Umanità Nova 20 dicembre 2009 Gianadelio Maletti. Il generale lancia messaggi

Come anticipato, con una breve nota dell’ultima ora sul numero scorso, ritorniamo sulle vicende della strage di Piazza Fontana e sulla strategia della tensione che quella strage inaugurò, pur se i prodromi del 25 aprile e dell’agosto ’69 la lasciavano già presagire.

Dalle anticipazioni che avevamo avuto ci potevamo aspettare qualcosa di più. Nell’intervista rilasciata all’Espresso del 9 dicembre ultimo scorso, il generale Gianadelio Maletti, ha detto delle verità parziali.

Evidentemente richiederà dei salvacondotti per vuotare definitivamente il sacco.

La notizia è stata comunque di rilievo. Il massimo responsabile operativo delle strutture di polizia dello stato italiano in carica in quegli anni, conferma la verità “storica” ben consapevole che per quella giudiziaria non vi è “storia”. E’ vero che i reati di strage non vanno in prescrizione e quindi, nuovi processi possono essere istruiti, come chiedono i familiari delle vittime di Piazza Fontana, ma è altrettanto vero che sul piano processuale quando mai vi si dovesse ritornare le carte potrebbero essere, ancora una volta, mescolate.

Conferma, il generale, che la strategia c’era. Fino a quando è rimasto in Italia (1980, dopo essersi sottratto all’arresto per aver depistato le indagini sulle stragi) aveva sempre ribadito che strategia non c’era e che, al massimo, qualche sottoposto aveva mal compreso le direttive impartite.

Non ci dilunghiamo oltre anche perché diamo per letto l’ampio inserto sulla Strage di Stato che abbiamo pubblicato nel numero scorso. Nel quale i vari interventi ribadivano la nostra verità che è quella storica.

Pubblichiamo invece una ulteriore cronologia di eventi connessi; per contribuire, ad uso dei più giovani, alla ricostruzione dello scenario e delle connessioni.

Maletti ci dice, oggi, che il governo italiano e gli alleati internazionali (la “mitica” NATO) erano preoccupati dell’avanzare del comunismo. Un comunismo, sia ben inteso, che non era quello dell’URSS, ma delle masse operaie e dei giovani che contestavano il sistema dalle sue fondamenta; i capi, le gerarchie, il conformismo, lo sfruttamento, l’oppressione, la famiglia e tutte le istituzioni.

Un comunismo molto simile all’anarchia per la quale ancora oggi si lotta in tutto il mondo.

Ma allora il “pericolo rosso” era ben consistente. Allora il mettere in atto «…la guerra civile in Italia; nella lotta contro il comunismo tutti i mezzi sono giustificabili, per cui non ci deve più essere distinzione tra misure civili e misure militari.. » come indicava il segretario del MSI (repubblichino, fucilatore di partigiani) Giorgio Almirante [vedi cronologia], era “difendere le istituzioni dalla loro sovversione”.

Per cui ordire colpi di stato, assecondare e coprire (nonché finanziare e addestrare, fornendo supporto logistico, armamenti e coperture) i “patrioti” fascisti, depistare, arrestare, provocare incidenti di piazza, era l’estrema ratio per salvare lo stato, le alleanze internazionali, il sistema.

Maletti non ci dice, invece, come si svilupparono le vicende, chi prese le decisioni, chi avallò. Anzi su questo alza la cortina di fumo dietro a rivelazioni di facciata: il connubio Andreotti-Gelli che rimanda alla figliolanza berlusconiana, lo scomodo cadavere di Pecorelli, il mondo degli immondi spioni e intrallazzatori. Mette quindi in secondo piano le responsabilità della classe dirigente di allora che è poi quella di oggi. Come farebbe il “sinistro” Fini a spiegare alla nazione il suo ruolo; come farebbe il “moderato” Casini che incarna l’eredità democristiana a continuare con la sua “faccia d’angelo”; come farebbero i Sacconi, gli Scajola, a rimanere beati. Spesso questi ci dicono che allora erano fanciulli; peccato che le loro biografie ce li documentano come militanti attivi già nei primi anni ’70 in quelle formazioni politiche che sostenevano il sistema e che negavano con forza una qualsiasi strategia della tensione, una qualsiasi responsabilità dello stato, che sostenevano la credibilità dei Maletti di allora in buona compagnia dei Giannettini, dei Freda, dei Ventura.

Immancabile, poi, la chiosa: il terrorismo non ha colore, dietro al caso Moro (il cui ruolo viene riportato alle scelte del ’69) c’è ancora un’ombra oscura. Se vuole Maletti può fare luce. Forse in punto di morte.

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