazioni e dibattiti. E che, nell’ambito di questo coinvolgimento, ha curato quel bel libro-intervista alla vedova di Pinelli (“Una storia quasi soltanto mia“, Mondadori 1982) che ritroviamo in vendita sui banchetti della “nostra stampa” promossi dai gruppi anarchici.

La redazione

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