Umanità Nova 15 marzo 2009 Bombe e segreti. intervista a Luciano Lanza. di A.S.

Luciano Lanza entra nel gruppo Gioventù libertaria (poi Bandiera nera) di Milano nel 1965, nel quale militavano anche due «vecchi», cioè vicini alla quarantina: Giuseppe Pinelli e Cesare Vurchio.

Negli anni successivi è fra i fondatori, nel 1971, di “A rivista anarchica”, responsabile di “Volontà” dal 1980 al 1996 e dal 1999 di “Libertaria”. Nel 1997 Eleuthera dà alle stampe il suo Bombe e segreti, ristampato in una nuova edizione rivista e aggiornata nel 2005. Abbiamo colto la recente uscita del libro di A. Sofri, La notte che Pinelli (di cui Lanza ha curato una recensione in “UN” n. 7), per rivolgergli qualche domanda su “piazza Fontana e dintorni” e tenere ben saldo il filo della memoria.

Ammetto: ho letto il tuo libro dopo quello di Adriano Sofri. Senza fare troppi paragoni, una prima cosa: la formula «strage di stato» la coniaste voi pochi giorni dopo piazza Fontana e in pochi vi presero seriamente. È cosi?

Sì, è andata proprio così. Il 17 dicembre organizzammo una conferenza stampa al circolo Ponte della Ghisolfa, in cui «invitavamo» la polizia a indagare al ministero dell’Interno invece di incarcerare gli anarchici. Invito quanto mai appropriato visto che ci vorranno anni di coperture e depistaggi  prima che venisse alla ribalta il ruolo del capo dell’Ufficio affari riservati di quel ministero. Oggi il nome di Federico Umberto D’Amato è molto noto a chi si occupa dei cosiddetti «misteri d’Italia», ma non allora. Ed è proprio in quell’occasione che sosteniamo che Pinelli è stato ucciso, Valpreda è innocente e quella strage è di stato. Bene, il giorno dopo l’articolo più benevolo è del “Corriere della Sera” che titola: «Farneticante conferenza-stampa al Circolo Ponte della Ghisolfa. Nessuna recriminazione fra gli anarchici». Ma non solo i giornalisti si accodano alle versioni ufficiali. Il giorno prima, cioè subito dopo la morte di Pinelli, vado con alcuni compagni all’università Statale per leggere un nostro comunicato perché era in corso un’assemblea. Ma non su cosa stava succedendo in Italia, no, per discutere i piani di studio. E pensare che il Movimento studentesco guidato da Mario Capanna ha poi rivendicato di essere stato il primo a indicare il «pericolo fascista».

Piazza Fontana, madre di tutte le stragi (di stato) è una verità lanciata dagli anarchici, ma poco patrimonio della collettività, segno che una delle priorità del potere è oggi la rimozione: e così assistiamo a un’incredibile revisione anche per i fatti degli anni Settanta.

Certo. La storia viene sempre riscritta. E questo non deve stupire. Ma in questo caso siamo di fronte a una riscrittura che non riguarda una interpretazione dei fatti secondo la logica dominante in un determinato periodo storico. No, qui abbiamo assistito a opere di falsificazione dei fatti. Con una eccezione. Giuliano Ferrara nel dicembre 1997 in una trasmissione sulla televisione di stato sostenne che certo non si poteva negare che la strage fosse di stato, ma perché lo stato si era dovuto difendere da un attacco portato contro lo stato, cioè contro la società democratica. Non a caso Ferrara è il più intelligente «consigliere del principe», leggi Silvio Berlusconi. Il giudizio «morale» è ovviamente un altro.

Il tuo libro mostra bene come i fascisti abbiano svolto un’opera infame e di manovalanza, ma ci dice anche come le menti siano stati ministri e servizi segreti.

Neofascisti e neonazisti pensavano di utilizzare le coperture dell’Ufficio affari riservati del Sid per spostare l’asse del paese a destra. Alcuni pensavano addirittura di creare l’occasione per un colpo di stato come era avvenuto due anni prima in Grecia. E qui entrano in ballo non solo ministri come Franco Restivo, titolare del dicastero dell’Interno, ma anche i servizi segreti americani che temevano una decisa svolta a sinistra dell’Italia, per il clima politico determinato dalle lotte studentesche e operaie. Ricordo sempre (e lo cito anche nel libro) lo slogan coniato dagli operai della Fiat il 3 luglio 1969 durante uno sciopero generale: «Che cosa vogliamo? Tutto». La classe politica si sentiva messa pesantemente in discussione, ma anche molti grandi industriali non dormivano sonni tranquilli…

In tutto ciò, qual è il ruolo del Pci? A me vien da dire, anche sulla scorta di altri lavori (per esempio di Aldo Giannuli) che era a conoscenza se non di tutto, sicuramente di qualcosa.

Sapeva moltissimo. Ma quanto? Bisognerebbe poter accedere a quegli archivi e nonostante i cambi di sigla (Pci, Pds, Ds, Pd) la regola della «riservatezza staliniana» vige ancora.

Strategia della tensione ieri; oggi qualcosa che potremmo forse definire strategia della paura. Tutto ciò, nella sua tragica indecenza sembra dar ragione agli anarchici: il potere è criminale, ed è bene starne alla larga… oggi come ieri.

L’utilizzo del «nemico» è un classico della strategia politica per ottenere consenso. Basti pensare al magistrale 1984 di George Orwell. Una guerra finta, creata solo sui media, con un possibile invasore sanguinario… La paura, il terrore sono strumenti fondamentali per scaricare all’esterno la critica. Il «grande fratello» ama il suo popolo, si sacrifica per lui e che piccola cosa chiede in cambio? L’accettazione della situazione. Nessun atto ostile verso chi si sacrifica. Nulla di nuovo sotto il sole.

A.S.

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