Umanità Nova 22 febbraio 2009 La notte che Pinelli di Luciano Lanza

Quarant’anni sono tanti. Eppure quel 12 dicembre 1969 pesa ancora. E altrettanto pesa quella notte del 15 dicembre nella questura di Milano. Una strage con 17 morti alla Banca nazionale dell’agricoltura e il volo da una finestra del quarto piano di Giuseppe Pinelli sono una fase cruciale nella storia di questo paese, l’Italia. E ha ragione Adriano Sofri che inizia il suo ultimo libro scrivendo: «Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale».

Sì, purtroppo, tutto diventa normale e quella strage e quella morte sono due dei tanti misteri: nessuno ha messo la bomba nella banca, nessuno ha causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Questo libro, La notte che Pinelli (Sellerio, Palermo, 2009), assume quarant’anni dopo quei fatti una valenza importante perché nella meticolosa, puntigliosa, metodica ricostruzione dei fatti si trasforma in un atto d’accusa che non lascia vie d’uscita a poliziotti (Antonino Allegra, Luigi Calabresi, Vito Panessa, Pietro Mucilli, Carlo Mainardi, Giuseppe Caracuta), carabinieri (Savino Lograno), questori (Marcello Guida), giudici (Giovanni Caizzi, Antonio Amati, Gerardo D’Ambrosio), uomini dei servizi segreti (Federico Umberto D’Amato, Elvio Catenacci).

Sia chiaro, Sofri non fa accuse generiche: mette a confronto le numerose contraddizioni in cui cadono tutti questi personaggi e quindi ne fa emergere i falsi clamorosi che però vengono ignorati o volutamente sottovalutati.

Un libro puntiglioso e per questo importante. I poliziotti che erano in quel quarto piano della questura di Milano subito dopo la caduta di Pinelli dicono cose che poi vengono modificate e poi ancora modificate. Ma nessuno ne tiene conto… nessuno di quelli che dovrebbero ricercare, per dovere istituzionale, la verità dei fatti.

Dal processo che vede Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta continua, querelato da Calabresi, fino alla sentenza del 1975 di D’Ambrosio assistiamo a «ipocrisie statali». Ipocrisie statali chiuse definitivamente con D’Ambrosio (oggi senatore del Partito democratico, allora vicino al Partito comunista) che sostiene: l’anarchico è caduto per un «malore attivo». Una sentenza, ricordiamo l’anno, tipica da «compromesso storico»: Pci e Dc si stavano avvicinando e non bisognava mettere in difficoltà i notabili democristiani. Una sentenza che ignora o minimizza (e Sofri ricostruisce con precisione quegli avvenimenti) una girandola di versioni che farebbe pensare a una commedia satirica degli equivoci, se non fosse per la drammaticità dei fatti.

Eppure è questa la verità processuale, la verità dello stato italiano.

«Quanto a un malore, dovrebbe essere così attivo da far compiere al corpo colpito non solo una “improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ma anche il gesto di spalancare l’anta socchiusa. Non è solo attivo, questo malore, è attivissimo», commenta Sofri sulla ricostruzione di D’Ambrosio sul volo di Pinelli.

Quarant’anni sono tanti. La gente dimentica. I falsi di chi è stato e sta al potere diventano delle «quasiverità». Perché siamo di fronte a cose che «gridano vendetta»: perfino quelli riconosciuti colpevoli della strage di piazza Fontana (Giovanni Ventura e Franco Freda) non possono essere condannati perché definitivamente assolti da altri tribunali.

Ma qui si apre un discorso per uscire dalla logica corrente: non ci si deve fermare alla verità processuale, dopo quarant’anni servirebbe a qualcuno e a qualcosa che due neonazisti invecchiati vadano in carcere? Servirebbe a qualcosa che un ricchissimo emigrante in Giappone venga riportato in Italia? No, non è nelle sentenze di colpevolezza dei tribunali dello stato che si ottiene la vera giustizia: è nelle sentenze fra la gente, nelle sentenze (a questo punto) storiche che si deve puntare, cioè una giustizia a misura umana. Cioè estranea alla dimensione statuale. Perché lo stato è colpevole della «strage di stato» e non si condannerà mai. E questo libro è un tassello importante per confermare questa verità.

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